Riabilitar e trasumanar

01/01/1999 - Marco Grana

Riabilitare soggetti svantaggiati nel nostro ordine sociale, già di per se’ alienante, non è semplice. Il paradosso di una metodologia riabilitativa nella riappropriazione della normalità, tra emancipazione dall’handicap ed obbligo all’omologazione. Intervista a Massimo Manferdini, educatore presso il Polo Handicap del Quartiere Borgo-Reno di BolognaChe cos'è per te la riabilitazione?
La prima cosa che mi viene in mente è chiarire cosa significa essere abili: a quanto ne so potrebbe essere la misura di una compatibilità con l'ordine sociale in senso lato. Penso che anche tutte le riabilitazioni di tipo fisioterapeutico oppure psichiatrico debbano avere questo fine. Mi viene da pensare che la riabilitazione sia un tentativo di creare delle opportunità affinché soggetti con difficoltà varie riescano a convivere con questo ordine sociale.

Dì qualcosa di questo ordine sociale.
L'essere abili è un problema generale, non solo degli handicappati: è un problema di tutti, perché convivere con una società così, con una quota di alienazione così grande non è semplice. L'aspetto che mi colpisce è questo, dell'alienazione, dell'essere separati un po’ dalla propria vita, e un po’ dal momento presente: per esempio, ci sono persone che vivono di film o di telenovelas, e la loro vita è completamente proiettata dentro queste strutture. Il paradosso diventa quello che non c'è interesse o coinvolgimento per le relazioni reali che li circondano. Questa è una forma di alienazione molto grande perché determina un contesto dove tutto concorre a separare la persona dalla sua esistenza e dal momento presente, spingendola a fantasticare ad avere sempre nuovi desideri da rincorrere e da soddisfare oppure inducendo a nostalgie verso un passato ormai addomesticato. In questo contesto essere abili a convivere in una società di questo tipo può presentare dei rischi anche grossi: nello stesso tempo c'è una tendenza sempre più grande (per esempio in autori come Redfield, La Profezia di Celestino) c'è una tendenza forte ma non troppo appariscente ad occuparsi della propria esistenza alla ricerca di un significato più profondo che non sia il far soldi o lo star bene, c'è un po’ di tutto.

C'è una specificità di questo problema nell'handicap?
Penso che ci sia, nel senso che ci troviamo a che fare con difficoltà particolari, anche se non è detto che queste difficoltà particolari siano sempre un ostacolo; tutti hanno difficoltà particolari, la peculiarità esiste, ma esiste per tutti, con gradi diversi in termini di gravità. Secondo me, il problema per tutti è di riuscire a non fantasticare, ad abitare il presente e a rimanere in contatto con la propria esistenza, è una cosa molto difficile che non tanti fanno, c'è la specificità, ma non è diversa da tante altre specificità.

Sono molto d'accordo con te sul fatto che ci sia un problema di abilità non scontata a vivere nel nostro mondo, e che questo problema sia di tutti. Vorrei, però, che ora tu facessi lo sforzo di qualificare in che cosa può consistere la specificità di questo problema nell'handicap, soprattutto in relazione alla tua esperienza.
L'esperienza di lavoro presso un centro diurno mi ha convinto che la riabilitazione richiesta a strutture come quella, che storicamente avrebbero dovuto rimediare ai guai combinati dall'istituzionalizzazione, finisce sostanzialmente per essere la richiesta di tenere lì delle persone non facilmente inseribili nell'ordine sociale, e tenerle lì senza dar troppo fastidio, non facendo troppi sforzi perché partecipino alla vita quotidiana. Di fatto la richiesta sociale si riduce a questo: l'esperienza mia è stata di reagire a questa richiesta sociale, non tanto per spirito di reazione, ma perché l'esigenza di queste persone era di non far parte di un ghetto, di avere una vita che comprendesse più contesti, non solo casa-centro, ma anche cinema, osterie, pizzerie, biblioteche, centri sociali, barbiere, negozi di abbigliamento, eccetera. Nonostante tutto, questo sforzo è minato alla base da come è strutturato il centro, nel senso che è una struttura dove l'handicappato va tutto il giorno, che non ha funzioni istruttive, e le funzioni educative gli sono riconosciute soprattutto sulla carta; di fatto la richiesta sociale non è quella di una maggiore autonomia di vita, ma semplicemente "tenetevi questi personaggi scomodi, prendetevene cura nel modo migliore, ma affari vostri, senza darci fastidio".
La riabilitazione era una impegno che il centro assumeva come suo impegno, certamente non una richiesta, nemmeno dalla Usl.
Il lavoro qui è una cosa complicata, perché il lavoro è più vario e con più utenti: se penso ai gruppi pomeridiani oppure a tutta una serie di casi di interventi individuali, mi pare che lo sforzo sia quello di dare possibilità e opportunità che diversamente non ci sarebbero, come, banalmente, l'accesso a un certo negozio, o a uno spettacolo, o la possibilità di riflettere su proprie esperienze esistenziali insieme ad altri. Lo sforzo è quello di garantire queste opportunità: in un certo senso questo riabilita. Probabilmente sarebbero utili anche figure di operatori sociali che facessero questo tipo di proposte anche a persone non handicappate.

