RaiSport: SportAbilia

01/01/2005 - Lorenzo Roata

La testimonianza che porto è legata all’esperienza di giornalista/telecronista maturata negli anni in materia di sport per disabili dentro RaiSport, testata televisiva del Servizio Pubblico. Lo sport per disabili è sicuramente materia specifica, a ben considerare ancora più esposta al rischio del pregiudizio corrente, o peggio, a quello di un approccio compassionevole – atteggiamenti entrambi da eludere in partenza se si punta a una corretta comunicazione di fatti e notizie. “Deve essere difficile parlare di sport disabili! Ci vuole proprio un bel coraggio! Non sarà mica sport…”, sono solo alcune delle frasi che spesso si sono sentiti rivolgere quei giornalisti quotidianamente impegnati nel dare a questi argomenti l’opportuna considerazione. Di sicuro discorsi crudi; eppure all’interno del nostro stesso ambiente, fino a pochi anni fa, erano i più diffusi; discredito generalizzato che hanno vissuto sulla loro pelle anche autorevoli personaggi del settore. Lo stesso Phill Craven, presidente mondiale del Comitato Paraolimpico Internazionale, a suo tempo colonna della Nazionale britannica di basket in carrozzina, nella qualità di massimo grado IPC, si è sempre occupato in prima persona della vendita del “prodotto Paralimpiadi” ai network televisivi di tutto il mondo. In un’intervista ai Giochi invernali di Salt Lake City, egli mi raccontò che i primi a vivere nel pregiudizio, solo una decina di anni fa, erano gli stessi direttori delle televisioni. Costoro, nella maggior parte, rispondevano “no” cortesi ma senz’appello riguardo alla possibilità che lo sport per disabili fosse trasmesso in tv, asserendo che lo spettacolo offerto ai telespettatori sarebbe stato troppo duro all’occhio, finanche cruento, visione insopportabile.
Erano altri tempi; oggi per fortuna si registra una radicale inversione di tendenza cominciata con le Paralimpiadi di Seul (1988) in cui si tenne anche a battesimo la nuova bandiera paralimpica con le tre gocce coreane in campo bianco a significare spirito, mente e corpo in ideale parallelo con i cinque cerchi olimpici; un progresso che finalmente ha sancito la tanta auspicata pari dignità fra Olimpiadi e Paralimpiadi, fra CIO e IPC, parità addirittura conclamata a partire dalle ultime due edizioni dei Giochi: Sydney 2000 (trionfo del supremo concetto di paralimpismo per sensibilità tutta australiana) e Salt Lake City 2002.
È indubbio che la sinergia IPC/CIO (insieme al mastodontico piano di promozione e divulgazione attuato nei decenni dai capi del movimento paralimpico, fino all’ultimo degli organizzatori in ambito locale) ha contribuito non poco verso una maggiore visibilità dello sport per disabili; prime quelle nazioni che, per storia e tradizione delle politiche sociali, da sempre vantano un grado di coscienza civica altissima sulla generale questione della disabilità fisica e mentale. Il riferimento è soprattutto ai Paesi anglosassoni e, sempre in Europa, a quelli scandinavi (prima la Svezia), Spagna, Germania e Francia a ruota. Tutte comunità che, con medesima sentita partecipazione e con eguale risalto mediatico, hanno altrettanto compreso e affrontato la specifica questione della disabilità nello sport.
Nuova sensibilità, allora, e nuova soglia di attenzione che negli ultimi anni, in pari misura, hanno proficuamente percorso il nostro paese, al tempo stesso “obbligando” all’intervento i mass media nazionali, la Rai in particolare a partire dalle Paralimpiadi australiane.
Proprio in questo percorso, il palinsesto RaiSport apre nei notiziari e nelle rubriche spazi “ad hoc”, fino a produrre, nei giorni dell’evento, una trasmissione quotidiana di mezz’ora. Fin da subito esperimento felice, preziosa cassa di risonanza per le imprese e i risultati degli atleti azzurri nel segno dell’antagonismo più accattivante, compreso l’esplicito gradimento dei telespettatori: “semplicemente” si trattò di raccontare fatti e storie nella gioia della vittoria o nel dolore della sconfitta, quintessenza dello sport.
Alla luce della positiva esperienza, due anni dopo, Rai e RaiSport hanno ribadito il progetto di una trasmissione quotidiana in occasione delle Paralimpiadi invernali di Salt Lake City, un format che, sempre in coincidenza con i luminosi successi degli atleti italiani, ha di nuovo incontrato il gradimento del pubblico; nella successiva convinzione che l’effettivo ritorno riscontrato sull’utenza, in futuro, avrebbe potuto attirare anche sponsor e inserzionisti sulla falsariga di quanto già avveniva, e avviene tuttora, in altri paesi.
Una prima conferma in questa direzione (lo sport per disabili come potenziale veicolo pubblicitario) si è avuta nel 2003 con la  partenza di “SportAbilia”, un nuovo programma di RaiSport, una rubrica quindicinale prodotta dalla sede Rai di Milano:  si è trattato in partenza di un ciclo  sperimentale di quattro puntate in onda su Rai 2 alla domenica in seconda serata, dopo la “Domenica Sportiva”,  con dati di ascolto e di gradimento ben oltre le aspettative.
Anche in virtù di questi positivi riscontri, “SportAbilia” oggi, in edizione ordinaria,  è un  appuntamento consolidato nel palinsesto di RaiSport: rubrica quindicinale d’informazione al secondo anno in onda “in chiaro” nel Pomeriggio Sportivo del sabato. Agli inizi del 2004, al termine dell’Anno Europeo delle Persone con Disabilità, la trasmissione ha ottenuto il patrocinio del Segretariato Sociale Rai e,  progetto pilota , è stata ufficialmente presentata al Prix Italia (rassegna internazionale dei prodotti televisivi). In edizione straordinaria, “SportAbilia”, poi, è diventato appuntamento quotidiano durante le Paralimpiadi di Atene mentre, quest’anno, è in onda su Rai3 dal 15 gennaio, nel modo ormai consolidato del format quindicinale.