Se il partner è disabile

05/07/2010 - Claudio Imprudente
Coppia

Dopo la pubblicazione, il mese scorso, del mio articolo Per una boccetta di profumo, ho ricevuto diverse lettere relative alla vita sessuale e affettiva delle persone disabili e di chi è loro vicino. Quello che mi ha colpito è che i termini connotati al «negativo» ricorrevano tanto nelle lettere del primo tipo quanto in quelle del secondo, ovvero in quelle scritte da persone normodotate che hanno o hanno avuto relazioni sentimentali con persone disabili. Questo dato è davvero interessante, perché dalle lettere si evince che la sofferenza non deriva dal rapporto in sé con la persona con deficit, o almeno non immediatamente. Piuttosto dipende dal modo in cui questa relazione viene (mal) vista e (mal) interpretata dall’esterno. Ciò dimostra con grande evidenza come anche difficoltà ed elementi critici relativi alla sfera affettiva si pongano soprattutto in ambito sociale, evadendo i confini di quella individuale o intersoggettiva «a due» e, anzi, condizionandone lo sviluppo e la serenità.

Ecco cosa mi scrive D., normodotata, partendo da uno spunto ironico: «In altre occasioni ti ho detto che ti seguo sempre e addirittura che qualche anno fa ero così affascinata da te che sarei volata a conoscerti… ma poi mi sono sposata! Scherzi a parte, il tuo articolo mi ha fatto venire voglia di farti una domanda. Qualche anno fa, prima di conoscere mio marito, ho avuto una storia con un ragazzo tetraplegico. Tu non puoi immaginare l’inferno, dalle accuse di perversione a quella di essere affetta dalla sindrome della crocerossina. Mi è stata anche attribuita una personalità dappica (chi vive problematiche legate all’alimentazione, ndr) e via di seguito. Ora io mi domando: fino a quando una donna sarà costretta ad armarsi di eroismo per combattere tutti questi disfattismi e pregiudizi radicati? Ci vogliono davvero super donne per resistere alla pressione. Nel mio caso la storia è poi finita perché lui era un disonesto e disgraziato, la sua disabilità non c’entrava niente: ma la verità è che tutti sono belli e bravi a non discriminare finché non è la loro figlia o il loro figlio a innamorarsi di una persona speciale, disabile o meno, con caratteristiche sue personali, come tutti gli esseri umani. Vorrei che tu parlassi di questo, del dolore che il pregiudizio procura alle persone che amano qualcuno speciale e con difficoltà particolari. Grazie. Ti abbraccio forte».

La società, nel tempo, si è costruita meccanismi di difesa (o di offesa) automatici e soffocanti, che prescindono anche dalle idee – impalpabili – che i più professano. Tutti siamo pronti a immaginare la legittimità di una dimensione sessuale e affettiva delle e per le persone disabili, ma quando vediamo e tocchiamo con mano, allora le reazioni mutano e le idee di partenza vengono smentite. San Tommaso… al contrario. Finché immaginiamo, crediamo; quando tocchiamo, smettiamo di credere. Un rapporto paradossale con la realtà e con l’esperienza che possiamo farne, che sempre dovrebbe portare a un «di più» di consapevolezza e apertura. Occorre però aggiungere che mentre si può discutere di come garantire a una persona disabile il suo diritto (abbiamo già visto che il termine non è così appropriato) alla realizzazione nella sfera sessuale, è davvero sconfortante che, quando questa trova modo di esplicarsi, da fuori debbano prodursi sospetti e giudizi affrettati sul normodotato. Si valutano situazioni simili come anomalie, con uno sguardo allarmato, diffidente, curioso e indagatore, anziché empatico o giustamente indifferente.

Ho evitato di riportare esperienze personali, ma mi farebbe piacere che altri condividessero le loro. Vi sono alcuni temi per i quali il confronto è particolarmente importante: questo vi rientra a pieno diritto. Scrivete come sempre a claudio@accaparlante.it o cercate il mio profilo su Facebook.

Claudio Imprudente

 

Pubblicato su "Il Messaggero di Sant'Antonio", Luglio/Agosto 2010