Prefazione - il superuomo invisibile

01/01/2001 - Valerio Evangelisti

Umano è. Come la fantascienza racconta l'universo-handicapUntitled Document

Il Superuomo invisibile. Tra i molti romanzi che Daniele Barbieri cita, in questo suo rapido ma enciclopedico excursus sul tema fantascienza / handicap, ce n'è uno che indicherei quale particolarmente significativo. È Nascita del superuomo (More than Human, 1953) di Theodore Sturgeon. Una delle opere più belle dell'intera fantascienza, da raccomandare, assieme alle altre di Sturgeon, a chi insiste nel disprezzare questo genere letterario.
L'aderenza del romanzo alla tematica che ci interessa è evidente. Senza sostituirmi a Barbieri nel delinearne la trama, mi limito a dire che questa vede cinque persone, affette da gravi menomazioni fisiche e mentali (e, in un caso, dall'isolamento derivante da poteri troppo eccezionali), unirsi, superare assieme i propri handicap e formare congiuntamente una nuova entità collettiva: un superuomo dalle capacità illimitate.
Il pretesto della trasformazione, prettamente fantascientifico, qui non conta. Ciò che conta è la metafora (la grande fantascienza è spesso metafora, per non dire sempre). Le insufficienze possono essere superate mediante la solidarietà. Non quella di chi è o si ritiene "normale" (utile, certo, però in sé non bastevole), ma in primo luogo quella tra chi non viene considerato tale (come se il tasso di "normalità" fosse misurabile).
Abbiamo assistito, in tempi meno grigi dei presenti, a esempi luminosi di handicap che si traduceva in lotta, in proposta e finiva col conquistare una fulgida dignità. Basti pensare a come le cliniche dirette da Franco Basaglia e da altri psichiatri o antipsichiatri di pari livello seppero trasformarsi, fin dagli anni '60 e per tutti gli anni '70, in centri attivi di elaborazione culturale, in cui l'handicap mentale spariva e la collettività di coloro che ne erano portatori rivendicava orgoglio e intellettualità. E che cos'erano, se non forme di handicap, persino più disprezzate di quelle organiche, le condizioni delle minoranze etniche in tanti Paesi, a cominciare dai neri d'America? Il loro riconoscersi quale collettività diede luogo a una delle rivoluzioni più profonde del secolo appena trascorso, e a una battaglia epica in cui la debolezza fu, tramite la solidarietà, convertita in forza.
Ma gli esempi sarebbero tantissimi. Alla base, senza risalire troppo indietro nel tempo, la parola d'ordine dei socialisti dei primi del '900: "Proletari, voi siete piccini perché state in ginocchio: alzatevi". Slogan che, nella sua apparente ingenuità e al di là dei suoi specifici destinatari, indica bene la semplice operazione, anzitutto psicologica e personale, necessaria a dare protagonismo a chi vive condizioni di debolezza tanto fortemente imposte da avere finito per introiettarle.
Anche in questo caso, la fantascienza ci soccorre con un magnifico racconto di Robert Silverberg, Il marchio dell'invisibile (To see the Invisibile Man, 1963). In una società di poco futura certi crimini - per esempio l'asocialità - sono puniti con la condanna a essere invisibili. Non lo si è realmente; semplicemente, chi circonda il condannato deve fingere di non vederlo. Il protagonista del racconto vive sulle prime con euforia questa sua condizione, che scambia per libertà; poi si accorge dell'intollerabile solitudine che comporta. Giunto al culmine del patimento, commette una follia, il crimine più grave di tutti: ferma un altro invisibile per la strada e lo abbraccia tra le lacrime. Andrà incontro a una condanna peggiore, ma da quel momento subirà la propria invisibilità con orgoglio. Ormai, si intuisce, il sistema è incrinato.
Vengono in mente Ralph Ellison, Richard Wright e altri scrittori non di genere che hanno trattato dell'"invisibilità" dei neri d'America o di altre minoranze. Raramente, però, il tema della rivolta degli invisibili è stato svolto così bene, e in così poche pagine, come nel racconto che ho citato. Non è solo una metafora: è addirittura una parabola. L'invisibile cessa di essere tale quando prende coscienza della propria dignità e, al tempo stesso, riconosce il proprio fratello. Due processi che ne costituiscono uno solo e che sono alla base deipiù importanti sommovimenti socio-culturali del recente passato.
Va però detto che fantascienza di questo tipo è sempre più difficile da trovare. Per forza: la società ha preso pieghe tali da ricacciare in ginocchio i "piccini", da ricreare sacche di invisibilità, da far pesare le debolezze e da impedire che si riaggreghino in spinta collettiva. Prevale la logica della differenziazione: che ognuno si isoli nella propria condizione, che non cerchi di mescolare la propria vita a quella di altre comunità, sociali, razziali e quant'altro. Razzismo, sessismo, culto della forza, egoismo sembrano essere rimasti l'unica visione possibile della vita.
Prima o poi, però, qualcuno comincerà a tornare a riflettere sul fatto che le debolezze, le inadeguatezze, gli handicap sono tali solo se vissuti nell'isolamento, mentre si convertono nel proprio contrario se agiti quale energia complessiva e sociale, orgogliosa e consapevole. Allora il Superuomo rinascerà, e questa volta non lo fermerà nessuno.


Parole chiave:
Cultura, Emarginazione