Progetto Calamaio e sport

01/01/2001 - Roberto Ghezzo

Il Progetto Calamaio è un'equipe di animatori diversabili e normodotati che opera nelle scuole di tutta Italia dal 1986. Grazie soprattutto ad uno dei nostri colleghi, Alberto Fazzioli, abbiamo iniziato sei anni fa a realizzare percorsi educativi nelle scuole che prevedono lo sport come momento centrale.
Le finalità del Progetto Calamaio (attraverso l'incontro diretto tra i bambini e gli animatori diversabili educare alla diversità come vantaggio e occasione di arricchimento, comunicare l'immagine della persona handicappata non come mero oggetto di assistenza e carità ma soggetto attivo e promotore di cultura) sono certamente molto importanti, e lo sport è qualche cosa che manda in fibrillazione, interessa tutti, accende la fantasia. Unire i due temi, handicap e sport, crea quella scintilla che dà una luce nuova ad entrambi.
Ricordo ancora quando in una scuola del maceratese, un po' per caso, io e Alberto abbiamo "improvvisato" una partita di calcio in carrozzina con i bambini di una classe elementare che stavamo incontrando. È nato così, in una pausa della ricreazione, mentre alcuni bambini mangiavano la merenda e noi non sapevamo bene che fare, uno dei percorsi credo più riusciti della nostra storia di animatori. Abbiamo verificato subito, pallone al piede, quanto potesse essere divertente e significativo l'incontro diretto tra l'animatore diversabile e i bambini attraverso il gesto spontaneo di giocare, di muoversi insieme, di fare sport. Abbiamo intuito subito che si materializzavano, si concretizzavano tutti gli obiettivi che ci proponevamo, attraverso due strade principali: da un lato il connettere l'handicap al divertimento, saltando a piè pari l'immagine negativa che la persona con deficit si porta dietro, dall'altro l'individuare come fondamentale in ogni sport la categoria della difficoltà, dell'handicap.
Già in macchina, tornando a casa, con Alberto si discuteva di creare un percorso educativo incentrato esclusivamente sullo sport. Era logico partire da una esperienza più che consolidata come il calcio in carrozzina, non solo perché Alberto ne era stato uno dei fondatori a Bologna, ma anche perché questa disciplina ha in sé quella cultura dell'integrazione tra persone normodotate e diversabili che esemplificava così bene quello che volevamo dire ai bambini (vedi scheda tecnica sul calcio in carrozzina pubblicata in questo HP).

Il percorso

Abbiamo così iniziato a proporre alle scuole, soprattutto elementari dalla classe terza alla quinta, un percorso che si strutturava in tre incontri.

PRIMO INCONTRO. Dedicato alla conoscenza tra i bambini e gli animatori diversabili del progetto. È un momento molto delicato del percorso, perché entrare con le carrozzine in classe crea sempre un po' di tensione emotiva, caratterizzata da imbarazzo, curiosità, qualche volta anche da un po' di paura. É il primo momento in cui l'incontro diretto tra i bambini e la diversità dell'animatore diversabile va il più possibile aiutato e mediato da canzoni, dialoghi, giochi, affinché si instauri un rapporto di fiducia e di scambio. Praticamente ci riusciamo sempre, anche se va tenuto presente che l'incontro con ogni bambino ovviamente è una storia a sé e l'incontro con la classe è la somma di tanti incontri. Le insegnanti si meravigliano alla fine dell'incontro di quanto sia molto più rilassata l'atmosfera, di quanti imbarazzi ci si sia già liberati (e la nostra esperienza dice che più il bambino è piccolo e meno incontriamo difficoltà in questo senso). Lo sport entra in questo incontro quasi in punta di piedi, sfiorato dalle domande sulla quotidianità che i bambini ci fanno: ecco allora che accanto a domande ricorrenti quali "ma quanti anni avete?", o "dove vivi?", "ti fanno male le gambe?", "come si chiamano i tuoi amici?", "perché sei in carrozzina?", alla domanda "cosa ti piace fare?", Alberto rispondeva "io gioco a calcio". Verificavamo subito lo stupore e anche un po' l'incredulità dei bambini nel vedere una persona in carrozzina, dai movimenti incerti e maldestri, che diceva quella frase mimando anche il calcio ad un pallone.
Lasciavamo però la curiosità con un "magari se volete ne parliamo la prossima volta".

