Professioni affettive

01/01/1997 - R. De Sanctis

"Nelle lezioni del corso di formazione per assistente di base viene ripetutamente sottolineata la necessità di non essere emotivamente implicati." Intervista a Paola Burnelli, assistente di base che lavora in una casa protetta che ospita degli anziani".

Prestare assistenza significa anche essere coinvolti in un rapporto non solo professionale con l’altro?


Io penso che il lavoro sociale sia per definizione un’attività di relazione in cui la professionalità non è scindibile dalla personalità individuale: e una relazione determina necessariamente il coinvolgimento in dinamiche interpersonali alle quale ogni operatore dà un’impronta che risente del proprio carattere, attitudini, formazioni. Il rapporto con un altra persona non lascia mai indifferenti semplicemente perché la comunicazione è un processo circolare: dunque non è possibile non essere implicati. Si tratta poi di verificare il livello di autoconsapevolezza delle nostre risposte e di quelle che noi provochiamo perché all’interno di queste c’è gran parte della professionalità dell’assistente di base.
Sto però dicendo cose che "per legge" non sono previste; anzi, nelle lezioni del corso di formazione per assistente di base viene ripetutamente sottolineata la necessità di non essere emotivamente implicati; e c’è una parte di verità in questo, nel senso che il risultato finale di un lavoro basato sulla risposta a bisogni anche emotivi deve essere una risposta professionale e non spontanea, istintiva. La differenza fra ciò che viene richiesto "tout court" e ciò che dovrebbe essere sta nel fatto che l’implicazione deve poter essere elaborata; questo richiede una serie di strumenti (autovalutazione, analisi, confronto col gruppo di lavoro, possibilità di raccontare le proprie emozioni, anche quelle "moralmente riprovevoli", affinché possano essere non rimosse ma liberate, conosciute e quindi gestite) che non sono previsti né nella formazione né nello svolgimento del lavoro di assistenza. Il profilo professionale di assistente di base, previsto da una Commissione nazionale e fatto proprio dalla regione Emilia-Romagna (delibera 1619/90 e 3591/92) identifica un operatore caratterizzato prevalentemente da un’attività pratica ed è per questo che viene formato. Cito dalla dispensa "Lezioni di metodologia del lavoro sociale" del centro di formazione Galilei, comune di Bologna, corso per Assistente di base:
"L’assistente di base è solo con l’utente e quindi può essere coinvolto in dinamiche di relazioni spesso difficili da gestire e che possono sconvolgere il piano di lavoro e il progetto complessivo. Pertanto riemerge l’importanza di seguire l’iter procedurale (piano di lavoro) e i principi di etica professionale (...). Osservazione oggettiva senza correre il rischio di influenzare la valutazione con particolari aspetti del rapporto che si è instaurato con l utente (simpatico, antipatico) e di dinamiche che si sono sviluppate nelle relazioni con l’utente (...). La tecnica è imparare a guardare ciò che succede e a descriverla obiettivamente, i fatti e le condizioni".
Del resto i requisiti per svolgere questo lavoro sono: scuola media inferiore e certificato di sana e robusta costituzione.
So che la mia esperienza personale (psicoanalisi, ausiliario in un gruppo di psicodramma) dà un impronta molto particolare al mio lavoro di assistente di base: ho conosciuto direttamente e in pratica il significato della comunicazione empatica; è uno strumento che posso utilizzare e non una pura definizione teorica.

 

La dimensione affettiva che ruolo gioca nella realizzazione dei progetti?