Torniamo un attimo indietro e insisto sulla specificità nell'handicap. Cosa pensi dell'idea che la specificità del problema nell'handicap sia la sua forma paradossale? Nell'handicap c'è in un primo tempo il desiderio, la necessità di appropriarsi e di partecipare ad una normalità, a un ordine sociale dai quali si è emarginati, esclusi, alienati, per poi potersene emancipare, emancipandosi quindi anche dall'obbligo alla omologazione che è della nostra cultura (è un po’ l'analisi che Pasolini faceva del sottoproletariato delle periferie delle grandi città italiane, in opposizione alla borghesia).
Si tratta di una specificità che in realtà è generalizzabile ad altre situazioni, alla malattia mentale, agli immigrati provenienti da paesi poveri, alla tossicodipendenza, fatte le dovute differenze.
Penso che questo paradosso esista, che sia un prezzo da pagare nella riabilitazione degli handicappati, e in questo gioco non bisognerebbe perdere in termini di contatto con la propria vita, un contatto che molti altri non hanno.

Qui ritorna una cosa che dicevi en passant prima, e che volevo riprendere: non sempre l'handicap, o le difficoltà particolari, sono un ostacolo. Anzi sembrava che tu volessi dire che condizioni esistenziali particolari è come se spingessero sia chi le porta sia chi gli sta vicino ad una ulteriore ricerca, ad una ulteriore spinta alla crescita.
Sì, per la distanza dagli stereotipi: più sei distante dagli stereotipi culturali e più devi cercare. E poi dov’è una difficoltà e un limite, lì c'è anche una forza per superare quel limite. Questa è l'esperienza mia, nel senso che la difficoltà è nello stare in presenza di questa difficoltà particolare, che può essere un handicap o un'altra cosa, riuscire a starci insieme, abitando con queste difficoltà. L'handicappato come qualsiasi persona può trovare una strada...anzi ha di fronte il vero, non il verosimile e già questa è una cosa che non va perduta. Non bisogna gettare il bambino con l'acqua sporca.

Ho la sensazione che questo tipo di ragionamento incida fortemente sul posto che il Metodo e la Metodologia hanno nel nostro lavoro, perché metodo significa serie di passaggi definiti e ordinati, orientati a un certo risultato: il cosiddetto "come si fa". Nel nostro caso il lavoro di abilitazione o riabilitazione ha a che fare con un paradosso e con l'attribuzione di un certo significato al vissuto del limite, e ad una appropriazione del presente, e quindi del possibile, ma non di un oggetto definito e stabile. Come si configura, e dove si configura, secondo te, una metodologia riabilitativa che parta da questi assunti?
La risposta sta già un po’ nella domanda: se metodo ci può essere, è un metodo per compiere la prima parte, che è quella che attiene all'ordine del verosimile. Ci può essere metodo nel percorso di riappropriazione della normalità, nel rientrare. Per questo è possibile un metodo, ovvero immaginarsi una serie di passaggi successivi di acquisizione di competenze sociali, o di possibilità di movimento, oppure di capacità relazionali in senso stretto.
Per la seconda parte del percorso, che è quella che precede la prima, perché è la condizione di fatto, la condizione di handicap, ma anche la disarmonia col mondo che riguarda tutti, per quella che è attinente all'ordine del vero, il metodo non c'è. Ci possono essere delle intenzioni dei propositi, dei punti di partenza. Sono itinerari su una carta che sappiamo che potranno cambiare e non sappiamo come. E’ la prospettiva della ricerca, che non ha metodo: l'errore ha la stessa radice dell'errare, il metodo esiste ma viene costruito passo per passo, il metodo è non aver metodo. Per cui è possibile, è necessario ipotizzare un percorso strutturato metodologicamente per rientrare nella normalità, ma per l'altra parte...Comunque anche solo la riconquista della normalità è una cosa non disprezzabile!

