Viaggi e miraggi - Ritrovare l'orizzonte

15/07/2011 - di Luca Baldassarre

Quand’ero piccolo pensavo che tutti gli invasi d’acqua, a eccezione del mare, fossero grandi come gli stagni dove pescavo i pesci gatto. Presumo che la mia convinzione dipendesse, crassa ignoranza a parte, dal fatto che nato sul mare, il mio riferimento naturale è sempre stato l’orizzonte tra cielo e acqua. E forse proprio per questo ho sempre prediletto la pesca in mare, dal molo. Le mie banchine preferite erano a Fossacesia e Ortona, due bei posti in provincia di Chieti (la “Svizzera d’Abruzzo”). Come direbbero i pescatori, lì andavo a mormore o ad aguglie. A distanza di anni, mi rendo conto che guardare l’orizzonte era l’unico passatempo sensato, considerato che le mormore non abboccavano nemmeno ad ammazzarsi! La smodata passione per la pesca me l’ha trasmessa lo zio Lino: lo stesso personaggio che mi ha insegnato a commercializzare in “tentata vendita” le patatine pai e il lievito di birra negli alimentari delle quattro provincie d’Abruzzo, fino alla metà degli anni Ottanta. Di queste botteghe, ormai fossili del commercio al dettaglio, ricordo un’usanza tipica degli anni Settanta, andata via via perduta: la conversione automatica, con controvalore in mou o in galatine, di tutte le transazioni con resto sotto le cinquanta lire. Optare per l’una o l’altra era qualcosa di più di una scelta tra due caramelle, era un posizionamento preciso. Una scuola di pensiero. Una visione del mondo. Ad esempio, lo zio Lino era per le galatine. Secondo lui, la loro asciuttezza al palato implicava una lettura degli accadimenti senza ambiguità né tentennamenti. Invece, la mescolanza bituminosa e attaccaticcia delle altre richiamava una complessità artificiosa, inutile. Per me lo zio ha sempre semplificato troppo. Va detto che normalmente questo discorso si faceva strafogandosi la bomba (per chi non è abruzzese: bombolone o krapfen ripieno) al cioccolato della pasticceria Santavenere di Pescara Colli e sorseggiando mezzo litro di latte confezionato in pretrapak (il precursore del tetrapak), in direzione del bar-tabaccheria centrale di Pineto. Personalmente non mi sono mai fatto ammaliare dai proclami propugnati nel nome delle galatine. E non a caso adoravo la signora Adele, moglie di Nunzio il lattaio, strenua difensore (o difentrice) delle mie gialle predilette, le mou. A differenza del taccagno marito, lei arrotondava gli importi sempre a suo discapito, di quel tanto sufficiente a farci scappare una o anche due mou in più. So che queste mitiche chicche esistono ancora; io però mi riferisco a quelle che facevano in Italia. Già, perché oggi perfino le mou vengono prodotte in Cina. Le chiamano “Vere mou dalla Cina”. Ma cosa vuol dire?, mi chiedo. È una sorta di contrappasso? Accusiamo il popolo cinese di contraffare l’impossibile e poi si viene a scoprire che, noi per primi, l’abbiamo fatto con delle innocue caramelle?! So per certo che siamo colpevoli: c’è la prova! Schiacciante. Le mou sono gialle! Fortunatamente sono cresciuto, così ho potuto conoscere e apprezzare anche altro. In un signor Lago, quello di Garda, ho ritrovato, inaspettatamente, il mio orizzonte. La prima volta ci sono stato nel 1985, con zio Lino. Per quale ragione? Vi basti sapere che nel lago le maledette mormore non ci sono! La seconda volta, qualche anno dopo, è stata tutta un’altra storia. Munito dell’immancabile Fabio Ciancetta, mio amico d’infanzia, detto Fuss(e) ca fuss(e) (grossolanamente tradotto dall’abruzzese vuol dire “forse questa è la volta buona; quasi quasi..”), ho potuto dedicarmi ad altri sport (ammesso e non concesso che la pesca sia ascrivibile a questa categoria). Al lago di Garda ci si può davvero sbizzarrire nel fare un po’ di tutto: sport acquatici, terrestri, passeggiate non competitive, mangiate agonistiche, terme, trattamenti benessere definitivi (si entra 130 cm – sia di girovita che di altezza – e si esce 1,80 m per 55 kg). Però non è questa abbondanza che ha rapito la mia immaginazione bensì una strana e precisa impressione di benessere. Una specie di allegrezza sospesa nell’aria. Escludendo che si possa trattare di quella che Rocca Tanica attribuisce alle canzoni di Ivano Fossati, secondo me è frutto di un’alchimia: 3 parti di micro clima, 5 grattugiate di cibo, 2 abbondanti spruzzate di odori e di vino bardolino, paesaggi e comunità gardenese con le sue tante parlate (dal bresciano medio al teutonico alto) q.b… Servire tutto in sinergia. Risultato? Parecchio ritemprante! E bisogna provarlo. Anzi, provare provare provare (come diceva Amanda Sandrelli in “Non ci resta che piangere”)! A proposito, come si chiamano le mormore in italiano?