Ridere con e ridere di

01/01/1998 - Roberto Ghezzo

Il termine diversità e il termine divertimento hanno la stessa radice nella parola latina "devertere", cioè volgere in opposta direzione, percorrere altre strade. Abbiamo già visto molte volte, in questo percorso di articole dedicati all'estetica dell'handicap, come il devertere, la diversità del disabile, che spesso viene letta in senso tragico, in realtà illumina un percorso anche di creatività, di ricerca, al di là degli stereotipi

Il termine diversità e il termine divertimento hanno la stessa radice nella parola latina devertere, cioè volgere in opposta direzione, percorrere altre strade. Abbiamo già visto molte volte, in questo percorso di articoli dedicati all'estetica dell'handicap, come il devertere, la diversità del disabile, che spesso viene letta in senso tragico, in realtà illumina un percorso anche di creatività, di ricerca, al di là degli stereotipi. Vorrei però approfondire anche l'aspetto più propriamente comico del divertimento che alcune volte è molto evidente ma solo a certe condizioni si riesce a valorizzare. Ci aiuta in questo l'Estetica del brutto di Rosenkranz, scritta nel 1850, che è una miniera di stimoli per riflettere sulla estetica dell'handicap, per rimettere in discussione la ugualianza tra bruttezza ed handicap, spesso data per scontata. Ad un certo punto Rosenkranz afferma che il bello familiarizza con il brutto nel comico. Si ride certamente di una cosa buffa, di ciò che ci sorprende perché inaspettato e che intrattiene rapporti con il brutto. Il grande Charlie Chaplin aveva formulato una delle regole auree dei film comici dei primi anni del secolo: quando cade una persona anziana ciò non fa tanto ridere ma se un poliziotto scivola su una buccia di banana l'effetto comico è garantito. Quando l'istituzione, il sistema, ciò che per sua natura è serio e ordinato, scivola su una buccia di banana, ciò fa molto ridere. Perché? Perché per fortuna l'uomo è libero rispetto anche a se stesso, alle proprie convenzioni, alle proprie abitudini consacrate. E qui salta fuori ancora un ruolo che volente o nolente un disabile ricopre cioè quello di mettere in crisi il sistema in cui si inserisce perché è un sistema che non è stato pensato per la sua diversità.

Beccati questo pernacchio

In molte situazioni il disabile esprime quella che Eduardo De Filippo nel film "L'oro di Napoli" di De Sica, definisce il "pernacchio". Da non confondere con la volgarità della pernacchia, il pernacchio è difficile da fare, bisogna esercitarsi. "Forse siamo ancora in tre o quattro a Napoli, il che significa in tutto il mondo,che sappiamo farla". La tecnica del pernacchio è una tecnica complessa, bisogna mettere la mano in un certo modo, soffiare con una certa intensità, ma soprattutto è l'intenzionalità trasferita in questo gesto che non lo rende volgare e che produce un effetto che però è dirompente. Il pernacchiato, il destinatario del pernacchio, viene distrutto, un po' come avviene per le bibliche mura di Gerico quando risuonano le trombe di Israele. Il potere, in qualsiasi sua forma, teme di essere deriso perché viene smascherato, l'atmosfera magica che si costruisce intorno svapora in un lampo. Il disabile, mettendo in crisi il sistema, è come se gli facesse un grande pernacchio e facendo così svolge un servizio insostituibile, perché il pernacchio è una medicina, è l’antidoto che ferma qualsiasi potere dal diventare dittatura, riporta la struttura alla sua vera funzione che deve essere di servizio verso l'uomo, verso la persona singola e diversa, irripetibile. Non so chi ha scritto: la satira ci ricorda che per quanto in alto uno può sedersi è sempre sul culo che è seduto. E nessuno è più ridicolo di chi si dà una importanza esagerata perché sa fare questo o quello o chi si condanna a dire cose sempre molto intelligenti.
Chi invece ride di un handicappato ha la risata di chi si crede intelligente nei confronti di qualcuno meno intelligente, produttivo, socialmente accettato, non vincente. E' cioè la pernacchia, volgare, perché sta dalla parte di chi è al potere. E’ la derisione, lo scherno verso chi è diverso e per questo più debole.
Il disabile, nei confronti del sistema di regole che l'uomo si dà, agisce come il bambino che scopre che il Re è nudo, perché mette in discussione ciò che non viene mai messo in discussione, obbliga a guardare le cose per quello che sono.