Così ci siamo avvicinati agli aspetti operativi, in cosa consiste la tua pratica di riabilitazione?
Soprattutto la relazione, è lo strumento principale. Tra l'altro questi due momenti del paradosso che abbiamo descritto sono compresenti nel lavoro di riabilitazione, come giustamente nei paradossi. Da un lato l'aspetto normalizzante, per esempio nella visione dei film, che sta nel progetto che conduciamo a Bologna in via Podgora, al Circolo Pinguino Blu; c'è l'aspetto stereotipato, la presa di contatto con le richieste sociali dominanti insieme alla presa di contatto con la verità delle esperienze personali, dei vissuti esperienziali. Come sempre è così, aveva ragione Simon Weil: questa distinzione tra il piano del verosimile e il piano del vero non è possibile, sono mescolati e quindi è attraverso la discussione, il confronto, la relazione nel senso più ampio, su ciò che vediamo assieme da un lato, e sui comportamenti concreti dei ragazzi e i miei dall'altro, che cerchiamo di renderci abili a esistere...garantire a una persona un'intervento individuale di un educatore può essere l'opportunità che gli permette di riappropriarsi di spazi sociali di tutti , anche di cose molto semplici, anche di qui parte una metodologia di questo tipo, che poi per ogni persona ha le sue specificità (certi posti piuttosto che altri, certe cose, in relazione alla configurazione familiare, per esempio, cercando non risolvere problemi ma di stare nei problemi, stare in presenza dei problemi...
Il termine "problema" mi viene poi dalla impostazione metodologica del problem solving, che è un metodo che è inadatto al nostro lavoro, (è adatto per la prima parte, per la riconquista della normalità), ed è completamente inadatto per la seconda parte, per il contatto con il vero. Non c'è nessun problema da risolvere in questo orizzonte. Anche sul lato dell'educazione è la stessa cosa: per la prima parte ci può essere metodo, scienza, campo d'indagine, obiettivi anche se non in senso stretto, ma nel senso di attese di cambiamento comportamentale ma nella seconda parte, che è l'aspetto più esistenziale, davvero si tratta di un orizzonte di senso, e non di un insieme o di pratiche o passaggi successivi per arrivare a un fine... Mi ricordo un passaggio di Benjamin che mi è rimasto impresso, forse dal libro sul dramma barocco tedesco, in cui lui parla del rapporto tra ricerca e verità dove lui dice radicalmente che non ci può essere ricerca della verità e che la verità è sempre qualcosa che sorprende la direzione nella quale stai andando, cambia, non la puoi prevedere. La ricerca non è un procedimento ordinato per prove ed errori, ma un atteggiamento, una educazione dello sguardo, guardare in una certa direzione e aspettare. Se uno si educa all'attenzione quando la cosa è vera e si mostra la vedi, se no... non c'è altro.
In conclusione possiamo dire che concretamente il tempo della riabilitazione può essere occupato per rientrare o riconquistare gli spazi di normalità, il più possibile, però mantenendo viva l'attenzione non tanto a questo piano, non tanto alla verosimiglianza, ma alla verità, a cogliere gli elementi di verità che pure in questo percorso emergeranno. Anche se emergessero la paura, l'amore, la passione per l'altro, che è una passione paradossale, perché si va a cercare qualcosa che ti disconferma, e nello stesso tempo si sperimenta una forza che ti consente di sostenerla.

Pubblicato su HP:
1999/69