Più lento, più basso, più debole

01/01/2000 - Roberto Ghezzo

Cosa c’entra l’handicap con i nuovi modelli di sviluppo sostenibile, con il consumo critico, con i paesi del sud del mondo? Povertà, sfruttamento dell’uomo sull’uomo, violenza sistematica e distruzione della nostra astronave spaziale, la madre terra: quale modello alternativo scaturisce dalla nuova cultura dell’handicap?Speriamo non sia sfuggito ai nostri più assidui lettori che Hp negli ultimi tempi sempre di più tocca temi relativi ai cosiddetti paesi in via di sviluppo e al sud del mondo. In questi tempi caldi anzi febbrili, di surriscaldamento climatico e di globalizzazione, cerchiamo redigendo una rivista come HP, dedicata a chi opera nel sociale, di applicare un’ottica mondiale, di partire da un punto di vista il più possibile consapevole della terra come organismo unico, come astronave (per citare un’immagine che è stata usata) nella quale ci sono passeggeri di prima classe (che però paradossalmente pagano meno di altri!) ma anche di seconda, terza, quarta... A seguire proponiamo in questo numero due articoli, inviatici dall’Africa e dall’America meridionale, ma che raccontano storie simili da disabili del Sud, storie fatte di orgoglio, lucida consapevolezza e lotta.
Ma ad HP non interessa sottolineare solo il dato umano. Sentiamo infatti che ci sia più di un aspetto da esplicitare che collega la nostra riflessione sulla cultura dell’handicap e la situazione di svantaggio e di impoverimento nella quale versano i tre quarti dell’umanità. Cercherò di proporre ad un primo approfondimento almeno due punti molto evidenti: da un lato la connessione tra fattori impoverenti e fattori handicappanti, dall’altro il recupero di un modello di sviluppo sostenibile e le sue affinità con il “modello culturale” proposto anche inconsapevolmente dalle persone con disabilità.

Effetto cartina tornasole

Gran parte del lavoro che stiamo svolgendo come Cdh e come HP è dedicato a diminuire l’handicap, lo svantaggio di chi ha un deficit, affrontando l’argomento da un punto di vista culturale, quindi il più ampio possibile, e facendo un lavoro di documentazione-informazione-formazione-educazione. L’handicap infatti (derivando dall’incontro-scontro tra la presenza di un deficit, di una mancanza oggettiva, e l’ambiente o il vissuto soggettivo del suo portatore) può essere ridotto, diminuito, essendo uno svantaggio colmabile o comunque affrontabile con l’utilizzo creativo di tutte le nostre intelligenze. Lottare contro l’handicap inteso come svantaggio-ostacolo significa di fatto lottare contro i fattori handicappanti, contro ciò che crea svantaggio traendo forza dalla presenza di un deficit: innanzi tutto la rigidezza di qualsiasi struttura sociale pensata per la medietà, per la “normalità”, e che fa fatica ad adattarsi alla novità, alla specificità di una persona più diversa dalle altre come lo è una persona con deficit.
Da sempre spostiamo quindi l’attenzione più che sul deficit specifico della singola persona (che spesso richiama più un modello medico-specialistico di approccio alla questione, sicuramente importantissimo ma troppo spesso l’unico) all’handicap ed ai fattori handicappanti, individuando come portatore di handicap non solo chi ha un deficit ma anche il normodotato (ad esempio l’insegnante che non vuole parlarne in classe per non affrontare il proprio imbarazzo e quello degli studenti) o la struttura (ad esempio la scuola che non è attrezzata a far fronte alla diversità dei suoi studenti). Il portatore di deficit, cioè chi ha una mancanza oggettiva (ad esempio la sordità), non necessariamente è un portatore di handicap.
La persona disabile di fatto è la cartina tornasole dello stato di maggiore o minore integrazione delle singole persone inserite nella società (si veda la lucida analisi dell’articolo relativo al Kenya). Per questo motivo la scommessa dell’handicap è così interessante e stimolante: perché non è solo di una categoria di persone, non è come a torto si crede un “problema” al quale basta creare una risposta speciale e specialistica, per risolverlo, senza fare i conti con la nostra singola situazione. Un mondo a misura di disabile è un mondo più comodo per tutti: ed è evidente che se ciò non avviene (constatando quanto una persona disabile soffra per questa non-integrazione, non rispetto della sua diversità) sono presenti dei meccanismi handicappanti, svantaggianti, che toccano tutti, chi più chi meno, ma tutti.

