Salute, allegria del corpo. Allegria, salute dell’anima

01/01/2002 - Eugenio Scannavino

Il Brasile è uno dei paesi che presentano maggiore disuguaglianza sociale; abbiamo tanta tecnologia da una parte e molta povertà dall’altra. Sono medico, lavoro da 18 anni nell’Amazzonia brasiliana, a Rio Tapajos, in comunità che vivono sulle sponde del fiume, in un progetto che si chiama Saude e Alegria, Salute e Allegria, ed è un progetto di sviluppo integrato che comprende aspetti legati alla salute, all’educazione, alla produzione agricola, all’ambiente. Abbiamo un programma diversificato, a seconda dei destinatari: con i più piccoli facciamo educazione sanitaria e ambientale, per gli adolescenti c'è la radio comunitaria, con gli uomini portiamo avanti un programma di formazione agricola e forestale sostenibile, mentre per le donne ci occupiamo del discorso legato alla maternità, alla procreazione. Facciamo varie campagne informative, visite domiciliari, monitoriamo malattie come il colera e la dissenteria, e per fare questo abbiamo creato il Circo Mocorongo di Salute e Allegria. Va detto che il circo lo facciamo tutti insieme: dottori, dentisti, tecnici sanitari e la comunità. Non è un circo per la gente, è la gente che lo fa e dà gli stimoli per organizzarlo. E vi partecipano tutte le fasce d'età.
Con una barca raggiungiamo le comunità, e le formiamo affinché possano svilupparsi autonomamente con le risorse e le capacità che hanno, migliorando il loro livello di organizzazione per prendere parte attiva alla società civile. Questi interventi interessano 20.000 persone, in una regione molto estesa di 136.000 Kmq. Le comunità distano tra le 5 e le 24 ore di viaggio in barca dal centro urbano. In quell’area, ad eccezione del nostro progetto, non esistono altri servizi sanitari.
Quando abbiamo avviato il progetto ci siamo accorti che i giovani si sentivano molto emarginati dalla comunità, volevano sapere più cose della cultura globale che stava arrivando attraverso i mezzi di comunicazione. Li abbiamo quindi aiutati ad avviare una televisione ed una radio chiamate O mocorongo (cioè casino, cosa mal organizzata) e così siamo riusciti a coinvolgerli nel processo di partecipazione comunitaria. Per noi è importante che si apprenda in modo allegro, attraverso progetti educativi che tengono conto dell'aspetto ludico. Un piccolo esempio: sull'ultimo numero del giornale O mocorongo, c'è la foto di un bambino sorridente, da poco vaccinato, in atto di parare l'attacco di un ipotetico avversario. E' come se dicesse: 'la malattia non mi tocca!' Sempre sul giornale vengono pubblicati dei simpatici fumetti, realizzati direttamente dalla gente. Si organizzano anche tornei di calcio. Sono gli stessi giovani della comunità a preparare i programmi, intervistano gli anziani, ricercano le antiche tradizioni e, per essere inseriti nel sistema educativo, collaborano con le scuole locali. Utilizzando il mezzo ne hanno in qualche modo sfatato il fascino e lo usano per rafforzare l’identità della loro comunità. I giovani, specialmente i più emarginati, sono molto attratti da ciò che viene dalla grande città. In questo modo, però, si perdono le tradizioni. Alla tv nazionale abbiamo opposto la sfida di una tv locale, dove la produzione è fatta e gestita direttamente dalla gente.

