Informazione sociale - Quando la disabilità non è annunciata

11/07/2011 - di Valeria Alpi

La scorsa stagione cinematografica è stata contraddistinta da un film italiano che ha vissuto un grande successo di critica e di pubblico. Il film è La ragazza del lago, di Andrea Molaioli, liberamente tratto dal romanzo Lo sguardo di uno sconosciuto della scrittrice norvegese Karin Fossum. Esistendo già su “HP-Accaparlante” una rubrica di cinema, non si vuole, parlando di informazione sociale, descrivere il film in senso stretto. Merita attenzione, invece, il modo in cui, del film, si è parlato attraverso i mass media. Trattandosi di un film giallo, ovviamente gli articoli di giornale apparsi nei giorni successivi alle prime proiezioni, e anche le varie recensioni che ancora oggi si trovano su Internet nei maggiori siti dedicati al cinema, non potevano e non possono svelare completamente la trama. Prendiamo due articoli come esempi.
Roberto Nepoti, su “la Repubblica” del 14 settembre 2007, scriveva: “Un giallo che ha da dirci molto di più sui delitti della provincia italiana dei cento servizi televisivi sull’ennesimo, ‘inspiegabile’ delitto di paese. In una località di montagna, il corpo di una bella fanciulla è ritrovato ai bordi di un lago. I primi sospetti cadono sul fidanzato; ma per il commissario Sanzio, poliziotto taciturno e tormentato appena trasferito al Nord, le cose non sono così semplici. Soprattutto quando si apprende che la giovane aveva una neoplasia cerebrale e che un bimbo, affidato alla sua custodia, è morto in circostanze mai chiarite. Si intravedono ombre prestigiose dietro le immagini del film di Andrea Molaioli, già collaboratore di Nanni Moretti: quella di Friedrich Dürrenmatt, soprattutto per il soggetto; quella di Georges Simenon, per la rappresentazione della provincia e dei suoi sepolcri imbiancati. Però il merito de La ragazza del lago è di non imitare nessuno; personaggi e ambienti sono molto italiani, molto contemporanei nel loro egoismo, nell’indifferenza, nel potenziale di violenza verso i più deboli e indifesi. Così, i presunti mostri si rivelano innocenti, scambiandosi il ruolo con la parte perbene, agiata e rispettata, della comunità”.
Su “Il Messaggero” del 3 settembre 2007, Leonardo Jattarelli commentava: “Un caso misterioso, una scomparsa, poi il ritrovamento del cadavere di una ragazza sulla sponda di un lago in un piccolo paese del Friuli. Uno dei tanti gialli insanguinati ai quali la cronaca ci ha abituati e dei quali i media si nutrono ogni giorno, con voyeurismo spesso, con accanimento. In La ragazza del lago, film d’esordio di Andrea Molaioli applaudito in concorso alla Settimana della critica ieri alla Mostra del cinema, ciò che manca è invece proprio il contorno mediatico e la pellicola prende il sapore di certi racconti alla Simenon. ] Una storia con diversi sottinsiemi (quello su tutti del rapporto tra il commissario e una moglie in crisi) e che in qualche modo, come sottolinea Servillo, rappresenta una sfida personale: […] ‘Volevo restituire il disorientamento nei riguardi delle responsabilità familiari, il pudore di fronte a certi fatti tragici evitando lo show dei sentimenti cui siamo stati abituati dallo scandalismo mediatico. Uno dei pregi del film è proprio che evita di sbattere il mostro in prima pagina. Qui l’umanità vince su tutto’”.
Articoli tutto sommato simili, generici, e nello stesso tempo allettanti per andare a vedere il film. Un film presentato, lo ripetiamo, come film appartenente al genere giallo. Anche il tam tam che circolava in quei mesi tra i vari spettatori si soffermava solo sul fatto che si trattava di un giallo molto ben riuscito, con un ottimo cast.
Devo ammettere che non amo particolarmente il genere giallo, ma sono contenta di essere andata al cinema a vedere questo film con le aspettative di un film giallo. In questo modo tutto quello che ho visto è stata una sorpresa: non sarò certo io a svelare la trama se per caso qualcuno ancora il film non l’ha visto, ma la storia è costellata di personaggi disabili, che spesso non intervengono neppure nelle vicende dell’omicidio, e restano solo come contorno generico per caratterizzare i vari personaggi. C’è il pazzo del paese, c’è il padre del pazzo che è in carrozzina, c’è la moglie del commissario che ha una malattia degenerativa, c’è la vittima che ha una neoplasia che l’avrebbe portata all’invalidità, c’è lo stesso commissario che ha una dermatite atipica che gli procura vari handicap… E c’è una famiglia, che con assoluta sobrietà mostra quanto è difficile a volte convivere con la disabilità.
La disabilità è quindi trattata non in contesti dedicati alla disabilità, ma semplicemente come fattore che può esistere in alcune famiglie di un paese o di una città, senza che per questo la vicenda venga necessariamente a intrecciarsi con essa. Esemplare, tra tutte, la scena in cui il commissario chiede all’uomo in carrozzina se il furgone è il suo, e l’uomo risponde: “Certo! Non ha visto che è adattato con i comandi di guida al volante?”. Esemplare perché viene finalmente reso pubblico che anche la persona in carrozzina può guidare, e che esiste una patente speciale con degli adattamenti per chi ha qualche deficit, e che questi adattamenti non sono poi così introvabili o fuori dal mondo. Il tutto raccontato in maniera perfettamente normale, come se a qualsiasi altro “normodotato” in qualsiasi altro film giallo o film generico venisse chiesto: “È sua quella macchina?”.
Ma la cosa bella è che i mass media, nei vari mesi, non hanno mai descritto quanta disabilità ci fosse nel film. L’essere inserito nel genere giallo ha preservato il film da tutto il pietismo o eroismo che contraddistingue i commenti di film sulla disabilità. Se si sa già che si va a vedere un film sulla disabilità, si è già portati a vedere il tutto con occhi diversi. Quando invece la disabilità non è annunciata, essa entra in scena in maniera talmente sobria che non si rimane turbati dalla diversità. O impietositi da essa. O costretti a pensare: “Però! Che coraggio”. E la cosa ancora più bella è che quando la disabilità in un film non è annunciata, è proprio la volta che la disabilità è raccontata bene.

 

 

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Cultura, Tempo libero