Sul grande schermo - Recitare se stessi, senza recitarsi

11/07/2011 - di Luca Giommi

“Castello Servizi” (Società Cooperativa Sociale ONLUS) produce corti cinematografici da dieci anni ormai e, nel 2006, per la terza volta si è aggiudicato il 1° premio al “Festival del Cinema Nuovo” di Gorgonzola (MI), concorso internazionale di cortometraggi che prevedano la partecipazione di disabili di comunità, centri diurni o residenziali e associazioni.
Proprio per la sua decennale pratica cinematografica, ci è sembrato interessante approfondire alcune questioni con il regista, Natalino Maggioni, che ha curato la realizzazione dei cinque lavori prodotti fino a ora. Ci sarebbe piaciuto raccogliere anche le risposte di alcune persone disabili della Coop. Castello che in questi anni hanno preso parte alla realizzazione dei film, ma per ragioni di spazio e tempo non è stato possibile.
Quello della Coop. Castello è un’esperienza tra tante, con caratteristiche proprie che non possono essere generalizzate e applicate ad altre. In generale, però, il mezzo-cinema viene sempre più utilizzato per scopi terapeutici o per creare la possibilità, per le persone disabili, di vivere esperienze impegnative, gratificanti e coinvolgenti.

Come è nata l’idea di impegnare la cooperativa e le persone che vi lavorano (disabili e normodotate) in attività cinematografiche? È un’iniziativa mutuata da altre esperienze italiane ed estere di cui siete venuti a conoscenza? È un’idea nata dagli stessi disabili?
L’idea di produrre dei film è nata insieme al “Festival del Cinema Nuovo” di Gorgonzola, al quale ci propose di partecipare il fondatore stesso, il dott. Romeo Della Bella. La prima edizione del festival e, quindi, il nostro primo lavoro, è del 1997. Il festival, al tempo, era ancora di livello regionale, adesso è un festival internazionale. La proposta del dott. Della Bella è stata accolta dagli educatori della cooperativa, e successivamente avanzata ai ragazzi disabili. Prima del 1997 avevamo utilizzato la telecamera per documentare alcune uscite residenziali o sul territorio in modo scherzoso e divertito. In realtà non erano semplici documentari, perché già inserivamo elementi di fiction.

Il visivo, le immagini, nel momento in cui vengono fruite, quindi da spettatori, hanno spesso un potere, una forza (evocativa, emotiva, sensoriale…) enormi, un potere anche “terapeutico” innato. Ma partecipare alla realizzazione di un film è cosa diversa. L’idea di realizzarne con persone disabili risponde a esigenze e scopi terapeutici? Se sì, in che senso questa attività può essere terapeutica? E a che livello la terapia funziona meglio: al livello dell’attività recitativa, a quello della partecipazione alla stesura della storia, della sceneggiatura o ad altri livelli ancora?
L’attività del nostro centro non è di terapia diretta. L’approccio alla disabilità è di tipo psicologico più che pedagogico; ovviamente, c’è il rispetto dell’età cronologica delle persone con disabilità. Quindi, il lavoro cinematografico non è stato pensato come attività terapeutica, ma come attività volta al benessere generale, che dia la possibilità alle persone disabili di esprimersi con la recitazione e di impegnarsi insieme per un progetto. Un’attività che sia gratificante: il piacere di (ri)vedersi sul grande schermo, l’opportunità di presentare il film all’esterno e di ricevere degli applausi. Aspetti tutt’altro che secondari, a nostro avviso.

Il film, il cinema, più di altre forme artistiche, è un prodotto culturale collettivo. La produzione di un film richiede tanti passaggi, la collaborazione di tante competenze e abilità, anche se l’avvento della tecnologia digitale può attenuare questa caratteristica del fare cinema. Le persone disabili prendono parte a tutti i livelli della creazione del film, o recitano solamente? E in che senso e in che proporzioni le loro diverse abilità aggiungono qualità e peculiarità al lavoro? O, meglio, cercate di evidenziare e far emergere in tutte le fasi della produzione la diversità, la molteplicità di queste abilità?
Le persone con disabilità che frequentano il nostro centro hanno deficit intellettivo grave o medio-grave, e non sarebbe semplice coinvolgerle in molti momenti della lavorazione del film. È comunque una scelta precisa quella di farli solamente recitare. Loro si esprimono nel ruolo e nell’attività di attori.
La sceneggiatura la penso io stesso.
Dal punto di vista tecnico, a volte per la post-produzione, i suoni, la colonna sonora e gli effetti speciali (utilizzati soprattutto in Ahia l’amore) ci rivolgiamo a collaboratori esterni. Nella cooperativa non c’è un laboratorio cinematografico, perché l’attività di produzione dei cortometraggi non rientra tra le attività ordinarie del centro. Noi lavoriamo sul film, e con l’attività cinematografica in generale, solo nel periodo necessario alla sua realizzazione.