SECONDO INCONTRO. È l'incontro in cui entriamo a bomba nell'argomento partendo da un po' di storia: immaginiamoci di essere nell'anno 1978 a Bologna, quando ancora non esisteva il calcio in carrozzina ma una grandissima voglia, quella sì, di fare sport. Partiamo da un bisogno di tutti di fare sport, di partecipare della bellezza di questa attività umana fatta di movimento, socialità, competizione con i propri limiti. Dividiamo la classe in sottogruppi composti da quattro o cinque bambini, scrivendo alla lavagna le domande alle quali devono rispondere in una ventina di minuti. Le domande sono relative a: campo di gioco (caratteristiche del terreno, dimensioni), numero dei giocatori, caratteristiche della carrozzina, principali regole, durata dei tempi. In alcuni casi si può prevedere anche una domanda sui principali falli.
Ogni squadra stila le risposte e successivamente le legge di seguito al grande gruppo. In questa fase gli animatori del Calamaio commentano la plausibilità e coerenza del progetto presentato senza giudicarlo in relazione al calcio in carrozzina reale, quello canonico, anche perché (va detto per inciso ma è importante tenerne sempre conto) sia quello dei bambini che quello reale sono stati inventati: non esiste il calcio in carrozzina "in sé"! Sin dall'inizio dunque è molto importante che la prospettiva di partenza sia sempre incentrata sulla capacità dei bambini di immaginare uno sport come risposta ad un bisogno particolare, come risposta creativa alla necessità di strutturare un sistema di regole che permettano di giocare attorno ad un handicap. Tutte le ipotesi possono essere buone e vanno verificate solo nella pratica, ragionando di volta in volta con i bambini sul dosaggio di difficoltà/handicap che stiamo immettendo nel gioco e se questo dosaggio è gestibile oppure no. Concretamente, se un gruppo propone di giocare in un campo da calcio normale come quello di erba, verifichiamo assieme ai bambini (se possibile spostandoci anche nel prato della scuola) quanto una carrozzina abbia possibilità di muoversi su un terreno di questo tipo (se è troppo difficile, se c'è troppo handicap, allora l'ipotesi si scarta). È stato per noi molto significativo, per esempio, che malgrado la nostra ironia sull'impossibilità della carrozzina di spostarsi velocemente in un prato d'erba un bambino ci abbia stupito dicendo: "però se io metto le ruote da mountain-bike, anche la carrozzina può andare dove vuole". Come educatori ci siamo sorpresi perché la creativa affermazione del bambino ci ha spiazzato, aprendoci ad uno scenario immaginativo nuovo, cui non avevamo mai pensato; nello stesso tempo confermando che lo sport, e a maggior ragione quello per diversabili, è una risposta creativa e sempre in evoluzione ad un bisogno dell'uomo, e le regole cambiano, si modellano, si affinano, si reinventano. Non è l'uomo per lo sport ma lo sport per l'uomo, e vale la pena riaffermare questo principio in un periodo in cui i mass-media ci propongono la cultura del calcio agonistico, merce, business, dove ci si dopa per aver risultati sempre migliori, a scapito della salute e dei valori.
Alcune volte ci siamo fatti delle grasse risate perché venivano presentati progetti fantasticamente assurdi (ma simpatici) come quello, che ci siamo sentiti dire questa volta ad un corso di formazione a Torino con alcune insegnanti, che consisteva praticamente in un biliardino gigante in cui i giocatori venivano legati ad una imbragatura e sospesi in aria con un sistema di corde - domanda: e come fanno a passarsi la palla?- risposta: eh… quando arriva la palla calciano…!?!
Al di là quindi delle soluzioni già definite e delle ricette (non ci interessa infatti che ai bambini venga imposta una particolare impostazione del calcio in carrozzina) si analizza la coerenza complessiva del progetto presentato, confrontandola anche con la realtà dell'atleta diversabile, con il può fare/non può fare e verificando quanto questa demarcazione non sia mai una linea rigida, ma si modella e rimodella continuamente su ogni singolo atleta. Scopriamo che qualsiasi disciplina sportiva si fonda su una ipotetica "medietà" di caratteristiche fisiche ed abilità degli atleti: il tema della classificazione dei giocatori, sulla base ad esempio della loro funzionalità (per garantire l'equilibrio tra le squadre in competizione), è abbastanza complesso e vale la pena affrontarlo solo con i bambini più grandi. Certo è che tutti possono capire che un conto è giocare su una carrozzina da amputato e un conto come atleta con tetraparesi spastica, com'era nel caso di Alberto. Ma è anche altrettanto utile vedere che all'interno della stessa categoria ci sono molteplici differenze e che una persona Down è diversa da un'altra persona Down, o che atleti con tetraparesi sono l'uno diverso dall'altro. Come si vede, il naturale sviluppo di questo percorso educativo ci dà la possibilità di affrontare anche temi complessi, ma molto importanti per gettare una luce realistica sulla vita delle persone con deficit.
La seconda fase del lavoro è quella di confrontare i modelli inventati dai bambini con il modello attualmente esistente di calcio in carrozzina, partendo dalla visione in videocassetta di una fase di gioco. Proprio perché i bambini hanno lavorato da soli, sono già in grado di capire le molte sfumature delle regole, di spiegarsi da soli i molti perché che stanno dietro alle scelte dei materiali, del luogo, eccetera.

