On the road: odissee dei giorni nostri

07/07/2011 - di Stefano Toschi
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E' tempo di estate, di ferie, per chi può. Di viaggi, di vacanze. Sono tantissimi coloro che quest’anno rimarranno al caldo delle grandi città: tutti coloro che hanno perso il lavoro a causa della crisi, i tanti anziani che attenderanno, soli, il ritorno dei figli dalle vacanze, tanti disabili che non possono permettersi, per mancanza di risorse economiche o di operatori e amici che possano accompagnarli, di partire. Io sono uno che viaggia tanto. Per partecipare ai convegni, più che per vacanza. Ogni volta la partenza mi mette agitazione, ma allo stesso tempo la attendo con ansia. Quella del viaggio è una metafora usata ed abusata in letteratura e in filosofia. Però dal punto di vista di un disabile, sia che ci si riferisca al viaggio in quanto tale, sia che lo si usi come immagine, la prospettiva, in parte, cambia. Prima di tutto, negli anni è cambiato il modo di concepire l’offerta turistica per i disabili. Dall’idea di una vacanza di gruppo stile “colonia”, di tipo “curativo”, in strutture dedicate, si è passati ad un’offerta abbastanza ampia di luoghi accessibili, in condizioni non più riservate e in mete aperte al turismo di massa. Oggi è possibile anche un accesso facilitato alle informazioni che permette di trovare sistemazioni ad hoc ed informazioni aggiornate dallo schermo di un pc o con qualche telefonata.

 