Come si distribuiscono i ruoli, le parti nel film? Se non sbaglio, qualche attore torna più spesso in ruoli da “protagonista”. Che peso date alle capacità strettamente recitative nella distribuzione delle parti? Vi chiedo questo pur avendo notato che i vostri lavori sono molto corali.
Come dicevo, i soggetti dei cortometraggi sono pensati e studiati da me, e quando immagino i personaggi e le loro caratteristiche penso sempre alle caratteristiche e alle capacità dei ragazzi disabili che dovranno interpretarli. I soggetti, quindi, sono disegnati su di loro. Mi chiedo sempre come si avvicini un determinato ruolo nel film al loro “essere” nella vita di tutti i giorni. Molti li conosco ormai da tanti anni.
Ovviamente tengo presenti anche le loro capacità strettamente recitative, attoriali.
Dopo la stesura del soggetto, della sceneggiatura, c’è una riunione plenaria, alla quale partecipano educatori e ragazzi disabili. È l’occasione in cui io racconto il progetto e distribuisco i ruoli. È una situazione “animativa”, perché racconto il film quasi recitandolo.
Non facciamo delle vere e proprie prove prima della registrazione. Preferiamo lavorare direttamente sulla location, il giorno stesso in cui avvengono le riprese. La versatilità della macchina da presa mi consente di “non chiedere troppo” agli attori. La macchina da presa si può muovere, si può ripetere la scena, riprenderla da diverse angolazioni e con diversi accorgimenti tecnici, selezionare le scene migliori, lavorare molto in fase di montaggio.
Con il teatro, che abbiamo praticato precedentemente in cooperativa, tutto questo non si può fare. Aggiungo che il cinema, in un certo senso, esalta le capacità recitative di un attore.

Ho notato, ma potrei sbagliarmi, che la disabilità nei vostri lavori non è trattata come tema, cioè le storie tendono a non tematizzare questo argomento So che esistono tanti modi per parlare di diversità (la fantascienza spesso dice cose molto profonde e interessanti su questo, apparentemente parlando d’altro…), ma non mi sembra di riscontrarlo nei vostri film. È una mancanza che sentite come tale? È una mancanza che cercherete di soddisfare in futuro? È una precisa scelta stilistica e concettuale?
I nostri cortometraggi sono tutti comici, e l’obiettivo è che sia ogni singola scena e, quindi, il film nel suo complesso a divertire e muovere alla risata, e non le persone che recitano. Noi non vogliamo che siano le caratteristiche “intrinseche” alle persone disabili a far ridere, quasi a “costringere” a ridere. Piuttosto è creare film che risulterebbero umoristici anche se recitati da normodotati.
A contrario di tanti film che parlano di disabilità e diversità, alcuni dei quali molto noti e nei quali spesso è un normodotato che interpreta la parte di un disabile, il “Festival del Cinema Nuovo” richiede che le persone disabili facciano gli attori, facciano fiction, in prima persona, non raccontando temi e “problemi” legati alla disabilità, ma esprimendo tutte le loro capacità, comprese quelle recitative.

Volendo correggere la domanda precedente, forse emerge una costante nella visione che i vostri lavori offrono della persona con disabilità: cioè che sono persone che, come tutte le altre, desiderano, sono soggetti desideranti. Desiderano filmare (fare arte) e stupirsi (L’oggetto misterioso), desiderano scoprire (L’ultimo caso del Commissario Marsel), desiderano amare (Ahia l’amore), ecc. Questi temi, della scoperta, dell’arte, del sentimento… sono da voi pensati come correlati e riferiti all’“universo” della disabilità o, quando pensate a una storia, la pensate in termini più svincolati e generali?
Essendo una nostra volontà precisa quella di non voler tematizzare la disabilità, l’approccio alla creazione di film è ludico e vuole privilegiare il piacere di creare una storia di finzione, di fare questa cosa insieme, di realizzare qualcosa seriamente ma divertendosi. Per questo motivo non cerchiamo particolari risvolti o sottintesi allegorici a livello di contenuto e senso del film.

Partecipate anche ad altri festival cinematografici, ad esempio il festival “Cinemabili” di Genova o il “Les Pom’s d’Or” in Belgio? Se sì, ci sono differenze tra questi festival per quanto riguarda i contenuti e la qualità dei lavori richiesti?
Il festival “Cinemabili” ci ha sempre “snobbato”, forse perché non usiamo la pellicola. Abbiamo anche provato a spedire i nostri lavori a “Filmmaker” [festival di cinema non-fiction di Milano, N. d. R.].
Abbiamo partecipato, oltre che al “Festival del Cinema Nuovo”, a rassegne nate a cascata dal festival di Gorgonzola, come “Hollywood” di Brescia e “Rose e gorgonzola” di Rovigo. Ma sono rassegne, non concorsi cinematografici.

Per saperne di più
I titoli: L’oggetto misterioso (1997); Un matrimoGNo da soGNo (2000); L’ultimo caso del Commissario Marsel (2002); Rosso di rosa (2004); Ahia l’amore (2006).

Castello Servizi – Società Cooperativa Sociale Onlus
Via Carcassola 4
20056 Trezzo sull’Adda (MI)
Tel: 02/909.06.64 – 02/92.09.12.71
E-mail: coopcastello@libero.it
Sito: www.coopsocialecastello.it

 

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