Comunità protagoniste

Per quanto riguarda la salute, che è la parte più importante del nostro lavoro, realizziamo attività molto semplici come la clorazione dell’acqua. Con una pompa ed una placca ad energia solare, un litro di acqua ed un cucchiaino di sale realizziamo l’elettrolisi dell’acqua che produce ipoclorito di sodio già nella posologia certa di due gocce per litro di acqua trattata. E' la comunità stessa che produce il cloro per purificare l'acqua e questo processo costa la bellezza di due centesimi di dollaro per famiglia al mese. Cioè, nulla. Eppure, è una pratica poco diffusa altrove.
Le malattie a trasmissione idrica sono una delle maggiori cause di mortalità di quell’area, la diarrea causava molta mortalità infantile e proveniva dall’acqua contaminata, per cui, con una semplice misura preventiva come il cloro, abbiamo risolto e modificato il profilo della mortalità infantile abbassandone il tasso d’incidenza da 65 per mille bambini nati vivi, fino al 23.3 per mille (lo stesso di San Paolo), e questo solo con l’uso del cloro ed azioni educative.
Un altro rimedio, importante come un farmaco, è il sapone che distribuiamo alla popolazione ed ai malati. Il sapone non viene mai considerato una medicina vera e propria, è invece ottimo per curare le ferite, per igienizzare, ed è un accorgimento davvero molto semplice.
Queste nozioni sono inserite in interventi educativi che stimolano la partecipazione a partire dalla propria comunità; così facciamo educazione orizzontale.
L’intento è creare un modello di sviluppo comunitario nel quale loro stessi siano i protagonisti, capaci di decidere la direzione del loro sviluppo. Il nostro progetto non vuole creare alcun tipo di dipendenza, di vincolo, di assistenza nelle comunità, vogliamo che si sviluppino per proprio conto, quindi noi forniamo strumenti e capacità utili a tale processo.
Risolviamo le emergenze sanitarie attraverso l’assistenza di base con alcuni strumenti molto semplici, lavorando molto sull’educazione, il senso di appartenenza alla cittadinanza e l’organizzazione, in modo che loro possano partecipare al sistema pubblico per le questioni assistenziali. Il progetto costa quaranta dollari per persona l'anno. Finora abbiamo raggiunto i risultati intermedi dell'intero programma. Disponiamo, comunque, di un modello di sviluppo già consolidato in Amazzonia e cerchiamo di esportarlo. Anzi, sono le stesse comunità che cercano di diffonderlo.

Giustizia e politiche sanitarie

La giustizia viene declinata in molti modi; giustizia può essere l’ingiustizia del potere economico e politico, perché in portoghese la politica sanitaria si riferisce alla sanità di base e tutto il sistema di salute si rivolge agli ospedali, alle malattie, le infermità, le medicazioni, agli aspetti lucrativi per il sistema di salute, che chiamerei un sistema di malattie e non un sistema di salute. In sostanza le comunità non ricevono educazione, il cloro di cui parlavo ha un costo di due centesimi di dollaro a famiglia per mese, eppure non è disponibile per le comunità, il sapone di cocco costa molto poco, ma neanche questo è disponibile, quindi non c’è alcun tipo di azione educativa nelle aree rurali.
Così le comunità si ammalano, e queste malattie si aggravano, per cui le persone sono costrette ad andare in ospedale, prosciugando le risorse fisiche dell’ospedale e generando un circolo vizioso nel quale gli ospedali non possono fornire i servizi adeguati a quei malati che ne avrebbero realmente bisogno. Così il governo è obbligato ad affidare ad enti privati la gestione di questa domanda. È un sistema alquanto lucrativo, ovvero, il sistema di malattie è lucrativo in tutto il mondo. Non so come sia nel Primo Mondo, perché voi avete già risolto la questione sanitaria, ma il fatto che il sistema sanitario non educhi la popolazione circa le malattie, circa le norme preventive, circa ciò che è realmente sano come, ad esempio, curare un’influenza in casa, usando una nebulizzazione casalinga, o come utilizzare un’alimentazione più nutritiva.
Il fatto che il cittadino comune non sia educato alla salute è un modo per mantenere la dipendenza verso un sistema di salute in fondo lucrativo.
A mio parere, un medico dovrebbe essere innanzitutto un educatore, tutti i medici, anche nei loro ambulatori, perché la maggiore arma terapeutica che noi abbiamo, e che è anche la maggiore arma di trasformazione di questo sistema, è la partecipazione di ciascuno, di ogni cittadino, alla sua cura ed alla cura della società.
La questione del diritto all’acqua e al cibo in Brasile non è dovuta alla scarsità di questi beni, al contrario noi abbiamo eccesso di acqua ed eccesso di cibo, abbiamo una delle maggiori riserve di acqua e abbiamo anche una grande possibilità di produzione di alimenti; è, invece, un problema di disuguaglianza.
La povertà, la mancanza di accesso al cibo e alle medicine è dovuta al nostro sistema neoliberale che consente l’accesso alle risorse solo a chi ha la possibilità di farlo. La maggior parte delle persone non ha questa possibilità, è disoccupata, non ha neanche l’educazione necessaria per poterlo fare, non ha una formazione professionale, sono persone escluse dal processo di sviluppo.

