Quella volta che parlai con Orecchie a sventola del figlio che non ho

07/07/2011 - Massimo Falcone

Sono un potenziale papà, potenziale perché per il momento non ho una compagna e anche se l’avessi l’idea di diventare genitore mi farebbe tremare le vene dei polsi. Tutti ora mi dicono che la paternità è una cosa che ti cambia la vita in meglio, decisamente in meglio. La paternità è una cosa che va vissuta, ti dà una gioia che è impossibile descrivere.
Ci penso? Certo che ci penso, eccome se ci penso!
In quelle giornate nelle quali le “ragioni del cuore” hanno il sopravvento, mi ritrovo spesso a pensarmi genitore, alle cose da fare con il figlio, mio figlio, alle cose che potrei insegnargli: a camminare, a corrermi incontro, la prima volta in bici senza le rotelle... le cose del cuore, le cose che ci danno gioia.
No ho figli, un giorno potrei averne uno… e se il mio potenziale figlio avesse un deficit?
È una cosa molto strana non ci si pensa quasi mai, “le ragioni del cuore” vogliono solo il meglio, ma in fondo cosa vuol dire meglio?
Molti mi hanno detto che la salute è molto: “Spero che mio figlio cresca sano”… Ma un individuo con una disabilità non è mica per forza ammalato, conosco alcune persone disabili che godono di salute migliore della mia; e allora cosa ci aspettiamo dalla vita? Qualcuno, forse un pochino più coraggioso, mi ha detto: “Io spero sia normale!”.
… Spero sia normale...
E poi succede, ti ritrovi genitore. Ti occupi amorevolmente del tuo bambino fin dal primo giorno, canticchi melodie sul radioso futuro e fai il possibile per proteggerlo dagli eccessi delle persone, fino a quando, un paio di anni dopo, un medico ti spiega quello che in realtà tutti sapevano da tempo.

Quando l’indomani mattina si svegliò nell’armadietto, Orecchie a sventola udì una voce che piangeva. Si alzò e corse nella camera da letto dei genitori, dove meno di un’ora prima Bjork aveva dato alla luce una minuscola bambina cianotica. "Sì, sì,” aveva detto Askild non appena si era reso conto di essere stato defraudato di un altro figlio maschio, “lei non ci può fare niente”. Nell’arco degli anni adottò un atteggiamento nettamente discriminatorio nei confronti dei tre figli: “Voi due,” diceva spesso ai maschi, “dovete darvi una mossa, altrimenti sono legnate!”. Mentre per quanto riguardava la bambina, si limitava a dire: “Santo cielo, fa quello che può”. E quando era brillo, cosa che capitava spesso e volentieri, si sentiva traboccare il cuore e la prendeva in braccio imitando i suoi strani borbottii.
(Brano tratto da: Testa di cane di Morten Ramsland)

Il medico gli spiegò che la piccola era cerebrolesa, e che con ogni probabilità non avrebbe mai parlato. Dopodiché un vento gelido si insinuò nel suo cuore. Ma questo non significa che prese a trascurare la figlia: apparentemente non era cambiato nulla. “Non si può fare un solo appunto sul modo in cui l’ho tirata su,” disse molti anni dopo, “però ho sempre avuto un debole per i maschi”.
“Su, saluta come si deve la sorellina,” disse Askild sollevando Orecchie a sventola per fargli dare un bacio alla neonata.
“No, non voglio,” protestò Niels junior, ma il padre fu irremovibile.
“Forza,” brontolò, “dalle un bacio sulla guancia!”.
(Ibidem)
L’atmosfera magica era bel’e sparita e, mentre tornava a casa percorrendo le strade di Bergen insieme alla piccola Anne Katrine, Bjork capì che doveva occuparsi di più del figlio. Non potevano permettersi di perdere anche lui.
(Ibidem)