La dimensione emotiva svolge un ruolo enorme nella realizzazione di progetti, specialmente se non viene attentamente elaborata. Il caso più frequente è la tendenza ad occuparsi "di più" (più tempo, più attenzione, più risorse) di alcuni anziani a scapito degli altri. In un reparto protetto di 40-60 ospiti questo è un problema etico non di poco conto, che va contenuto. Penso sia impossibile abolirlo perché siamo persone e come tali sensibili a simpatie, affinità che credo non debbano essere negate, ma sicuramente controllate. Vi faccio alcuni esempi: un operatore ottiene dall’assistente sociale il permesso di portare fuori a pranzo un ospite. Ammirevole iniziativa, ma io che ho fatto il turno di notte di quello stesso giorno ho visto la sua compagnia di stanza piangere di gelosia finché non è riuscita ad addormentarsi. In altri casi le situazioni non si scompensano solo perché si tratta di persone con deficit cognitivi moderati/gravi e che quindi non protestano. Per esempio i dementi vanno incontro, dalla fase di stato della malattia in poi, a gravi difficoltà di alimentazione cosi, se è "simpatico" e più probabile che si dedichi più tempo, anche fino a camminare su e giù per la stanza insieme a lui, per convincerlo a mangiare: ma se è aggressivo, maleodorante la pazienza dell’operatore può esaurirsi prima e nel tempo favorire la comparsa di malnutrizione. In questi casi sono la professionalità e la propria etica personale che devono impedire tali errori. D altra parte la dimensione emotiva può anche essere gestita come risorsa, se espressa ed elaborata dall’intero gruppo di lavoro: nel senso che tra tanti operatori probabilmente le affinità sono le più varie ed è infatti in questa direzione che viene di solito scelta la figura del "tutor", ovvero dell’affiancamento "personalizzato" di un assistente a 1-2 ospiti.

 

Il coinvolgimento emotivo è una difficoltà o una risorsa nella relazione con l altro?
Credo che il problema sia ancora quello della totale mancanza di strumenti e punti di riferimento attraverso i quali analizzare il tipo e l’entità del coinvolgimento emotivo e valutare poi se costituisce una risorsa o una difficoltà nella relazione. Come ho già detto nel campo dell’assistenza è l’intero argomento a non essere "previsto". Vi faccio ancora un esempio: io lavoro da 2 anni in un reparto protetto e, arrivata da poco in struttura, ho accettato di essere il tutor di una ospite psicotica cronica (schizofrenica da sempre) che, passata l’intera vita da una struttura psichiatrica all altra, essendo diventata anziana è finita in una casa protetta. Ero rimasta attratta da lei perché era una persona molto "affettiva" (piangeva, rideva, diceva "io ti voglio bene e tu mi vuoi bene?"), difficile da gestire nella maggior parte dei casi (non si faceva lavare, non teneva il pannolino...). Mi sentivo speciale per essere riuscita ad instaurare un rapporto preferenziale con lei, grazie al quale mi ascoltava, e rispondeva quasi sempre alle mie sollecitazioni a lavarsi, cambiarsi il vestito sporco... Ma un simile rapporto implicava molti rischi che nessuno in reparto sembrava essere in grado di leggere: infatti di fronte ad un peggioramento delle sue condizioni, con richieste affettive pressanti che io non riuscivo più ad esaudire la mia risposta è stata quella di ristabilire un po’ le distanze, provocando forse un ulteriore peggioramento della crisi. E’ stata poi inviata in una struttura psichiatrica perché ormai ingestibile nel nostro reparto, e là è morta, allettata, per broncopolmonite. C’è stato qualcosa nel mio comportamento che ha determinato o peggiorato la crisi? Oppure, al contrario, dove potevo cercare gli strumenti necessari per affrontare questa evoluzione naturale, ma drammatica e intensa, della sua storia? L’unica persona con cui ne ho potuto parlare è stata lo psichiatra del corso di formazione per assistente di base che stavo nel frattempo frequentando, insieme al quale ho potuto fare solo delle ipotesi visto che lui non conosceva personalmente il caso. Ma in struttura non sono previsti psicogeriatri, psicologi e psichiatri che possono essere di aiuto agli operatori per l’analisi delle varie dinamiche di relazione con gli utenti (senza dimenticare quanto sarebbero indispensabili per un più autentico rapporto tra i membri del gruppo di lavoro, per mettere in luce casi burn-out oggi assolutamente lasciati a se stessi, ecc).
D’altra parte ci sono opportunità che possono essere colte solo se lasciamo la nostra parte affettiva libera di uscire; così, ad esempio, una sera nel mettere a letto una signora affetta da demenza mi sono fermata un po’ con lei, accarezzandole i capelli e poi tenendole una mano sul petto: "Che caldo qui", ha detto mettendo la sua mano sulla mia e poi ha recitato quasi per intero una preghiera, mentre di solito non dice tre parole di fila che abbiano un senso compiuto. E’ stato un bell’episodio, ma ho finalmente, a mie spese, imparato a dare il giusto valore a quella soddisfazione per un risultato raggiunto, nel senso che è importante non fare confusione tra gratificazioni nel lavoro e vita affettiva personale. Nel primo caso si tratta di una relazione d’aiuto rivolta a persone che hanno bisogno e che possono risponderci con ringraziamenti, cioccolatini, seduzioni o manifestazioni emotive, senza che questo significhi che si sia instaurato un rapporto alla pari. In momenti difficili della nostra sfera privata si può rischiare questa confusione e ciò che ne nasce è inevitabilmente un disastro. Augurerei perciò a tutti gli operatori, educatori, ecc... di avere una vita affettiva personale piuttosto soddisfacente!