Creare partecipazione

Ciò che noi stiamo cercando di fare nel nostro progetto è sfruttare tutti i tipi di potenzialità che esistono nella comunità; i potenziali di leadership, di creatività personale, di inserimento personale alla partecipazione educativa, affinché si crei un movimento di crescita a partire dallo stimolo delle proprie capacità.
Il sistema crea sempre dipendenza, incapacità e non cerca di creare invece capacità, per cui noi stiamo tentando di invertire questa situazione. Nella misura in cui si crea un sistema di coscienza popolare delle proprie capacità, di capacità comunitaria, di rafforzamento di queste capacità, tale consapevolezza si moltiplica spontaneamente orizzontalmente, si crea il senso di appartenenza alla cittadinanza, in cui cittadinanza significa partecipazione, e partecipazione è l’unico cammino di trasformazione della società.
Con la partecipazione effettiva, delle comunità, delle popolazioni, nei meccanismi di governo, di gestione pubblica, di gestione sanitaria, noi possiamo forse cominciare a trasformare.
Se avessimo un sistema di promozione della salute, e non un sistema di malattia, la situazione sanitaria sarebbe migliore, la qualità del servizio sarebbe migliore, ma il nostro sistema di vita è molto “poco intelligente”. Uso questa definizione in contrapposizione ad un termine che ho ascoltato in questi giorni alla radio; si parlava del fatto che gli americani avevano lanciato bombe intelligenti sull’Afghanistan, e io meditavo su come una bomba possa essere intelligente. Che tipo di concetto è? È possibile una bomba intelligente? Eppure il cronista parlava di questo con tanta naturalezza, come se fosse molto facile da comprendere, ma io non capivo, mi sono chiesto: – in che mondo siamo? – In un mondo in cui le bombe sono intelligenti, è molto difficile riuscire a trasformare se non con azioni molto pratiche, di organizzazione, di partecipazione, per avere la certezza che chi fa le guerre è una percentuale molto piccola della popolazione, e che il 99% della popolazione vuole solo vivere in pace, con armonia e in salute, con una buona qualità di vita. Chi la pensa così purtroppo spesso non ha realmente accesso alla partecipazione, ecco perché per me la partecipazione è la sfida maggiore.
Vorrei chiudere con due frasi: una è di un grande pensatore della salute, che dice che la salute è il risultato finale del lavoro di tutta una società.
La seconda riguarda il “Progetto Salute e Allegria”. A chi chiedeva perché si chiamasse così, una persona della foresta rispose «Io lo so: è perché la salute è l’allegria del corpo, e l’allegria è la salute dell’anima».
Queste parole, dette da un indio, credo racchiudano una grande saggezza.


Chi è Eugenio Scannavino

Eugenio Scannavino, medico, pioniere dei servizi sanitari in Amazzonia è responsabile della Ong brasiliana "Saude e alegria" (www.saudeealegria.org.br), che usa l'arte circense e teatrale per raggiungere e sensibilizzare la gente. Scannavino lavora attualmente con 63 comunità di indios e caboclos. Il suo nome, scelto dall'agenzia World Media ("New York Times", "Folha de Sao Paulo"), è stato inserito nell'elenco dei 21 Pionieri del XXI Secolo nella categoria "eco-militanti".

Amazzonia

L’Amazzonia nell'ultimo polmone verde del pianeta: ben 370 milioni di ettari di foresta, minacciata dall'attività delle potenti multinazionali del legno. Fino agli inizi degli anni '70, il 99 % della foresta risultava pressoché intatto, ma già a metà del decennio successivo, un buon 13,7 % era in pericolo. Nell'arco di appena tre decenni, sono stati distrutti oltre 55 milioni di ettari di verde. Intanto, durante gli ultimi anni, la quota amazzonica di produzione di legname è passata dal 14 % all'85 %, con metodologie estrattive inadeguate e distruttive (contro cui si batte da tempo l'organizzazione ecologista Greenpeace). Così, anno dopo anno, in zone remote e inaccessibili, autentiche enciclopedie viventi di fauna e flora, penetra l'industria del legno, distruggendo porzioni di habitat naturale che non appaiono nelle statistiche ufficiali. Nel solo stato del Pará (dove opera Scannavino) sono state aperte strade e vie di comunicazione per 3.000 chilometri, anche se fino a oggi vi hanno lavorato piccole e medie imprese, che dispongono di mezzi piuttosto ridotti. Spesso, dopo il taglio degli alberi, ciò che resta viene incendiato e sulle ceneri sono seminate piante erbacee a crescita rapida, infestanti, che impediscono la crescita di nuovi alberi ad alto fusto. Ma anche i pascoli, in genere, sono destinati a vita breve: il sottile strato fertile della foresta si esaurisce senza rigenerarsi e, senza la protezione dei rami, l'umidità viene assorbita e asciugata dal sole lasciando distese di argilla rossa. Ma la cura e il rispetto dell'Amazzonica devono partire da uno sforzo comune, di tutti. Lo fanno da sempre i suoi abitanti più antichi, le varie tribù di indios della foresta; e sono educati a farlo anche gli autoctoni che ora vivono organizzati in comunità.