Denaro? No grazie

Ci sono dei fattori handicappanti ma anche dei fattori impoverenti. Mi ha molto colpito padre Alex Zanotelli (missionario a Korogocho, la favela di Nairobi), che ha rifiutato un premio di 500 milioni di lire come riconoscimento per la sua attività in questi anni a favore degli ultimi. Mi ha molto colpito perché da sempre padre Alex predica perché ci sia una piena conversione da una logica di semplice “carità” ad una logica di giustizia. Non servono i soldi, non bastano. Nel mondo dominato da quello che lui chiama Impero del denaro, tutto è ritenuto monetizzabile, perfino la stessa attività di amore e condivisione con i più poveri e disperati del pianeta. Facendo un atto scandaloso (“quante cose si potevano fare con quei 500 milioni!”) Alex Zanotelli ci obbliga a rivedere il nostro atteggiamento verso i poveri, soprattutto capendo che sono degli impoveriti, e chi li rende poveri siamo proprio noi del primo mondo, con la nostra logica della capitalizzazione selvaggia che non riusciamo più a controllare e che risulta sempre più dittatoriale perché ormai crediamo che sia l’unico sistema possibile. In quest’ottica 500 milioni sono una goccia nel mare, sono solo un piccolissimo atto di restituzione di qualcosa che già non era nostro, la giustizia è altra cosa. Giustizia è cambiare radicalmente il nostro modo di vivere su questo pianeta, partendo anche da atti quotidiani come andare a fare la spesa (“ogni volta che andate al supermercato, è come se andaste a votare”, dice padre Alex) e chiedendosi da consumatori critici e consapevoli come è stato fabbricato quel prodotto, chi lo ha fabbricato, esigendo informazioni sul rispetto dell’ambiente e dei diritti sindacali del lavoratore.
La logica che crea i portatori di povertà, i portatori di svantaggi sociali, ha caratteristiche simili alla logica che crea i portatori di handicap: un’ingiusta suddivisione delle ricchezze e delle risorse, una mancanza di condivisione a vantaggio della logica del profitto egoista, in ultima analisi una mancanza di rispetto e di creatività nell’adattare le strutture, che necessariamente presentano caratteristiche di rigidezza, alla diversità. Portatori di deficit o brasiliani (ad esempio) si nasce: handicappati o poveri si diventa. Se esistono persone handicappate allora esistono fattori handicappanti contro i quali bisogna combattere, se esistono poveri esistono fattori impoverenti, che purtroppo solo da poco abbiamo imparato a riconoscere connaturati al nostro sbagliato sistema di sviluppo.

