Primavera

01/01/1997 - Clara Sereni

Dopo tanto grigio e finestre "chiuse" e aria viziata oggi è il primo giorno di primavera: il calendario non fa testo, la luce è quella, quello l’odore.

Sullo sfondo i fiori del mercato sono una macchia accesa di colore: arrivano certo da lontano, da Israele magari o dai mercati dell’Olanda, però sembrano spuntati lì, quello è il loro luogo naturale.

Prende dall’armadio il tailleur blu e la camicia chiara di seta, sopra hanno ancora l’odore della lavanderia.

Trasferisce oggetti da una borsa all’altra perché anche gli accessori siano adatti.

Si trucca a lungo, il fard finge l’abbronzatura e le passeggiate all’aperto, la pelle oggi è forse più luminosa, gli occhi certamente lo sono. Sul bavero un mazzolino di fiori.

In macchina la luce un po’ fredda la abbaglia, strizza un po’ le palpebre ma gli occhiali scuri restano alti sui capelli, nient’altro che un ornamento.

Parcheggia a un centinaio di metri dalla scuola (potrebbe fermarsi davanti al portone, il contrassegno la autorizza a farlo), saluta il vigile urbano che la conosce: oggi anche suo figlio camminerà nella primavera, i loro passi troveranno un accordo, l’aria tiepida sosterrà i suoi movimenti e li renderà più facili.

Aspettando che i bambini escano le solite chiacchiere di madri, progetti di vacanze e incertezze di baby-sitter, tutto è sempre un po’ complicato per lei ma interviene come tutte, si sente a posto nei capelli e nelle calze a plumetis, è attraente e non le capita spesso di ricordarsene.

I bambini escono fra grida e spintoni: suo figlio come semrpe per ultimo, la maestra gli dà le braccia e sostiene il suo corpo difficile.

Affaticato dalle scale suo figlio trasferisce tutto il peso su di lei, sorride del suo sorriso storto a sua madre che si è fatta bella, nei suoi occhi c’è una storia lunga e una scintilla di sole.

Sul portone si guarda attorno:

- E la macchina?

Già il lampo allegro è scomparso, la piazza per lui è un continente lontano: per stanchezza, per vergogna.

Dalla bocca sformata gli esce un filo di saliva, più pesante si attacca a lei, dice:

- Non ci vengo. Portala qui.

Anche la voce viene fuori con uno sforzo, disarmonica. La delusione le increspa appena le labbra, gli sta chiedendo una briciola di gioia ma chissà che davvero non sia troppo per lui. Sta per cedere con amarezza quando la madre di un suo compagno - ha un tailleur blu così simile a quello di lei - offre la propria disponibilità e un diversivo:

- Andiamo, vi compro il gelato.

Il bar è più avanti, a pochi metri dalla macchina.

Il compagno di scuola è abituato a lui, e attratto dalla primizia forse non concessa:

- Dai, sono pochi passi, vieni.

I pochi passi durano tanto, le gambe vanno di qua e di là senza controllo, l’inverno ha lasciato sul selciato una fanghiglia su cui è facile scivolare. Sua madre lo sostiene e lo guida, la spalla a cui si aggrappa è già tutta sgualcita e fuori assetto.

Nel bar affollato il suo corpo complicato occupa molto spazio, per fortuna c’è un tavolino libero e i due bambini prendono posto: accaldati, eccittati, il lampo di primavera l’hanno sulle guance tutti e due. Mentre lui sta ancora componendosi sulla sedia, con il collo allungato dal desiderio l’altro ha già pronte le sue richieste:

- Io voglio il cono: pistacchio, cioccolato e fragola.

Per un’occhiata della madre ricorda di essere in certo modo debitore, premuroso chiede al compagno:

- Tu quale vuoi?

- Io uguale, - risponde, la voce sgraziata e decisa.

- Magari ti faccio fare una coppetta, - propone la madre del compagno, lo sguardo che scivola senza fermarsi sulle sue mani troppo grandi e prcorse da spasmi.

Si imcupisce, rabbioso si asciuga la saliva che gli bagna il mento, la sua voce è una spada quando ribadisce:

- Voglio il cono.

Le due donne si guardano. Sua madre ha capito e silenziosa annuisce, autorizza; allora l’altra non può che accettare ma è come se facesse la spallucce, ordina i due coni e le sue soprac ciglie declinano ogni responsabilità .

I due bambini affrontano il gelato con identica voglia però uno con movimenti goffi e convulsi, è più la parte che si squaglia via che quello che riesce a succhiare.

La cialda è in gran parte sbriciolata, un grumo dolce inesorabilmente scende giù. Sua madre se ne accorge, cerca parole che non lo feriscono:

- Me lo fai assaggiare?- dice, per mettervi riparo.

Se n’e accorto anche lui, e conosce le sue attenzioni:

- No,- risponde, e si affanna con la lingua, con le labbra, con tutta la bocca.

Sua madre non interviene ma non riesce a scostarsi, a lasciarlo davvero solo: tutto il corpo è proteso nell’aiuto cha sa di non dovergli dare, lo sostiene con tutto quello che ha dentro, qualcosa che forse può definirsi anima.

L’ansia accentua l’incoerenza dei movimenti e improvvisamente tutto il pistacchio è sulla manica blu dei tailleur; lei dice "non fa niente" ma la macchia è vistosa, l’altra ha occhi che significano te l’avevo detto.

I gelati sono finiti, i tovaglini di carta cancellano le tracce più evidenti.

Camminando storto suo figlio si aggrappa ancora a lei, dice piano e senza coraggio:

- Era buono, mi piacciono i coni. Domani me lo ricompri?

- Si, - promette lei .

Si stringono le mani: complici, e forti.

Quando salgono in macchina il contrassegno brilla nel sole: sedendosi lei stira con la

mano la seta sgualcita della camicetta, raddrizza il mazzolino sul bavero. Le calze sono rimaste ben tese.

Fa una carezza a suo figlio, la mano è calda e la guancia intenerita dal sole.

E’ primavera ancora, sull’asfalto e sui tetti, sui capelli e sulla pelle. E’ primavera nel cielo e anche - per quanto oscuro possa sembrare - all’inferno.

(Testo tratto da: Manicomio Primavera, Giunti Editore)

Pubblicato su HP:
1997/57
Parole chiave:
Letteratura