Se pensiamo invece alla valenza metaforica del viaggio, per una persona con deficit più che mai esso impone di affrontare i propri limiti. Le difficoltà organizzative, l’abbandono delle comodità e delle certezze casalinghe: difficile per tutti, impegnativa prova materiale e psicologica per chi ha limiti più evidenti. Il viaggio, dunque, porta con sé il rischio della perdita, dell’abbandono all’ignoto, ma è anche promessa di conquista del nuovo, di arricchimento della persona. Posti nuovi e lontani, culture diverse, persone sconosciute: tutto questo arricchisce il viaggiatore e, spesso, impone di valicare anche i confini personali. Il viaggio è definito come lo spostamento da un luogo ad un altro, ma il luogo non è solo quello dello spazio fisico, è anche un luogo interiore. Come diceva Sant’Agostino, “gli uomini vanno a mirare le altezze de’ monti e i grossi flutti del mare e le larghe correnti de’ fiumi e la distesa dell’oceano e i giri delle stelle; e abbandonano se stessi”. Ogni viaggio ci arricchisce soprattutto per le persone che incontriamo sul nostro cammino. Come diceva Thoreau, “chi cammina solo può partire oggi, ma chi viaggia in compagnia deve attendere finché l’altro non è pronto”. Ecco, di solito, nella compagnia, sono io quello che si fa attendere. Quello che non è pronto e non lo sarà mai senza l’aiuto altrui. A volte penso, quando parto con qualche gruppo organizzato, magari di ragazzi delle parrocchie, che qualcuno ha detto loro che, se accompagnano in vacanza e assistono persone con deficit, diventeranno persone migliori. Forse ne parleranno agli amici come di un’esperienza edificante, alcuni addirittura come un’opera di misericordia. Io mi chiedo quante persone ritengono di “fare del bene”, magari anche a se stessi, attraverso di me. Certo, non che non sia così: mettersi al servizio degli altri è sempre un comportamento meritevole. Ma anche la persona con deficit deve mettersi a disposizione degli altri. In viaggio in compagnia, fatica a dire la propria su orari, ritmi, spostamenti. Sta alle esigenze degli altri, non può fare ciò che vuole quando vuole, spesso non può fare proprio nulla da solo, senza dipendere da altri. Naturalmente questo vale nella vita di tutti i giorni, ma nella quotidianità, di solito, i ritmi sono scanditi in base alle esigenze della persona con deficit, perché ci sono familiari o operatori retribuiti che si prendono cura di lui. Questa è la grande ricchezza del viaggio fatto con amici: nessuno ha obblighi nei confronti di nessuno, proprio per questo la vacanza diventa uno scambio sincero e costruttivo di esperienze, di vite, di ritmi, di tempi, di abitudini. Anche il disabile deve dare prova di grande adattabilità, di pazienza, di tolleranza. Spesso, se si ha un deficit, si è meno flessibili, meno propensi alla condivisione e allo scambio. Si tende a diventare un po’ egocentrici, vagamente egoriferiti. Il clima più sereno della vacanza rende tutti i partecipanti, che abbiano o meno un deficit, più propensi all’apertura verso l’altro. La convivenza quotidiana con persone con cui, durante l’anno, si condivide poco più di un caffè, può diventare insopportabile, oppure portare a una comunione di vita bellissima. Dipende prima di tutto dalla capacità di adattarsi di ognuno di noi, dall’abilità nell’andare incontro ai ritmi e alle esigenze altrui. Se si impara ad andare d’accordo in vacanza, si tornerà a casa ben più tolleranti e aperti nei confronti del prossimo. I Greci, che pur estremizzando i paradigmi umani la sapevano lunga, usavano quella del viaggio come metafora principale della vita e dei cambiamenti cui una persona va incontro nell’arco della propria esistenza. Famosi sono i nostoi, i viaggi di ritorno degli eroi greci da Troia. L’Odissea è sicuramente il più celebre. Forse meno noti, ma altrettanto significativi, i viaggi di ritorno condotti da Nestore, da Menelao e da Agamennone. Tutti questi viaggi sono metafore sagge della nostra esistenza. Nestore rientra in Patria con facilità e, lì, riprende la sua vita serena, fra gli affetti familiari. Menelao deve penare di più per fare ritorno: impiega ben dieci anni, con vicende più vicine alle peripezie di Odisseo, ma, infine, giunto a Sparta è di nuovo riunito alla sua Elena e, con lei, conduce fino alla morte un’esistenza tranquilla. Questi paradigmi del lieto fine, sebbene diversi fra loro per la modalità di conquista dello stesso, sono quelli più vicini alla nostra sensibilità. Oggi sono talmente tante le brutture della vita, che tutti fantastichiamo sul lieto fine delle peripezie cui siamo sottoposti. C’è poi il paradigma di Ulisse, quello più celebre, dunque quello su cui più si è scatenata la fantasia di scrittori e poeti. Egli soffre molto durante il viaggio, deve affrontare ogni sorta di prova, eppure, al ritorno, la sua sofferenza non è terminata. Deve operare la propria vendetta nei confronti dei Proci, che occupano la sua dimora e insidiano la sua sposa Penelope. Questo incarna le paure dell’uomo moderno, la mancanza di certezze, la fatica della conquista che non trova quiete nemmeno al ritorno nella propria dimora, il desiderio di riscatto e di vendetta. Odisseo è un eroe moderno, tanto che alcuni autori hanno immaginato che egli non abbia trovato pace al suo ritorno, ma sia partito di nuovo dopo poco tempo, incapace di sottostare ai ritmi dei giorni tutti uguali della sua dimora. Poi, c’è il “non-ritorno” di Agamennone che, appena messo piede nella sua casa, viene ucciso per vendetta dalla moglie Clitemnestra e dall’amante di lei, Egisto. Queste sono le metafore della vita di tutti noi, finché il cristianesimo non introduce la prospettiva di un “ultimo viaggio”, quello definitivo, che nell’avvicinamento a Dio rende giustizia di tutte le peripezie affrontate nel nostro viaggio terreno. Questa “scoperta” del cristianesimo attribuisce un senso a tutto ciò che accade nel viaggio della vita, perché l’uomo è animale razionale, ma anche spirituale: sotto entrambi i punti di vista, necessita di un senso per tutto ciò che gli accade, di un determinismo nella propria esistenza, soprattutto per giustificare il male. Anche nell’Antico Testamento, la libertà degli Ebrei dall’Egitto comincia con un lungo viaggio verso la Terra Promessa, un viaggio lungo e difficile, intrapreso sulla fiducia nelle parole di Dio. Nel Nuovo Testamento, questo sarà il viaggio della nostra anima verso la redenzione, percorso irto di ostacoli, ma che termina con il premio più alto. Senza il cammino, il viaggio, arduo e pericoloso, non c’è salvezza, non c’è crescita personale, non c’è arricchimento e consapevolezza. Lo sapevano bene i pellegrini del Medioevo, che percorrevano strade ancora oggi così frequentate. Questo cammino, però, deve essere anche interiore: lo sapevano bene, ancora una volta, i Greci: è questo il senso del “conosci te stesso” dell’oracolo di Delfi, ripreso poi da Socrate. Lo sapeva ancora meglio Agostino, che ha affinato il concetto: “ noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas”. Ovvero: non uscire da te stesso, rientra in te: nell'intimo dell'uomo risiede la verità. Per trovarla dentro di sé, la verità, il cammino è irto e difficile proprio come quello materiale. Voglio concludere lasciando spazio alle parole di un poeta, perché Costantino Kavafis è, forse, quello che ha saputo cogliere con maggiore profondità la metafora del viaggio. Perché il viaggio, per essere tale, deve avere ben presente una meta: sia essa un punto di arrivo, noto o ignoto, o anche, semplicemente, il ritorno. Senza meta, ci si perde, ci si smarrisce. Si rischia di scegliere la via più facile, quella in discesa. Sono troppe le deviazioni fra cui perdersi, se non si ha un obiettivo fisso nella mente, se non si trova una direzione.

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d'ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos'altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

 

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