Un mondo più umano

Ecco perché tante volte la sensazione di chi conosce il "mondo dell'handicap" è di aver scoperto un mondo più umano (come ho sentito dire da Vasco Mirandola, un attore e regista, ad una serata-spettacolo dedicata all’handicap, dal titolo interessante- "Il sesto senso"-, organizzata a Bologna dal centro Studi San Domenico nel maggio di quest’anno). Si sperimenta come una specie di sollievo, come se scaricassimo un peso, quando si scopre che ciò che il disabile mette in discussione, ad esempio il galateo, non è poi così importante. E' un ritorno all'essenziale, è una risata liberatoria. Per qualcuno potrà apparire una vita terra-terra, per qualcun altro invece dà la sensazione del marinaio che grida "terra, terra!".
In un mondo dove l'importante è saper fare, il disabile apparentementesi presenta come colui che non sa fare; quando è fondamentale per sentirsi importanti saper dire cose intelligenti e profonde, il disabile magari salta su con una fesseria, con il suo motto senza senso che ci sfida, che si espone alla pernacchia e che invece può risultare esso stesso un liberatorio pernacchio. E la cosa apparentemente strana, quella cosa che accade a tanti educatori, operatori vari, volontari, amici normodotati è che un poco alla volta si incomincia a capire. Invece che provar pena o vergogna, si incomincia a ridere di gusto, invece che sentirsi in imbarazzo per un ruttino al bar ci si sente sollevati e si incomincia a ridere di chi è imbarazzato intorno a noi.
Tante volte ci viene da ridere proprio perché bisognerebbe, e sarebbe buona educazione, stare seri, o perché ridere non è pietoso, e magari si ride di più quando intorno a noi c'è un imbarazzato silenzio di compunzione e serietà.

Efesto, lo zoppo

Chi frequenta persone disabili immancabilmente possiede aneddoti e raccontini vari divertentissimi. Se il disabile stesso sfrutta sapientemente il suo deficit l'effetto è straordinario. Ricordo un gustoso episodio durante una trasferta della nostra squadra di calcio in carrozzina. Il portiere dell'albergo faceva difficoltà a rilasciarci le ricevute delle consumazioni al bar, ricevute di cui noi avevamo bisogno per aver diritto a dei rimborsi. Allora un nostro giocatore, con tetraparesi spastica dalla nascita, si è spinto vicino al portiere con la sua carrozzina e, con il suo modo di strascicare leggermente le parole, l'ha apostrafato duramente così: "Guardi che prima dell'incidente io facevo il finanziere, se lei non rilascia subito le ricevute chiamo un paio di amici e le faccio chiudere la baracca, ha capito?" Tutti noi atleti eravamo piegati in due dalle risate senza farci notare dal portiere che intanto era impallidito. Con mille scuse ha iniziato a batter cassa subito e da quel momento abbiamo avuto tutte le ricevute possibili e forse anche qualcuna in più.
Del resto Rosenkranz ricorda che gli stessi greci hanno intuito una connessione profonda tra comicità-bellezza-bruttezza, quando hanno raccontato di Efesto lo zoppo (disabile dunque) che con l'aiuto di una rete ha catturato Afrodite, la dea della bellezza e se l'è sposata suscitando le risa di tutto l'Olimpo.

