Quel che serve è un "handicap ben visibile a occhio nudo"

06/07/2011 - Alessandra Pederzoli

Un concorso di bellezza in tv. Fin qui niente di strano. Un concorso di bellezza che è un reality show le cui protagoniste sono ragazze disabili. È il grande successo della tv Olandese, capace di raccogliere il 25% dello share televisivo nel 2006. Ma non solo: un format acquistato da altri stati che nel 2007 ne faranno produzioni simili. La prossima annunciata sarà la televisione Britannica, che ha già dato notizia sul “Times” e sulla cui ambita conduzione già si vocifera; poi a seguire quella francese, tedesca e statunitense. Si tratta di “Miss Ability” e a sfilare sono sì ragazze in costume da bagno ma, condizione fondamentale per essere accettate dal programma, “con un handicap visibile a occhio nudo”. Condizione non di poco conto per capire che stiamo parlando di un reality quantomeno originale e curioso. Sono dodici le partecipanti, belle donne e belle ragazze, in carrozzina o con stampelle, che vestono abiti di alta moda e vivono ospiti in alberghi lussuosi e molto costosi, luoghi da favola. Ciascuna di loro è protagonista di un breve cortometraggio nel quale racconta la propria vita per narrare come sono state affrontate, e poi superate, le difficoltà. Una breve messa in scena che rende quasi cinematografica la vita di queste ragazze che devono poi essere votate da un pubblico di spettatori che, sulla base della visione di questi corti, scelgono e selezionano quelle che sono rimaste in gara, fino a proclamarne una come vincitrice assoluta. Il pubblico giudica proprio in base a questi filmati per valutare non solo chi ha raccontato meglio la sua storia ma anche chi si è dimostrata più forte e saggia nell’affrontare le traversie della vita. Opinabile poi se un cortometraggio sia in grado di rendere la forza con la quale una persona affronta e supera le difficoltà della vita. Del resto questo è il mezzo televisivo e questo lo strumento messo nelle mani del pubblico votante, non certo la conoscenza diretta e approfondita delle storie di queste dodici vite di donne disabili.

Il programma però si è rivelato un enorme successo, è stato ampiamente seguito e ha raccolto grandemente il favore del pubblico, nonostante le numerose critiche negative di esperti televisivi e non solo. Accuse di sfruttamento dell’immagine della disabilità a fini esclusivamente commerciali: donne belle ma disabili, utilizzate per fare share. Diverso è lo scopo proclamato dagli autori del programma che, invece, sostengono come obiettivo primario quello di valorizzare al massimo le ragazze per mettere in evidenza il loro entusiasmo e per far entrare la gente comune in contatto con la realtà che un disabile vive ogni giorno. In questa direzione va anche lo slogan del programma che si legge dalla brochure di presentazione: “Non avete mai sentito un fischio contro una donna in carrozzella? Non avete mai ascoltato un buu verso una bambina cieca. Se la risposta è no, questo programma, che rompe le barriere del moralismo e del politicamente corretto, vi mostrerà il modo per mettere fine a tutto questo”. Con questo slogan e con altre motivazioni dunque i produttori si difendono dalle molteplici critiche arrivate da più parti sostenendo appunto che il format del programma protegga l’immagine dei disabili, per far sentire queste persone assolutamente normali. Azzardano i produttori e vanno oltre per motivare il loro intento di voler mostrare l’ottimismo delle persone disabili. “Spesso i disabili sono considerati patetici e sono compatiti da tutti. ‘Miss Ability’ invece mostra che i disabili, a differenza delle persone senza problemi fisici, sono sempre ottimisti. Essi cercano di superare le loro paure, pensano positivo e desiderano essere trattati come tutte le persone di questo mondo”.

