Perché lo fai?

01/01/1996 - Sandro Bastia

Si ha sempre l'idea che un operatore sociale faccia un lavoro che è"impagabile", che le ricompense vengano da "un'altra parte",un altrove non bene identificato, personale, per ciascuno diverso. La fede,"il paradiso", la stima di sé, lavorare per il bene comune, per lasocietà, per gli "emarginati"...
Gli operatori lavorano, ma per chi e per quali ricompense lo fanno? Molte sonole rivendicazioni degli educatori. Una delle più pressanti è certo quella delsalario che, specie per chi lavora nelle cooperative sociali, è assai basso. Maappiattire le rivendicazioni alla retribuzione è sicuramente un errore:chiudersi la bocca con uno stipendio più lauto non è certo l'aspirazione dellamaggioranza degli operatori. Il nostro è un lavoro, una professione.
Di fronte alle condizioni difficili in cui si opera a volte la scelta è quelladi cambiare lavoro, altre di lanciarsi in discorsi che si concludono con frasigià sentite o con un generico "ci vorrebbe". Pochi protestanoapertamente, scendono in piazza, fanno sentire la loro voce; gli scioperiindetti hanno riscosso scarse adesioni (con alcune lodevoli eccezioni) ed ilpiù delle volte più che proteste erano momenti di festa, anche se orientataverso la provocazione. Tutto molto lontano dalla rappresentazione"classica" della protesta per le condizioni di lavoro.
Evidentemente lo scontro o richiamare le attenzioni sulle proprie condizioni dilavoro attraverso i cortei e gli scioperi vengono ritenuti strumenti poco utili,poco adeguati. Oppure le condizioni di lavoro, precarie, difficili, vengonoconsiderate come inevitabili, dati di fatto legati al ruolo marginale che gli"utenti" hanno nella società.
Allora perché farlo, per chi? Si torna al punto di partenza.
Viene da pensare che nel lavoro di operatore sociale ci siano elementi che lorendono un lavoro "speciale" o comunque diverso da molti altri lavoriche vedono, ad esempio, la lotta sociale come momento costruttivo, di confronto.
Evidentemente nell'essere operatori le motivazioni giocano un ruolo nonsecondario: l'assunzione di un ruolo comporta delle responsabilità che fannoriferimento anche ad ambiti personali, della propria vita. Per questo èsignificativo proporre un'esperienza che è comune e particolare al tempostesso. Si tratta di una intervista ad un educatore che lavora all'interno diuna cooperativa sociale. Quest'ultima si è interrogata su quali requisitidovesse avere un buon educatore, affinché potesse lavorare con continuità inmodo adeguato. Una riflessione etica ed anche "economica"; o forse èmeglio definirla "ecologica".

Intervista a Giulio Vaccari (educatore della cooperativa "L'Ulivo")

All'interno della vostra cooperativa attraverso quali criteri scegliete glioperatori? Parole come "motivazione" e "professionalità"come vengono coniugate in un educatore?
La prima discussione all'interno della cooperativa è stata di tipo quantitativoe qualitativo: quante e quali risorse si possono utilizzare per la ricerca dieducatori? Era meglio privilegiare le persone con una forte motivazione, maanche con un bisogno di formazione, per lavorare nei servizi oppure erano daricercare figure che presentassero già una determinata esperienza,professionisti, senza entrare nel merito della motivazione?
Questo ci ha portato ad interrogarci sul nostro lavoro, sul nostro ruolo: se illavoro che noi facciamo è solo una professione in senso stretto e quindi se inrealtà la funzione educativa che noi interpretiamo si riduce ad una mansione,in un determinato tempo, in un determinato luogo. Oppure se l'aspettofondamentale è essere "motivati" ad assumere un certo ruolo in questasocietà.
Chi sostiene la tesi del "professionismo ad oltranza", chiamiamolocosì, è convinto della necessità di un distacco e della necessità di averedeterminati strumenti, utili anche per preservare gli operatori da un certo tipodi stress, dal "burn-out". E' vero che maggiori capacitàprofessionali garantiscono una maggiore "resistenza" all'interno deiservizi ma non è detto che sia qualitativamente adeguata: la relazioneeducativa comporta dei rischi (che toccano anche altre professioni del sociale),come ad esempio perdere il senso del lavoro che si sta facendo, finendoall'interno di un "tecnicismo burocratico". D'altro canto spingendotroppo sulla motivazione si corre il rischio di dare tutto per scontato, cadendoin un certo tipo di spontaneismo che finisce con il dare per scontati glistrumenti.
Sono un sostenitore della motivazione, e quindi un po' di parte. In cooperativanon è stata fatta una scelta chiara e precisa in un senso piuttosto che in unaltro, si preferisce però di solito correre il rischio sul versantemotivazionale. In questo modo si vede anche la differenza culturale dellepersone, una differenza che sta proprio nel concepire la base della professione,che nasce, secondo me, dalle diverse impostazioni della persona umana.

Quindi non è solo una questione di un "saper fare" o di averedeterminati strumenti, perché nel contesto ha un ruolo importante la personastessa che entra all'interno della relazione con la sua visione della vita, lasua storia e la sua esistenza.
La relazione educativa è soprattutto intenzione, per questo spingo soprattuttoper l'importanza della motivazione nella scelta degli educatori: laprofessionalità, gli strumenti e la definizione di un ruolo, sono elementiimportanti, però in realtà il contenuto della relazione derivadall'intenzionalità del soggetto che usa gli elementi a sua disposizione comemeglio crede.