La retorica dell'handicap

Parlare di mondo dell’handicap come "mondo più umano" può apparire un po’ retorico, si corre il rischio di comunicare una immagine un po’ troppo rose e fiori, almeno così mi ha fatto notare qualche collega educatore cui ho letto l’articolo prima di lasciarlo in redazione. E’ vero: il pericolo c’è. In qualche modo tutto può apparire retorico, in particolare tutto ciò che ha già una immagine poco variabile, fissa, come può essere l’immagine dell’handicap.
Il termine retorica si è costruito nel corso del tempo una accezione negativa. Quando si dice a qualcuno: "Sei retorico!", si intende: "sotto sotto al tuo discorso, infiorettato e forbito, non c'è sostanza". In genere sono i palloni gonfiati che fanno grandi discorsi retorici, cioè vuoti, inutili. Tornando al primitivo significato del termine, retorica è l'arte di fare discorsi persuasivi, arte tenuta in grande conto fin dall’antichità essendo una disciplina molto importante ed utile per chiunque facesse politica. Si dice che con l'avvento dell'impero romano le scuole di retorica che preparavano appunto gli uomini politici diventassero sempre di più scuole inutili proprio perché la politica veniva decisa dall'imperatore e non dal senato, non da una partecipazione vera alle scelte politiche. Esiste secondo me una retorica dell'handicap che è vuota proprio per questo, cioè non aiuta un inserimento del disabile nella politica, nella vita della polis, ma lo confina in ruoli ben definiti.
Da un lato quello dell'eroe tragico, nella versione arrabbiata (il disabile che lotta per i propri diritti), nella versione malinconica (l'angelo caduto dal cielo che anela disperatamente, cioè‚ senza speranza e senza reali possibilità, alla felicità); ultimamente anche nella versione trash, un po' cattiva, un po' moralmente malata, perversa e masochistica (mi viene in mente Rosanna Arquette nel film Crash di Cronenberg). Dall'altro quella dell'eroe buono, bambino e innocente (Forrest Gump?) o quella stessa che ho proposto io (faccio autocritica) del disabile eroe del pernacchio, il piccolo e debole Davide contro il potente sistema-Golia. Insomma a grandi linee la dicotomia bello-sublime che abbiamo analizzato in HP63. In entrambi i casi la retorica che cristallizza l’immagine stereotipandola rischia di essere quella imperiale, dove chi detiene il potere è una certa cultura subita dal disabile. Potrebbe, ripeto, diventare retorica anche il pernacchio di cui ho parlato precedentemente, se non si fa l'operazione successiva di tornare al confronto, al dialogo, alla vita in comune. Qualsiasi ruolo rivestito dal disabile evidentemente rischia di essere retorico se si sclerotizza in una funzione, per quanto utile. Si dice molte volte che è beata quella società che non ha bisogno di eroi ma di uomini normali, che non ha bisogno di uomini della provvidenza ma solo di persone consapevoli che quotidianamente si danno da fare per realizzare una società vivibile.

Ossimori e stereotipi

Vorrei analizzare in particolare tre figure retoriche tra loro del resto molto collegate, e che hanno a che fare con l'immagine dell'handicap: l'ossimoro, lo stereotipo e la metafora. Una figura retorica è la forma stilistica che mira ad ottenere una maggiore efficacia nel discorso.
Quando due termini opposti vengono correlati si crea un ossimoro: una gaia tristezza, una calma inquietudine, una notte lucente. Spesso la percezione che abbiamo delle persone con deficit si configura proprio come ossimoro soprattutto a causa di una presunta paradossalità del loro esistere. Un handicappato sportivo, che lavora o che si sposa, sembrano cose paradossali, tanti ossimori che ci stupiscono. Pensiamo solo alla carrozzina, una sedia che si muove, una cosa che dovrebbe star ferma, fatta per muoversi. L'esistere dell'handicappato presenta situazioni contraddittorie (vedi HP63). L'aspetto ossimorico del disabile possiamo accettarlo ed interpretarlo come sfida. L'essere dell'handicappato si configura allora come avventura, come storia la cui caratteristica fondamentale è il superamento delle difficoltà. L'uomo è attirato dalla sfida e dall'avventura; un romanzo come I promessi sposi (il titolo sembra proprio un ossimoro) in cui i protagonisti devono superare mille difficoltà finisce quando Lucia e Renzo si sposano. Crolla il nostro interesse, quello che accade dopo è ordinario, quasi inutile, noioso forse, insomma non vale la pena di raccontarlo. Fermarsi alla dimensione ossimorica significa stereotiparla, renderla luogo comune. Entrare nel mondo dell'handicap per accogliere la sfida (vedi l'entusiamo di molti volontari), per fare i conti con questo ossimoro può in un primo approccio andare anche bene. Poi però ci si accorge che se la sfida rimane sfida e l'ossimoro ossimoro allora (come per i promessi sposi se Don Rodrigo non morisse di peste) la storia romperebbe gli argini, diventerebbe un polpettone alla Beautiful, un succedersi di episodi e di puntate in cui le logiche sentimentali sono sempre le stesse. Entrare in un mondo al limite significa uscirne da un altro. L'unico modo per non evadere da nessun mondo è averne uno così ampio da inglobare tutto. La vera sfida diventa allora superare la sfida. Superare hegelianamente, cioè passare ad uno stadio successivo però conservando gli stadi precedenti senza rimuoverli.

