Quando la vocazione è del disabile

01/01/1995 - Stefano Toschi (*)

E' importante far prendere coscienza alle persone con deficit del loro ruolo nella comunità cristiana e civile, e per far questo è necessario aprire una discussione non marginale sulla vita spirituale dei portatori di deficit fisico o psichico/mentale, nonché sulla loro possibilità di accedere alla catechesi e alla vita sacramentale.

La fede aiuta a comprendere che la buona notizia, in rapporto all'handicap, è prima di tutto sentire che Dio è presente nella storia di ciascuno e che fa di tutto per la nostra felicità; che è il Dio vivente e che, affidandoci a Lui, i problemi perdono la loro carica di ansia e paura. La paura dell'handicap, la paura di non essere come gli altri, può essere superata perché di fronte a Dio ognuno ha il suo valore e non ha più senso distinguere fra "normale" e "handicappato".

Una spiritualità diversa

Vi è una spiritualità delle persone con deficit. Essa non è totalmente diversa dagli altri modi di rapportarsi a Dio, ma ha alcune peculiarità dovute alla situazione specifica. Il deficit fisico o mentale è una situazione oggettiva che ciascuna persona vive in maniera soggettiva. Questo vuol dire prima di tutto che soggettivamente il fatto di avere un deficit può essere accettato o rifiutato: questa è l'alternativa spirituale di fondo, che dal punto di vista cristiano corrisponde al credere o al non credere nel Vangelo del Figlio di Dio incarnato, crocifisso e risorto.
Il Vangelo non è certamente riservato agli handicappati o ai sofferenti: la fede fa comprendere che il fatto della croce ha una portata universale, molto più vasta del problema specifico dell'handicap. Non è opportuno considerare i disabili dei piccoli santi crocifissi, quando tutti abbiamo le nostre croci da portare. Il Vangelo non è un manuale di assistenzialismo.
La peculiarità principale della situazione di disabilità rispetto alla vita "normale" sta nel fatto che in essa la finitezza umana è evidente, e non è possibile dimenticarsela o nasconderla, anche se è sempre possibile rifiutarsi di accettarla. Io ho trovato che il Vangelo aiuta ad accettare il deficit, perché vi leggo che Dio stesso ha scelto di farsi "handicappato" per salvarci (cfr. Fil 2,5-8). Infatti il Figlio ha rinunciato alla sua gloria divina e si è fatto uomo, nascendo in un piccolo paese dal quale, secondo le Scritture, non sarebbe mai venuto niente di buono; questo era proprio un handicap per un messia degli Ebrei... (cfr. Gv 1,46; 7,52).
Questa scelta di Dio incarna una logica presente in tutta la Bibbia, secondo la quale Dio sceglie di avvalersi della collaborazione delle persone più deboli e svantaggiate. Pensiamo a due grandi servi di Dio come Mosè e San Paolo: il primo, benché avesse vocazione di profeta, era "impacciato di bocca e di lingua" (V. Es 4,10-16); il secondo soffriva di una imprecisata malattia che la mentalità contemporanea considerava una maledizione divina (cfr. 2 Cor 12,7-10; Gal 4,13-14). La storia della salvezza, come la Bibbia ci mostra, è affidata da Dio a uomini e donne che a prima vista sembrano personaggi di secondo piano, quando non addirittura oggetti passivi della cura dei più "fortunati" (V. Sal 117, ma in concetto è presente in tutta la Bibbia).
Queste riflessioni teologiche non sono astratte rispetto alla tematica del deficit e dell'handicap nella comunità ecclesiale. L'obiettivo è quello di mostrare che gli handicappati nella Chiesa non dovrebbero considerarsi né essere considerati oggetti di carità, ma soggetti insieme a tutti gli altri fratelli. Purtroppo è ancora diffuso un atteggiamento pietistico, che passa per cristiano ma in fondo non lo è. Il Vangelo infatti non distingue fra "handicappati" e "normali", ma fra chi accetta di essere salvato per fede e con amore e chi non lo accetta.

Il deficit e la vocazione

Questa scelta fondamentale, se si opta per l'accettazione, dev'essere seguita da un cammino di fede che impegni tutta la vita, perché l'aver optato una volta per l'accettazione non ci rende automaticamente santi. Spesso i portatori di deficit vengono "canonizzati da vivi", ovvero ammirati e toccati come reliquie viventi... Ma così si ostacola il loro sviluppo spirituale. Si crede infatti che i disabili in quanto tali non abbiano bisogno di sviluppo spirituale, perché "tanto, poverini, il Signore li accetta così come sono". Il che è verissimo, ma vale per tutte le creature, da un altro punto di vista. Inoltre, si può rovesciare la questione: i disabili accettano il Signore così com'è?
Il cammino di fede può portare a una determinata scelta di vita: matrimonio o vita consacrata. Questo è il problema dei sacramenti sociali. In effetti non si parla quasi mai del sacramento del matrimonio o di quello dell'ordine per le persone con deficit, ma nemmeno di vita consacrata in relazione a queste persone; così si soprassiede anche ad un serio discernimento vocazionale. Comunemente si ritiene che gli handicappati vadano dissuasi dal contrarre matrimonio o dal voler accedere agli ordini sacri, o ancora dall'intraprendere la vita consacrata. Ma in questo modo il loro ruolo all'interno della comunità cristiana e civile rimane sospeso. Perciò prima di dissuadere le persone handicappate da un qualsiasi cammino vocazionale è bene compiere il discernimento dovuto, mettendo sulla bilancia anche i pro e i contro derivanti dalla non perfetta condizione fisica del soggetto interessato, e chiedendosi quali siano le reali esigenze della comunità. (con la collaborazione di Andrea Govoni e Mario Mansuelli)

(*) Responsabile del Progetto denominato "Beati noi", attivo dal 1990 presso il Centro Documentazione Handicap dell'Aias di Bologna

 

Pubblicato su HP:
1992/11
Parole chiave:
Chiesa