TERZO INCONTRO. In palestra proviamo praticamente a sperimentare il calcio, dapprima con alcuni esercizi di allenamento, poi con fasi di gioco vere e proprie. Nell'allenamento facciamo sperimentare ai bambini i due ruoli, da atleta normodotato spingitore della carrozzina, ad atleta sulla carrozzina che calcia la palla. È centrale che i bambini, sulla carrozzina o senza, sperimentino due diverse abilità, due funzioni e ruoli nel gioco: come si vede l'accento non è sul deficit inteso come mancanza e quindi appiattito sul confronto con la normalità, ma sulla possibilità del fare, sulle abilità che il giocatore in carrozzina è in grado di esprimere e che sono valorizzate da un sistema di regole che le esalta e le armonizza nel movimento costante del gioco.
Fondamentale è inoltre far passare il messaggio che da entrambi i giocatori, il normodotato spingitore e il diversabile in carrozzina, l'allenatore si aspetta lo stesso impegno, la stessa tensione agonistica. Entrambi sono atleti e da entrambi (come si legge anche nell'intervista a Fabiano Fontana, allenatore della squadra SP.4.R., qui pubblicata) si pretende il meglio, il massimo che possono esprimere. È molto importante definire e sottolineare assieme ai bambini il concetto di "atleticità" di chi nella migliore delle ipotesi viene invece definito dis-abile, portatore di handicap-difficoltà, eccetera. Questo si può ottenere attirando l'attenzione sulla prassi dell'allenamento, anzi facendo sperimentare ai bambini i principali esercizi, sottolineando quindi la possibilità di evoluzione e miglioramento delle prestazioni per gli atleti con deficit, che contraddice l'immagine di fissità e immobilità che il deficit si porta dietro. Molto spesso infatti si crede erroneamente che la persona con deficit non abbia le prospettive future e l'evoluzione personale che il normodotato possiede, perché si confonde il deficit, che è una mancanza oggettiva, statica, non eliminabile (come la tetraparesi causata da una paralisi cerebrale, ad esempio), con l'handicap-svantaggio derivante dal deficit, che invece è un dato sempre in movimento, ora in aumento ora in diminuzione a seconda dell'ambiente, delle possibilità attivate dalla persona, eccetera. La prassi dell'allenamento è un buon esempio per i bambini di quanto sia netta e fondamentale la distinzione tra l'handicap e il deficit di una persona, e di quanto poi nella pratica, nel caso concreto di un atleta con nome e cognome, non sia così facile demarcare una linea di confine tra i due concetti. Dall'esperienza del calcio in carrozzina ci sono moltissimi esempi di gesti atletici che si ritenevano impossibili per un giocatore, ovvero si ritenevano facenti parte del campo del deficit e quindi immodificabili, che invece appartenevano al campo degli handicap, ovvero si potevano modificare, riuscendo a ottenere risultati impensati. Ecco perché il termine diversabile in ambito sportivo è quanto mai necessario, perché l'accento viene posto sulla possibilità di evoluzione (che magari è da inventare, ma c'è) piuttosto che su una presunta non abilità, non possibilità di migliorarsi. Certamente il deficit esiste e dà dei limiti ben precisi (quando si confrontano le prestazione di una persona portatrice con quelle di una normodotata); d'altra parte, l'allenamento e il continuo miglioramento delle prestazioni testimoniano abilità, capacità atletiche ben precise e misurabili.