Le metafore creative

In aiuto ci viene un'altra figura retorica che però può ridare dignità, può aiutarci a ritornare alla vera politica: la nostra capacità di fare metafore ovvero di inventare nuove analogie tra le cose, di connetterle sempre in modo diverso mettendo così in movimento il mondo. Il termine metafora viene dal greco metaphorein, trasferire, trasportare, e consiste nel trasferire ad un oggetto il nome proprio di un altro secondo un rapporto di analogia. La metafora si spiega con una similitudine abbreviata, ad esempio "la sera è la vecchiaia del giorno" presuppone la similitudine "come la sera sta alla fine del giorno così la vecchiaia sta alla fine della vita". In altre parole la metafora viene determinata da un connettere due termini grazie ad un terzo termine che li media, ad esempio "i cappelli d'oro" è una metafora che scaturisce dal fatto che "biondo" è un attributo tanto dell'oro che dei capelli. Esistono metafore stereotipate ma anche metafore nuove, imprevedibili, e di queste è piena la poesia. La caratteristica più importante che differenzia il vero poeta da un imitatore, da un epigono‚ è proprio la capacità di creare nuove metafore e in questo modo nuovi mondi, nuovi modi di guardare al mondo, nuove espressioni di quello stupore che accomuna tutti gli uomini quando guardano il mondo. Il mondo dell'handicap ha bisogno di poeti, di creatori di metafore che abbiano la capacità di vedere un unico mondo in cui handicap ed umanità sono parole collegate. La difficoltà è quella di creare collegamenti e metafore però tenendo presente che la diversità delle persone con deficit non va rimossa ma va valorizzata.

La forza della debolezza

Non c'è un intento buonista in questo, ma una logica già ampiamente sperimentata per esempio nell'arte del '900. Mi spiego meglio: per i greci essenzialmente la bellezza si configura come armonia, come interazione equilibrata e ordinata tra le parti fra loro e tra le parti con il tutto. Il brutto è disarmonico, senza forma. Nel nostro secolo la ricerca degli artisti ha portato ad una esplosione di varietà armoniche in tutti i campi artistici. Pietra miliare della musica cosiddetta contemporanea è il Trattato di armonia di Schoenberg nel quale si mettono le basi per una teoria della musica che senza necessariamente porsi in antitesi con la tradizione sente la necessità di innovarla per un preciso bisogno di ricerca di modalità espressive nuove.
Schoenberg si chiede "Perché‚ nel passato alcune note non potevano essere suonate insieme? Perché‚ il loro armonizzarsi era considerato cacofonico?". Pensiamo solo al fatto che accostare la nota Fa e la nota Si per i medievali "est diabolus in musica", crea una dissonanza infernale, da evitare assolutamente soprattutto in luogo sacro. Schoenberg scopre che non esiste un preciso motivo perché due note non possano essere suonate insieme e che ciò che veniva considerato armonico nel passato deriva essenzialmente dal fatto che ogni nota, avendo una certa natura, si sposa bene con le altre che hanno una natura simile. Il Fa suonato con il Do sta bene perché si crea un legame forte, una nota rimanda all'altra, si sorreggono a vicenda. Tra Fa e Si invece si crea un legame debole perché sono note le cui caratteristiche (esiste una spiegazione fisica del fenomeno che non è importante ricordare qui) non sono così compenetrate tra loro. Ma Schonberg appunto non ritiene che questo legame debole fra le note debba essere censurato. Anzi. La debolezza diventa una forza espressiva, l'accostare senza pregiudizi tutte le note crea delle possibilità formali nuove. La debolezza diventa una risorsa fondamentale che permette alla musica di percorrere delle strade nuove, di trovare nuovi linguaggi. Sulla superficie di Wimbledon ormai il tennis più bello da vedere è quello femminile. Nel maschile tutto è appiattito sulla forza, sulla velocità della pallina. La debolezza relativa del tennis femminile rispetto a quello maschile, permette alla logica del tennis di essere molto più varia, con più sfumature, gioco da fondo campo, eccetera. In quello maschile la forza uccide il gioco: lo scambio spesso è ridotto a battuta e risposta, il tutto in pochi secondi. Una estetica dell'handicap, della debolezza, della difficoltà non solo è possibile ma in un certo senso è già stata scritta ed anticipata dal cammino naturale dell'arte contemporanea.