Molti operatori sociali si lamentano delle proprie condizioni di lavoro.Però, rispetto al malessere che viene generalmente espresso, sono poche leoccasioni di sciopero o comunque di espressione pubblica di disagio. Perché?
L'errore che si fa adesso è quello di analizzare il nostro lavoro con lecategorie con cui sono state portate avanti altre battaglie per altri tipi dilavoro nel passato. Vedo che anche nella mia cooperativa si fa fatica a spiegareagli operatori che questo lavoro non lo si rende "nobile" attraversole stesse rivendicazioni che vengono fatte da altre categorie di lavoratori. Nelsettore industriale è facile definire il compito, la mansione, il tempo e diconseguenza il valore sociale, il salario, ecc...
Per questo tipo di lavoro secondo me la rivendicazione va fatta su altre cose.Sono convinto che "l'economia del dono" sia una parte importante dellanostra professionalità, perché effettivamente la relazione educativa non ètutta monetizzabile: una parte va sicuramente retribuita, altrimenti siperderebbero le caratteristiche del lavoro, ma il percepimento di un salarioadeguato, che è uno strumento tipico delle rivendicazioni salariali nel mondoindustriale a cui vengono legate istanze di "riconoscimento sociale"della professione, non è efficace perché non garantisce il riconoscimento dellavoro in sé, ma garantisce solo una piccola parte dell'effettiva portata deiproblemi.

Può spiegare meglio la definizione di "economia del dono"?
E' sempre legata al discorso della motivazione. Quando uno si avvicina a questotipo di lavoro (ci si può avvicinare anche per caso, ma poi si decide dirimanerci) da qualsiasi tipo di approccio culturale egli provenga, secondo mealla fine fa questo tipo di lavoro perché pensa di poter fare qualcosa per glialtri, e vi riesce solo se entra in un legame in empatia con le persone con cuilavora, una relazione intima con "l'altro".

Quindi per l'operatore il ritorno non è solo nei termini economici dellaretribuzione, ma anche nel suo bisogno di essere utile per qualcuno che nellavoro trova un appagamento.
E' un appagamento di tipo umano, legato alla propria visione della vita, allapropria specificità e questo fa parte della retribuzione, ma all'interno deicanoni usuali non è compreso. E' un ritorno in termini di "economia deldono": non è quantificabile né identificabile con lo stipendio.

Se Superman è il simbolo del volontario, quale ritiene sia il personaggiocon cui si identificano gli educatori?
L'Uomo di gomma dei Fantastici Quattro: innanzitutto perché è uno scienziato,quindi sottolinea l'importanza degli strumenti, del metodo scientifico comestrumento per fare il nostro lavoro. Poi è un personaggio che non lavora dasolo, collabora con altri colleghi, un'equipe, appunto i Fantastici Quattro.C'è il discorso dell'elasticità, del sapersi adattare alle varie situazioni ebisogni che incontra, senza trascurare la possibilità che ha di cambiare formae identità pur restando sempre se stesso, a seconda dei diversi contesti. E'una capacità importante questa per un operatore.

Le Usl sono state trasformate in "aziende" gestite da manager.All'interno di questo nuovo modo di intendere i servizi come si modifica lafunzione dell'operatore. E' un operaio, un impiegato, un artigiano o cosa?
In questo caso il discorso è un po' complesso, nel senso che se l'operatorerimane solo, non vedo un grande avvenire per lui... Nel Welfare State deimanager una figura come la nostra ha poco futuro, poco peso sociale. Vedo meglioun ruolo come "associato", un operatore "imprenditore" di sestesso, insieme ad altri, in una forma che potrebbe essere quella cooperativa.
In questo modo può assumere un ruolo propositivo, di indirizzo verso lo Statovisto che questo ha perso la capacità di pensare ed elaborare delle risposteefficaci. Le persone che lavorano alla base hanno la responsabilità di farlo,visto anche che non ci sarà mai un riconoscimento di questo ruolo che partadall'esterno. Comunque va sottolineato che l'utilizzo della forma cooperativasottintende una ripresa dei concetti alla base della cooperazione: molti oralavorano in apparati che della cooperazione non hanno più nulla, mentre inveceoccorrono forme di lavoro collaborativo.

Considerazioni finali

Se l'intenzionalità caratterizza l'agire degli operatori ciò deve esserevero sia quando questi sono a contatto con gli "utenti" sia quando ilcontatto è con i committenti del nostro lavoro. Ma chi sono costoro? Ireferenti delle cooperative o associazioni, i responsabili AUsl o delleistituzioni per cui lavoriamo, i genitori, gli utenti stessi. Ma a questi èbene che se ne aggiungano altri, in primo luogo noi stessi. Non possiamoprestare lavoro in un servizio che non vede anche noi stessi come committentidel nostro lavoro, altrimenti diventiamo meri esecutori di mansioni che pocohanno a che vedere con l'agire degli operatori che è caratterizzatodall'intenzionalità.
Con questo non ci si riferisce alle fatiche che, più o meno grandi, sononaturali in qualunque lavoro, ma al versante più istituzionale del nostrolavoro, che spesso viene sottovalutato perché ritenuto impermeabile alleesigenze del servizio ("non lo sa nessuno cosa si prova"). In realtàil versante istituzionale è fondamentale nel determinare le condizioni dilavoro ed anche questo versante deve essere coinvolto e responsabilizzatorispetto alle conseguenze delle proprie scelte.
Un buon livello di soddisfazione del "committente interno" ovvero noistessi, è il segnale che agiamo con intenzionalità, da operatori. Soddisfareanche i nostri bisogni all'interno dell'ambito lavorativo non è egoismo, mapiuttosto fa parte dell'agire in modo professionale e responsabile,"ecologico". Le recriminazioni, che si levano da più parti, fannopensare che vi sia un numero molto grande di operatori non soddisfatti che simuovono solo per dare luogo ad una mansione anziché una professione: che siagiunta l'ora di farsi ascoltare? Se non ora, quando?

Pubblicato su HP:
1996/50