Altri esercizi

Oltre a quelli consueti (di potenziamento, agilità, eccetera) che si utilizzano un po' in tutte le discipline, ci sono alcuni particolari esercizi di allenamento specifici del calcio in carrozzina: innanzitutto esercizi volti ad ottenere familiarità con la carrozzina da gioco. Per gli spingitori: spingere la carrozzina a varie velocità, provare la frenata, zigzagare, sterzare, invertire la direzione di moto. Per gli atleti in carrozzina: sperimentare e familiarizzarsi con le spinte centrifughe e le sollecitazioni derivanti dalla carrozzina in movimento, aiutare quando possibile la fluidità dell'azione. È molto interessante constatare che generalmente le persone che vivono tutto il giorno sedute su una carrozzina non sempre hanno provato l'ebbrezza della velocità, e quindi si tratta di vivere una situazione nuova con un ausilio tecnologico, la carrozzina, che solo apparentemente è la solita carrozzina, ma invece non ha freni, è più leggera e robusta, non ha poggiapiedi, è studiata per eliminare il cosiddetto scimmìo delle ruote (ovvero il caratteristico movimento vibratorio veloce delle ruote anteriori quando la carrozzina corre a una velocità sostenuta). Psicologicamente il fatto di essere assicurati con una fascia a livello addominale alla carrozzina e il sentire nella corsa l'aria sulla faccia sicuramente ingenera un altro atteggiamento nei confronti della carrozzina, anche dopo la seduta di allenamento. Far sperimentare ai bambini la velocità della carrozzina provoca un brivido di piacere paragonabile alle montagne russe, e se poi alla fine della corsa c'è un pallone da calciare il divertimento diventa ancora maggiore.
Altra finalità dell'allenamento è l'affiatamento tra i due giocatori nei due ruoli di spingitore e calciatore. Si tratta di comprendere da parte di entrambi che la macchina da goal funziona solo se lo spingitore riesce a mettere nella migliore delle posizioni possibili il calciatore per calciare la palla. Oltre a questo, un classico esercizio è quello di passarsi la palla tra una coppia e l'altra.

Vai con la partita!

In seguito a tutti questi esercizi si avvia una fase di gioco vera e propria, coinvolgendo i bambini, approfittando degli stop inevitabili, causati da falli, per spiegare meglio le regole ma anche alcuni segreti del calcio in carrozzina per riuscire a fare goal. Con bambini abbastanza grandi si possono provare addirittura degli schemi nell'area di rigore: una regola molto importante prevede che nell'area di rigore non possano entrare più di una coppia attaccante e di una coppia difensore contemporaneamente. Ci sono molti schemi che servono proprio per permettere alla squadra attaccante di disorientare i difensori e di liberare una coppia non guardata a vista. È molto interessante fare questo tipo di lavoro perché i bambini iniziano ad apprezzare anche le sottigliezze del gioco e a capire che oltre al fisico ci vuole anche una buona abitudine al ragionamento, per assecondare la logica dello sport. Questo si ottiene provando e riprovando in allenamento alcuni schemi classici, che funzionano solo se entrambi i giocatori, il normodotato e il diversabile, sono affiatati tra loro e in grado di lavorare all'unisono per realizzare lo schema vincente.
Alcuni esercizi sono poi dedicati al portiere, che ha, come si sa, un ruolo particolarmente delicato e unico. Essendo i portieri atleti con deficit, proviamo a ricreare una situazione realistica invitando i bambini a immedesimarsi nel ruolo di portiere rimanendo in ginocchio o con un braccio legato. La parte più spettacolare è certamente il rigore, e quando c'era Alberto, che nella squadra di Bologna SP.4.R. giocava da portiere titolare, si facevano calciare ai bambini i rigori e potevano così accertarsi di quanto non fosse per niente facile batterlo!

