Quando è l’uomo a decidere di affrontare l’ostacolo

01/01/2001 - Claudio Cantù

"L'handicap nello sport o lo sport nell'handicap" era il sottotitolo del primo convegno organizzato nel 1996 dal Coordinamento Sport Handicap di Bologna. Questa frase doveva aprire ed evidenziare una serie di problematiche da affrontare in quella sede. Per molti ha avuto l'effetto di un sasso nell'acqua, provocando una reazione che ha condizionato il lavoro che in seguito è stato portato avanti.
Quella frase evidenziava una distanza ed una separatezza tra il mondo sportivo e la realtà dell'handicap, sollecitando la definizione di un rapporto anche se in chiave problematica. Quel convegno, nelle valutazioni fatte a posteriori, ha dimostrato la necessità di rivedere concezioni e luoghi comuni che condizionavano la presenza delle persone con deficit nelle realtà sportive. Apparentemente per molti la questione sottoposta non aveva soluzioni; troppo diverse le realtà e quindi non confrontabili. Da una parte la valorizzazione delle abilità dell'individuo per l'ottenimento di un benessere, di una gratificazione attraverso il confronto, l'applicazione di regole e parametri precisi. Dall'altra l'handicap che sfugge a definizioni e confini, un mondo popolato da persone che in quanto menomate sfuggono alle categorie precostituite e che vivono come unico riferimento la malattia. La diversità, l'anormalità, non si misura e diventa infinita, facendo saltare ogni suddivisione precostituita: le persone non sono né uomini, né donne, né intelligenti o stupide, né tantomeno atleti, sono handicappate.
Possiamo aggiungere a sostegno di questa visione alcune suggestioni dell'immaginario collettivo che vorrebbe l'atleta come emblema e sintesi della perfezione, della bellezza, dell'abilità, mentre invece l'handicap evocherebbe tutt'altre immagini.
Se scalfiamo anche solo leggermente la crosta che imprigiona l'intelligenza e che fissa queste definizioni, ci accorgiamo che non c'è nulla di più falso. È interessante comprendere che la vicinanza e le affinità tra il mondo dello sport e della disabilità non sono dettate da concezioni o impostazioni intellettuali, bensì dalla lettura e dalla conoscenza stessa dei due ambiti. L'unica capacità intellettiva richiesta per giungere a queste conclusioni è la disponibilità a rovesciare alcuni termini della questione, come avviene nella camera oscura di un apparecchio fotografico per restituire un'immagine fedele del soggetto inquadrato. Noi abbiamo due soggetti da inquadrare: il mondo sportivo e quello della disabilità.

L'individuo, l'obiettivo e il contesto

Se tralasciamo l'immagine patinata e consumistica dei media, che vogliono le discipline sportive come passerelle per campioni in cui identificarsi, dobbiamo constatare che lo sportivo è alla ricerca di benessere attraverso l'utilizzo e lo sviluppo delle proprie abilità nel confronto con sé stesso e con gli altri. L'atleta si propone di superare continuamente barriere avvicinandosi ed imparando a conoscere e gestire i propri limiti. Che una disciplina venga praticata a livello agonistico o amatoriale o per diletto, i fattori da considerare sono grosso modo: l'individuo con la propria abilità e determinazione, l'obiettivo che si vuole raggiungere con i relativi ostacoli da superare, ed il contesto in cui si agisce fatto di regole e persone.
Stiamo cercando di mettere a fuoco l'immagine dell'attività motoria, sportiva e della realtà dell'handicap per capire che compatibilità c'è tra "disabile ed atleta". Non è difficile accorgersi che, paradossalmente, dei tre fattori considerati per descrivere le due realtà almeno un paio possono essere interscambiabili.
Le due persone (il disabile e il non-disabile) che stiamo cercando di scoprire usano le stesse risorse, cioè le proprie abilità, facendo leva entrambi sulla determinazione personale: sono lo stesso individuo. Condividono anche un obiettivo che potrebbe essere lo stesso, perché è posto ai confini dei "propri" limiti raggiungibili attraverso il superamento di ostacoli. Verrebbe da dire a questo punto che è avvantaggiata la persona con deficit, in quanto per tutta la vita è abituata a sfruttare al massimo le proprie potenzialità, non deve scoprirle in allenamento! Per quanto riguarda gli ostacoli da superare, le barriere quotidiane sono sicuramente una "palestra" inevitabile.
I due mondi che inizialmente potevano apparire così distanti sono ora molto più vicini, anzi sembrerebbe addirittura superflua la domanda: deve essere lo sport a penetrare nel mondo dell'handicap o il contrario? Perché l'individuo, nel momento in cui svolge una determinata attività, in questo caso sportiva, deve potersi scrollare di dosso gli elementi di cui non si avvale. Lo sport di per sé concede questa possibilità, perché separa le dis-abilità valorizzando le abilità. La persona in tuta da ginnastica è un giocatore, un atleta, non un disabile, la carrozzina o l'ausilio utilizzato nella disciplina prescelta non è fattore discriminante riconducibile all'handicap, ma elemento proprio dello sport praticato. In palestra noi non vedremo mai dei disabili in carrozzina che giocano a basket, ma degli atleti che giocano a basket in carrozzina!
Si è accennato alla possibilità di disgiungere le dis-abilità; ovviamente questo può avvenire solo nel contesto sportivo, e deve essere chiara la differenza tra un'esperienza sportiva, anche se non necessariamente agonistica, ed un percorso terapeutico riabilitativo. La riabilitazione deve occuparsi della dis-abilità, lo sport delle abilità. Le competenze e le risorse da mettere in campo sono molto diverse, ed una demarcazione dei due ambiti è necessariamente il primo passo per avvicinare le persone con deficit alle potenzialità che l'attività motoria e sportiva offrono in termini anche di benessere psicofisico.
Dei tre fattori considerati; l'individuo, l'obiettivo ed il contesto, resta il terzo da analizzare per verificare l'assonanza tra sport e disabilità. Il contesto come insieme di regole, di organismi, di strutture che sovraintendono allo sport in generale rischia di apparire come anello debole della catena. Il contesto ambientale in cui si opera risente ancora troppe volte di un'impostazione arcaica, in cui la separatezza tra sport e handicap è incolmabile: discipline sportive non riconosciute ufficialmente, organismi competenti differenziati, impiantistica non accessibile (meglio: accessibile allo spettatore, ma non all'atleta), manifestazioni separate.