Bjork si destò, ordinò di mettere a letto i bambini e si trincerò sotto un’altra coperta, per poi abbandonarsi di nuovo ai sogni...
Nei trent’anni che seguirono, Bjork acquisì un terrore per le finestre aperte, un’attenzione maniacale per le correnti d’aria, un debole per le maglie di lana e un’ossessione quasi patologica per le sciarpe. “Ricordati la giacca, la sciarpa e attento a non prendere freddo,” raccomandava a turno a tutti i membri della famiglia quando stavano per uscire. Pezzo di ghiaccio, avrebbe bisbigliato Zanna. Io, invece, ho voluto interpretare la faccenda sotto un’ottica leggermente diversa: ossia, come un terrore del freddo, di quello che aveva sentito dentro di sé quando, nel 1954, il dottor Thor aveva formulato la diagnosi. L’indomani nessuno in famiglia notò qualche cambiamento nel suo modo di trattare la figlia: l’unica differenza palese rispetto al giorno prima consisteva nel fatto che, all’ora di metterla a letto, la canzone sul radioso futuro scomparve per sempre dal repertorio ma, guardando con gli occhi della zia grassona, vedo comunque un certo distacco, su cui non mi soffermerò oltre. Per contro, i cambiamenti della vita emotiva di Askild furono chiari a tutti: già la sera dopo si adoperò con tutte le forze per far camminare la figlia, e nelle settimane che seguirono provò con astio crescente a insegnarle a dire “papà”. All’inizio ottenendo come unico risultato il pianto, ma quando infine, all’età di sei anni, Anne Katrine cominciò a camminare e a sette pronunciò la parola magica “papà”, Askild considerò questi progressi un merito personale, anche se ormai aveva bel’e rinunciato a insegnare alcunché alla figlia.
(Ibidem)

Il libro mi capitò tra le mani per sbaglio. Non ricordo chi mi disse che non sei tu che scegli i libri, ma solo loro che scelgono te...A questa affermazione ho sempre sorriso e con una scrollata di spalle me ne andavo in libreria a scegliermi il libro che più mi piaceva.
Poi è successo che ho visto la copertina di Testa di cane e il libro mi è finito in mano, giuro che non io non ho fatto niente.
Inizio a leggerlo e devo ammettere che è proprio bello, mi rapisce e non posso far a meno che continuare la lettura. Poi arriva, arriva come un lampo e non posso far a meno che fermarmi, poggiare il libro e pensare.
Un figlio. Mio figlio con una disabilità! Ci penso per un po’ perché sono turbato, sono turbato e un po’ mi dà anche fastidio… Come è possibile? Lavoro nel mondo dell’handicap, lavoro in un posto che ha sposato un’idea di disabilità non come cosa negativa ma come una risorsa. Io ci credo, quando parlo di questa cosa mi infervoro, sono sicuro del fatto che una persona con un deficit sia uguale a un’altra normale, sono arciconvinto… Ma adesso ci potrebbe essere mio figlio e io non so più cosa pensare, la prospettiva cambia bruscamente e ho paura.
Cosa accadrà adesso nel rapporto con la mia compagna, è vero che la mia vita adesso non sarà più la stessa? Sarà vero che tutte le mie energie adesso saranno rivolte a mio figlio, a quel figlio che: “… la prima volta in bici senza rotelle”?
Per un po’ mi ritrovo a camminare per casa senza bene capire a cosa sto pensando.
Ho paura che l’affetto che dovrei provare per mio figlio possa risentire della presenza del vento gelido che ho nel cuore, e ho paura di arenarmi sulla spiaggia, nel perdermi cercando di dimostrare che mio figlio è normalissimo, proprio come succede al padre protagonista del nostro libro.
Sboccerà mai l’amore tra me e questa creatura? Comincerò mai a partecipare ai suoi giochi muti e lo porterò giù in strada con me, e come reagirò quando incontrerò gli occhi delle persone con le quali un tempo mi fermavo a chiacchierare sotto casa e ora se la filano sull’altro marciapiede?
Sinceramente non so darmi delle risposte e questo mi lascia ancora più stordito.
Forse, ha ragione il piccolo Orecchie a sventola, devo smettere di pensare e di ragionare troppo su questa faccenda, in fondo il trionfo vero arriverà solo quando i vecchi amici pian piano smetteranno di raggiungere l’altro marciapiede e prenderanno ad avvicinarsi per dividere le loro esperienze di genitore con me perché avranno capito che io non ho paura e che mio figlio è semplicemente normalmente diverso.

 

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Testimonianze-Esperienze