Spazio alle domande

Infine, è sempre bene riunire in cerchio i bambini e dare uno spazio alle domande, sia sulle attività proposte, sia in generale su qualsiasi curiosità possa essere venuta in mente. Come si è visto, l'ultimo incontro è quello più fisico, più in movimento, ed è bene sempre riuscire a tenere la situazione, evitando la confusione che inevitabilmente, soprattutto in un ambiente dispersivo come la palestra, si viene a creare. È anche una situazione in cui l'animatore diversabile in genere ha meno possibilità di condurre l'incontro, perché bisogna spesso alzare la voce, farsi capire bene quando si comunica, il tutto in un ambiente dove i bambini spesso si sentono più liberi di muoversi e tendono appunto alla confusione. Nell'intimità dell'aula scolastica invece l'animatore diversabile ha più possibilità di farsi capire, anche se non parla in modo molto chiaro scandendo le parole (cosa per esempio che ad Alberto riusciva abbastanza difficile). Nella palestra l'animatore diversabile è protagonista con la sua corporeità, è in primo luogo un atleta che mostra, nel silenzio del palleggio o della corsa sulla carrozzina, quello che sa fare in armonia con l'atleta spingitore. Come si diceva, il gesto molte volte vale più di mille parole: il divertimento che i bambini sperimentano giocando vale più di mille discorsi sull'integrazione delle persone diversabili. Il concetto di essere diversamente abili non si dimostra con le parole, ma con il fatto sportivo, e questo vale moltissimo perché ha più possibilità di fissarsi nella mente dei bambini. Partendo da una animazione concreta i bambini riescono a capire perfettamente che il calcio in carrozzina ad esempio non è terapia, e non è una attività, come erroneamente molti credono, il cui fine è riabilitare la persona con deficit, spesso identificata con il malato, il sofferente.

L'hockey in carrozzina

Assieme a Bruno e Giovanni, due nuovi animatori del progetto, si sono realizzati incontri utilizzando l'hockey invece che il calcio. L'articolazione degli incontri è stata la stessa, con le inevitabili diversità derivanti da questa innovativa disciplina sportiva. Abbiamo comunque constatato che c'era altrettanto interesse che nel percorso del calcio, e questo sta a dimostrare che non è tanto che cosa ma come si propongono gli incontri, e che è il nostro stile ad essere vincente. La simpatia di Bruno, che dribbla i bambini con la sua carrozzina elettrica e risponde con tranquillità e serenità alle loro domande, il piglio da allenatore di Giovanni che fa capire tutta la passione e l'agonismo che si possono immettere in questo sport, sono sicuramente vincenti perché frutto di quella professionalità che ha caratterizzato negli anni il Progetto Calamaio. Per quanto possibile, non si lascia nulla al caso pur lasciandosi andare spessissimo all'improvvisazione, perché solo così un incontro di animazione riesce da un lato a seguire l'umore e il concreto interesse dei bambini e dall'altro a incanalare questo interesse verso gli obiettivi che l'equipe si è prefissata.
È da notare, in questo percorso sull'hockey, una particolare attenzione al tema strumenti, perché oltre alla carrozzina elettrica c'è da considerare lo stick, la mazza, la particolarissima forma delle porte (vedi la scheda tecnica allegata in questo numero di HP). In questi casi una maggiore tecnologia apre tutta una serie di approfondimenti possibili che illustrano la possibilità da parte di persone con deficit di vivere una vita quotidiana il più possibile autonoma, grazie all'evoluzione e alla disponibilità delle ultime invenzioni tecnologiche. Non di rado è capitato a Bruno di spiegare il suo rapporto con il mondo dei computer, i particolari ausili che utilizza per lavorare, giocare, eccetera. Anche qui, come sempre, l'accento è sulla creatività che colora l'attivazione di tutte le nostre intelligenze. Secondo il neuropsichiatra Howard Gardner, l'essere umano è dotato di almeno sette intelligenze (tra cui la corporea, la musicale, la sociale, la logico-matematica, la linguistica, eccetera): per diminuire gli handicap non possiamo solo fare riferimento all'intelligenza sociale, alla solidarietà. Per aiutare bisogna saper aiutare, per diminuire gli svantaggi bisogna mettere in moto tutte le nostre intelligenze. L'hockey in carrozzina è un esempio tangibile di come anche atleti con distrofia muscolare possano, nonostante una ridottissima funzionalità degli arti, compiere gesti atletici di precisione millimetrica, molto difficile da raggiungere. Con i bambini in genere si gioca utilizzando lo stick e, data l'impossibilità di portare a scuola una carrozzina elettrica da provare (nonostante i potenti mezzi del Calamaio ancora non ce l'abbiamo fatta!), facciamo sedere in alcune carrozzine i bambini che verranno spinti da altri bambini, un po' come avviene per il calcio in carrozzina.

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