Prima di tutto una donna

01/01/1995 - Daniela Lenzi e Cristina Pesci

Quale scenario sociale fa da sfondo alla dimensione femminile della disabilità? Come trovare mediazioni tra una riflessione soggettiva inevitabilmente ricca di contraddizioni e la realtà sociale, che dovrebbe garantire il massimo impegno per la salute di tutti, ma che poco sa conciliare bisogni legati al deficit o alla malattia con una qualità di vita ancora progettabile, nonostante la disabilità e la necessità di cure?

Progettare per il benessere, per il piacere di vivere e per un futuro possibile, nonostante la mancanza più o meno grave di abilità o di salute, deve essere mantenuto come il diritto prioritario per chiunque. Ma la nuova-vecchia storia che si sta scrivendo sottovoce è una storia che sembra opporsi nuovamente al riconoscimento delle persone se non per la loro diagnosi o per il loro stato sociale, che impedisce il rivestire ruoli sociali significativi e gratificanti, che sconsiglia di esprimere differenze.

Indossare i panni delle identità negate

Chi, per ragioni apparentemente tanto diverse, indossa i panni di identità negate, è spesso costretto a fare i conti con un territorio personale e sociale da difendere con i denti... e che dire allora di tante mute, dolorose storie di donne, di ragazze che non hanno potuto crescere con la consapevolezza del piacere di chiamarsi tali. Il silenzio, l'imbarazzo e anche l'invisibilità quando uno sguardo incrocia la tua persona, quando non sai se questo sguardo guarda la donna che sei o l'handicap che hai.
Femminile e handicap: una terra di nessuno che facilmente diventa silenzio e si rende invisibile. Tanto invisibile che l'idea di avventurarsi in questa terra può sembrare, a prima vista, azzardata. E' azzardato pensare al femminile per un mondo come quello della disabilità, che si dibatte tra la ricerca di una propria identità e il rifiuto di una discriminazione? L'handicappato nell'immagine comune non ha differenze sessuali, non è donna o uomo: è handicappato e basta. Come se questa grossolana qualifica fosse sufficiente a determinare la enorme complessità del mondo nascosto da una parola così definitiva e poco sfumata.
Altre domande, altrettanto importanti: ci sono terreni di riflessione comune tra donne handicappate e no? C'è qualcosa che accomuna le donne, tutte le donne, quando si interrogano sulla propria diversità, sulla curiosità, o diffidenza, che questa diversità suscita, sui rapporti che le legano e le avvicinano agli uomini? Il femminile e l'handicap sono solidali nel vivere un senso di estraneità e di disagio nei confronti di una cultura che esalta il corpo, la perfezione, l'efficienza, la salute e la normalità. Il femminile e l'handicap sono entrambi alla ricerca di una identità e di una soggettività socialmente riconoscibili ed efficaci che li sottragga dalla subordinazione.
Silvia Veggetti Finzi sottolinea come soggettività significa essere "soggetti" nella duplice accezione: riconoscersi sottoposti ad una serie di determinazioni e di limiti, ma anche essere "soggetti" di divenire protagonisti della propria vita, detentori del proprio futuro, artefici della propria storia. Rompere il silenzio nella ricerca di una propria identità e di una propria storia è intraprendere una strada in cui non vi sono facili e sicure risposte, in cui la comunicazione, legata ad un grosso groviglio di dolore, di angoscia e di vissuto personale, a fatica trova parole adeguate.

Il cappello di Marguerite Duras

Le parole di Marguerite Duras sembrano dare voce a questi difficili interrogativi che forse desideriamo rimangano tali.
"Ma quel giorno non sono le scarpe la nota insolita, inaudita nell'abbigliamento della ragazza. Quel giorno porta in testa un cappello da uomo con la tesa piatta, un feltro morbido color rosa, con un largo nastro nero. A creare l'ambiguità dell'immagine è quel cappello. Come fosse capitato in mio possesso l'ho dimenticato. Non vedo chi potrebbe avermelo dato. Credo che me l'abbia comprato mia madre e su mia richiesta. Unica certezza: è un saldo di saldi. Come spiegare quell'acquisto? Nessuna donna, nessuna ragazza portava cappelli da uomo nella colonia, a quei tempi. Neppure le indigene. Ecco come deve essere successo: mi sono provata quel cappello, tanto per ridere, mi sono guardata nello specchio del negozio e ho visto, sotto il cappello maschile, la magrezza ingrata della mia persona, difetto dell'età, diventare un'altra cosa. Ho smesso di essere un dato grossolano e fatale della natura. E' diventato l'opposto, una scelta che contrastava la natura, una scelta dello spirito.
Improvvisamente è diventata una cosa voluta. Mi vedo un'altra, come sarebbe vista un'altra, al di fuori, a disposizione di tutti, di tutti gli sguardi, immessa nella circolazione delle città, delle strade, del piacere. Prendo il cappello, me lo metterò sempre, ormai posseggo un cappello che, da solo, mi trasforma tutta, non lo abbandono più. Per le scarpe deve essere successa più o meno la stessa cosa, ma dopo il cappello. Lo contraddicono come il cappello contraddice la figura gracile, quindi fanno per me. Anche quelle non le abbandono più, vado ovunque con quelle scarpe, quel cappello, fuori con ogni tempo, in tutte le occasioni, in città". (*)
"…Una scelta che contrastava la natura…"la natura che contrasta una scelta, tante scelte, numerosissime scelte. La diversità da nascondere, da comprimere, da camuffare contrapposta alla diversità voluta, ostentata, fatta bandiera. Infine, ultima in ordine di apparizione, la diversità di vivere " a disposizione di tutti, di tutti gli sguardi, immessa nella circolazione delle strade, della città, del piacere".
La diversità che sporca e che purifica, che rompe l'integrità (ma questa non esisterebbe se non integrando i contrasti); che si ritrova in una ragazza vestita con un cappello maschile che fa parlare e scrivere di sé, così, affermandosi e, nella stessa misura, negandosi. La diversità che c'è e non c'è e che all'improvviso si ripropone ciascuno, ridente o con un nodo in gola. E il cappello, le scarpe, il desiderio? E' la donna, l'adolescente, la ragazza bianca o quella col cappello rosa a tesa larga e con un nastro nero? Cosa di tutto questo rappresenta mille ugualissime, differenti similitudini?

(*) Il brano è tratto da "L'amante" di M. Duras, Universale Economica Feltrinelli

Parole chiave:
Cultura, Letteratura, Sessualità