Dunque, vediamo: dodici belle donne disabili sfilano in costume in un concorso di bellezza, vivono ospiti negli alberghi più lussuosi e costosi dell’Olanda prima e della Gran Bretagna prossimamente, girano dei cortometraggi per raccontare la propria vita (ma soprattutto per avere il voto del pubblico) e questo è il racconto della loro vita quotidiana, per andare ad abbattere i pregiudizi della gente normale che non conosce la disabilità. Questo in poche parole l’intento dichiarato. Difficile poi trovare fondamento a queste affermazioni soprattutto quando si pensa che la quotidianità è ben altra. E non solo per quelle dodici ragazze che belle sono e disabili pure ma in questo caso è la seconda caratteristica che vince sulla prima. Una quotidianità falsata. Ma questa è la televisione probabilmente, e non le si può certo chiedere di essere reale nonostante la falsa copertura del reality. La realtà, lo sappiamo tutti, è ben altra. L’occhio della telecamera, per quanto sia bravo il regista, per quanto voglia essere osservatore silenzioso, non può essere presenza discreta a cui nessuno dà peso. Un occhio che non guarda ma osserva seppur negli ingranaggi meccanici e ora, digitali: osserva perché interpreta; osserva perché seleziona ciò che si vede da ciò che non si vede e non si fa vedere. Sorgono alcuni leciti dubbi dunque intorno al dichiarato intento di far vedere attraverso lo schermo la vita reale di queste ragazze. Evidentemente poco passa di quella realtà e di quella quotidianità.

Insomma sembra si tratti di un tentativo di spettacolarizzazione della disabilità che probabilmente ha poco a che fare con il reale e che non lavora certo a favore della conoscenza della persona disabile o della disabilità più in generale. Sappiamo come proprio la conoscenza sia un elemento fondamentale per abbattere pregiudizi, per costruire relazioni all’interno della società. Quando conosciamo qualcosa ci fa meno paura e, se ne siamo meno spaventati, ci risulta più facile aprire all’incontro. Questo è vero in generale: si pensi a quando non conosciamo una persona, difficilmente ci sentiremo a nostro agio se non rompiamo il ghiaccio e non cerchiamo di conoscerla. E quell’imbarazzo diminuirà sempre di più man mano che la conoscenza e la relazione si approfondisce. Questo è vero a maggior ragione per tutta una serie di situazioni che spaventano di più perché devianti dalla norma, come può essere la persona disabile che mette a disagio, o l’extracomunitario o il barbone o chiunque sia troppo diverso.
Quello che fa “Miss Ability” però è creare uno spazio piuttosto parallelo che con la realtà dei fatti ha ben poco a che vedere. E sembra quasi un passo indietro rispetto alle conquiste che il mondo della comunicazione di massa aveva, e in parte sta ancora compiendo, nell’ambito della disabilità. Sembra di essere ritornati alla persona disabile come “fenomeno da baraccone” che attira il pubblico e fa share, ma che sembra abbia poco da dire, in realtà. Si dice che uno degli obiettivi di una comunicazione positiva sia il fatto che sia la persona stessa a raccontarsi; è la persona che, disabile o non disabile che sia, assume la responsabilità di ciò che porta sullo schermo, senza andare però a caccia di voti.
Una vita di conquiste che diventa un racconto per raccogliere un voto. Un cortometraggio e un costume da bagno per tenere sul video gli occhi del telespettatore che, con il telefono in mano pronto per votare, sta a guardare incuriosito. E ciò che incuriosisce, checché ne dicano gli autori, non è tanto la vita combattuta di questa gente ma è proprio la stranezza della trovata televisiva e la curiosità di un mondo diverso che entra in scena. Ma questa, cari autori, non è la quotidianità e tanto meno è capace di rendere la normalità di queste dodici belle ragazze, la cui bellezza, che dire se ne voglia, passa certo in secondo piano. Perché in quel contenitore sono prima di tutto delle disabili che possono anche essere miss ma…l’importante è che abbiano “un handicap ben visibile a occhio nudo”.

 

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Comunicazione