 

L’immagine mentale del corpo, dell’aspetto fisico dell’altro, come incide nell’incontro diretto?
Beh, ricordo che la prima volta che ho messo piede in reparto mi sono trovata di fronte una donna anziana in carrozzina con una gamba amputata; aveva addosso solo la biancheria intima (avrei scoperto poi che si spoglia continuamente perché è intollerante al caldo) e quindi si vedeva "tutto". So di avere pensato "Oddio" e non so che altro; certo mi sentivo a disagio, volevo e non volevo guardare "lì" e sapevo (nel senso che avevo la nozione teorica, del resto assolutamente condivisa) che una persona non va identificata con la menomazione fisica (che si trasformerebbe così in handicap) ma che va considerata nella sua globalità. Facile da imparare, più difficile da mettere in pratica finché non ci si fa l’abitudine. Credo che in questi casi abitudine sia sinonimo di conoscenza. Si impara che certi fenomeni patologici (in senso medico) piaghe di decubito, amputazioni, emiplegie, cattivi odori possono capitare alla nostra attenzione senza per questo avere il potere di farci scordare che siamo in relazione con una persona. E’ che nell’epoca del fitness e dei deodoranti queste cose non sono esperienza comune, magari finché per disgrazia non capitano a un proprio familiare.
Il contatto con la malattia (fisica e/o psichica) in casa protetta (dunque una struttura socio-assistenziale a rilevanza sanitaria per anziani non autosufficienti) è in realtà un punto intermedio rispetto al rapporto che più in generale c’è col corpo dell’anziano (che non è per forza sinonimo di malato) prima e coll’impatto con la morte, poi. L’invecchiamento fisico e la morte di una persona sono quanto di più naturale possa esistere qualcuno può forse dimostrare il contrario?!) ed è questo pensiero che mi accompagna nel lavoro, consapevole che è innaturale non farci i conti e, anzi, di quanto si rischia di rimetterci facendo finta di essere, noi adulti, onnipotenti ed eterni nei nostri modi e scelte di vita, dimenticando a volte che saremo il risultato delle opportunità prese o lasciate, della vita affettiva e sessuale vissuta, della capacità di essere contenti di noi.
"(...) La porzione fisica di ciò che definisco "me" non è destinata a durare in eterno. Non di meno (...) nei miei interessi c’è la stessa sensualità di quando avevo 35 anni, sebbene non possa dire altrettanto circa la mia capacità nelle prestazioni. (...) Così, sono ben consapevole di essere ovviamente vecchio. Eppure, dentro, sono sempre sotto molti aspetti la stessa persona, né vecchio né giovane". (Rogers)

Pubblicato su HP:
1997/57