Conclusioni

Spero che il piccolo viaggio nell'estetica dell'handicap, che quest’anno abbiamo fatto insieme, abbia dato qualche idea ai lettori di HP per riconsiderare la figura del disabile in termini diversi, abbia chiarito qualche meccanismo che opera sotto sotto. E’ un viaggio che naturalmente non finisce qui.
Mi preme solo risottolineare che non ho voluto dimostrare la bellezza dei disabili anche perché ciò non è possibile. Al massimo si può mettere in dubbio l'uguaglianza bruttezza-handicap tante volte data per scontata. La bellezza come ho detto più volte non si dimostra ma si sperimenta, si vive, e poi si esprime. Forse il mio è un invito a sperimentare e a vivere questa bellezza, che non è patrimonio esclusivo delle persone dsabili ma di tutti noi.
Ho voluto parlare di bellezza perché il "mondo dell'handicap" è stato molto spesso confinato in un ambito scientifico, medico, psicologico, pedagogico, eccetera. Sinceramente dopo un po' manca l'aria. Siamo abituati ad essere persuasi e quindi a dare priorità ad un discorso scientifico quando invece perdiamo di vista la persuasione della bellezza. Ripeto: l'estetica è un discorso filosofico sulla bellezza, non cattura la bellezza, non la dimostra, non la impone. Quando parlo di estetica dell'handicap non voglio compartimentarla, relegarla in un campo a parte. Purtroppo c'è già la scienza che suddivide la realtà in troppe sezioni, in ambiti separati, e lo deve fare se vuole essere di qualche utilità. Io sono di quelli che pensa che invece la filosofia non serva a niente, perché non è serva di nessuno. Per questo è molto utile.
Con chi si relaziona generalmente una persona disabile? Oltre che con la sua famiglia, con il medico, il fisioterapista, il volontario, l'operatore e per chiudere il cerchio con altri disabili. Il pericolo è che la disabilità della persona diventi il primo dato, per molti versi l'unico. Una cultura diversa dell'handicap, della vera integrazione, sta portando sempre più il disabile a confrontarsi con l'allenatore sportivo, con il collega, con la moglie o il marito.
Qui non è la disabilità ma è la persona che risalta, la sua capacità di rivestire più ruoli, di sperimentarsi in più campi. Quando ancora adesso c'è la necessità di sostenere che il calcio ad esempio non è terapia, che la prima finalità degli sport per disabili non è la terapia, è evidente che si combatte un certo modo di guardare al disabile appiattito sul suo deficit. Un giocatore di calcio in carozzina fa sport perché vuole fare sport. Lo sport ha una ragione in sé che non può essere ridotta ad altre categorie. Forse una categoria così vasta, alla quale possiamo ricondurre tante cose, anche molto diverse, è la Bellezza. Se guardando un gol in rovesciata nel calcio in carrozzina penso fra me e me:-"Bello!"- la ragione principale risiede in quello sport. Ma per comunicare questa bellezza ho tanti modi, uno di questi è stato scrivere questi articoli.

Parole chiave:
Creatività