Il vero spirito sportivo

Fortunatamente i segnali che registriamo ci indicano che la situazione si sta evolvendo positivamente. Non potrebbe essere diversamente, se si è disposti a finalizzare le regole all'inserimento anche del diverso o più semplicemente alla registrazione delle novità, delle nuove esperienze. Non si tratta di richiedere azioni "buoniste" di accoglienza nel mondo ufficiale dello sport; semplicemente di immaginare il contesto sportivo arricchito dalla presenza di nuove discipline e di nuove risorse umane. Perché nuove discipline? Perché le discipline sportive non vanno intese come rigide griglie attraverso le quali solo alcuni possono passare per avere accesso all'"Olimpo". Ad ogni edizione dei Giochi, per esempio, vengono inserite addirittura nuove discipline, modificando o ridefinendo le norme che servono a definire le stesse. Allo stesso modo potrebbero avere diritto di cittadinanza le diverse attività adattate.
Uno degli argomenti che vengono frapposti allo sviluppo di queste riflessioni riguarda la presenza e la funzione degli ausili. Ancora una volta si cerca di introdurre un elemento di diversificazione: si cerca di evidenziare la differenza tra il gesto atletico compiuto dalla "macchina" umana e quello compiuto con il supporto di ausili. Un'argomentazione simile ci aiuta enormemente a comprendere che lo sport è una realtà dove la disabilità è addirittura quasi prevista e codificata, perché quando si richiede di utilizzare le abilità di una parte del corpo molte volte si limita e si disabilita l'uso di altre parti. Questa potrebbe sembrare una interpretazione forzata, mentre invece è sicuramente più lineare la comprensione della presenza degli ausili nello sport indipendentemente dalla presenza di handicap da superare. Sono gli ausili che caratterizzano le diverse discipline; ne troviamo di tutti i tipi. Non sono ausili ruote, bastoni o racchette che prolungano le capacità degli arti? Per eseguire il salto con l'asta non è indispensabile un ausilio?
Queste riflessioni o suggestioni probabilmente non risolvono le importanti problematiche che tutto il mondo dello sport ha di fronte per riuscire ad interpretare al meglio le esigenze e le domande degli strati sempre più ampi di popolazione che vi si avvicinano. Ci debbono comunque servire per scalfire vecchi luoghi comuni e false convinzioni che non avendo capito il vero spirito sportivo, la vera essenza dello sport, ne travisano le interpretazioni danneggiando non una categoria di persone, ma lo sport stesso. Le problematiche da affrontare sono sicuramente molto più vaste, ma noi sappiamo che nello sport è possibile a tutti confrontarsi, mettersi in discussione, soffrire e gioire, e ci vogliamo adoperare perché questo venga offerto con le stesse possibilità ad ognuno. Sappiamo, e lo sa chiunque abbia praticato una disciplina o si sia divertito in un campo da gioco anche per pochi momenti, che in quei momenti ci si spoglia di tutte le differenze, non si riconosce nell'altro un ceto sociale diverso, una professione o altro, ma semplicemente l'atleta che si sta impegnando. Questo forse non avviene ancora nei confronti dell'handicap.
La pratica sportiva, invece, è l'esperienza che per definizione elimina barriere costruite tra uomini, imponendo di confrontarsi tenendo unicamente conto delle regole sportive; questo ha permesso di anticipare il superamento, nella storia anche recente, di divisioni etniche, razziali, belliche, ecc. Se ancora ci accorgiamo che esiste una barriera costruita sulla confusione e sulla incapacità di misurare e comprendere la dis-abilità, vogliamo immaginare e partecipare all'abbattimento di questa ultima barriera.

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