Economia delle risorse

Il modello “citius altius fortius” (più veloce, più in alto e più forte) che pare aver caratterizzato l’euforia dello sviluppo del mondo occidentale, soprattutto a partire dalla rivoluzione industriale, sta lasciando il posto ad una riflessione più consapevole sui limiti delle risorse del pianeta e sugli effetti dell’inquinamento che il nostro sistema sta causando con grave danno per il sistema terra. E’ risaputo che se i cosiddetti paesi in via di sviluppo si sviluppassero veramente con le caratteristiche del primo mondo, in breve il congestionamento dovuto all’inquinamento e allo spreco metterebbe ko il nostro sistema. E’ necessario tornare ad uno sviluppo sostenibile, in armonia con le risorse del pianeta, valutando l’impatto ambientale che qualsiasi produzione comporta.
Da questo punto di vista la “cultura” della persona con deficit, intesa come insieme di atteggiamenti e di posture verso la realtà e la vita, molto spesso si pone come altro rispetto allo sviluppo del capitalismo liberale e selvaggio. La persona con deficit proprio perché non è la più veloce, la più in alto, la più forte, da sempre tende a mettere in crisi questo tipo di mentalità. Da un lato è vero che tutto un insieme di ausili rende la persona disabile oggi molto più produttiva, più “competitiva” rispetto solo a qualche decina d’anni fa. Ma la presenza di un limite personale oggettivamente più marcato (perché contrassegnato da un deficit) e di conseguenza purtroppo la molto probabile nascita di una situazione di handicap-svantaggio, rendono anche involontariamente la persona con deficit uno scandalo per il nostro sistema di valori. Non sto dicendo che il progresso non abbia portato dei vantaggi considerevoli anche a queste persone, ma che rispetto alla filosofia del più forte, la persona disabile tende ad essere altro. Mi fermo al “tende” e non dico “sempre sarà altro” (anche se ne sento la tentazione) perché evidentemente la mia analisi cerca di dare uno sguardo d’insieme: bisogna anche tener conto che la persona con deficit è una singola individualità e che, come tale, può anche essere più allineata con la mentalità capitalistica di un normodotato (un disabile non va mica per forza in paradiso!).
Pensiamo solo ai tempi di chi vive con una tetraparesi spastica: nell’epoca della celebrazione del fast food, della produttività spinta addirittura al limite della “ottimizzazione” anche dello spazio delle pause, tra una frenesia e l’altra, il disabile mangia il suo panino inesorabilmente piano, lentamente, con delle pause, ci mette mezz’ora. Nell’epoca dell’euforia di internet, la terza grande conquista umana nella comunicazione dopo l’invenzione della scrittura e del libro tipografico, dove abbiamo la possibilità di accedere e scambiare miliardi di informazioni, la persona disabile obbliga a fermarsi, a tornare anche a metodi artigianali di costruzione faticosa e paziente di un codice linguistico che non può prescindere da un incontro costante con l’altro. Nell’epoca in cui i più grandi spazi sembrano rimpicciolirsi perché oramai si è massificata la possibilità di percorrerli in aereo o alla velocità della luce via cavo, la carrozzina sullo sfondo si muove piano, lentamente, la mappa dei luoghi nella vita di un disabile tende a essere limitata. Eppure, come ricordava Giovanni Gazzoli nell’ultimo HP, è proprio la mentalità del caboclo, dell’indigeno amazzonico, ad essere mondiale, quella filosofia del qui ed ora che innanzitutto si prende cura del proprio corpo, della propria casa, del proprio ambiente più prossimo, creando un modello realmente armonico ed ecologico, rispettoso.

Diamoci una calmata

Come diceva Cartesio, gli stupidi si allontanano poco dalla linea della saggezza, quando invece gli intelligenti proprio perché più dotati, alcune volte se ne allontanano correndo. Potrà apparire paradossale affermare che è più ecologicamente sostenibile il modo di vita di tante persone disabili che quello dei normodotati. Nell’arco della giornata, il disabile fisico o intellettivo o psichico, senza distinzioni, sa di muoversi dentro un percorso con risorse molto limitate se confrontate a quello dei normodotati. Non voglio generalizzando semplificare troppo ma è indubbio che il disabile, più del normodotato, sa che deve confrontarsi con molteplici variabili che vanno soppesate sempre, vanno equilibrate alle risorse disponibili. Non sto dicendo che è meglio essere disabili, che è un loro merito essere più limitati di altri, ma che la debolezza non sempre è uno svantaggio (mentre la dittatura dell’impero del denaro vuol farci credere proprio questo), che l’andare più lenti non sempre corrisponde a non raggiungere gli obiettivi, come apparentemente potrebbe sembrare. Non per niente è nata da anni l’associazione Slow Food, in antitesi al concetto di fast food, che valorizza invece quella cultura gastronomica tipicamente italiana fatta di tempi e modi radicalmente opposti ad una cultura appiattita sulla produttività.
Ultimamente si sta parlando di disumanizzazione che questo sistema di sviluppo ha creato, perché un sistema che porta alla morte per fame milioni di persone ogni anno mentre in un’altra parte del pianeta ci si ammala per sovrappeso, evidentemente disumanizza, toglie umanità sia a chi impoverisce sia a chi è impoverito. Andare più piano magari in bicicletta o in carrozzina, stare più in basso familiarizzandosi con le qualità delle cose piccole, sperimentare i vantaggi della “debolezza” senza essere succubi della retorica della forza, è una ricetta di cui il mondo ha bisogno. Solo così ci potranno essere meno diseguaglianze, meno povertà, meno handicap.

Pubblicato su HP:
2000/77