Pechino 2008, un'Olimpiade giusta?

06/07/2011 - Giovanni Preiti

Pochi giorni fa, in uno dei tanti convegni al quale partecipo, sulla tematica dello sport per i disabili, mi sono trovato a dover difendere il valore di una Olimpiade. Infatti uno dei relatori, uno psicologo che si occupa di sport come mezzo per il recupero di persone con problemi mentali, dopo aver delineato lo scenario dei risultati raggiunti dallo sport in Italia e dopo il racconto dell’esperienza di uno dei nostri atleti paralimpici campione a Torino 2006, ha preso subito le distanze dicendo che il valore dello sport non veniva di certo tracciato da quelli che sono i comuni confini federali, politici e mediatici dello sport attuale che vedono in Pechino 2008 il prossimo grande traguardo. Come presidente, seppur solamente di un Comitato Provinciale Paralimpico, mi sono sentito di dover comunque difendere il significato puro dello sport e gli ho risposto che se eravamo seduti allo stesso tavolo e parlavamo insieme davanti a una platea, i nostri confini non potevano che essere condivisi. Gli ho ricordato che anche in passato c’eravamo già incontrati per giocare sullo stesso campo da calcio come avversari e ora eravamo lì per delinearli assieme quei confini. Inutile dire quanto siano importanti per noi le Paralimpiadi, come mezzo di promozione. Grazie a Torino 2006, alla nomina a Commissario Straordinario della Federcalcio del nostro presidente nazionale Luca Pancalli, e anche a uno spot televisivo di un noto istituto bancario del quale era protagonista Emanuele Pagnini, uno dei nostri atleti disabili della nazionale di sci, il CIP (Comitato Italiano Paralimpico) ha fatto un grande passo mediatico, rendendo visibile una dignità già conquistata dal punto di vista legislativo con la L. 189/2003. Questo ha significato la possibilità per tante persone disabili di conoscere l’opportunità sociale di fare sport. In realtà, so bene che lo scenario che si prospetta a meno di un anno da Pechino 2008 è terribile: un milione e mezzo di persone sfrattate nella città di Pechino per le costruzioni e la ristrutturazione della città olimpica, un intero quartiere storico che è stato raso al suolo e ricostruito come distretto commerciale per le Olimpiadi. Secondo il COHRE, Centre on Housing Rights and Evictions, ben 1.250.000 persone sono già state sfrattate a Pechino come risultato dello sviluppo urbano legato ai Giochi Olimpici. Almeno altre 250.000 persone saranno sfrattate nel prossimo anno per raggiungere un totale di 1.500.000 persone che avranno perso la loro abitazione a causa delle Olimpiadi. Di queste, più di 30.000 persone all’anno sono state gettate nella povertà a causa della demolizione delle loro case. Ad aggiungersi a questi numeri, il livello di violenza e repressione contro le vittime degli sfratti forzati è stato e rimane un problema. Lo studio del COHRE, evidenzia però come il fenomeno sia da associarsi più in generale alle grandi manifestazioni come i Giochi Olimpici: per le Olimpiadi di Seul del 1988, 720.000 persone furono allontanate con la forza dalle loro abitazioni e radunati in campi di raccolta. Ad Atlanta nel 1996, la ristrutturazione cittadina portò all’allontanamento di 30.000 poveri e alla demolizione di 2.000 appartamenti in case popolari così come per le Olimpiadi di Atene furono introdotte nuove leggi per rendere più facili le operazioni di esproprio e centinaia di Rom furono mandati via dai loro accampamenti. In Cina, il paese premiato per l’organizzazione dei giochi olimpici, simbolo della fratellanza e unione tra gli uomini, manca il riconoscimento dei fondamentali diritti dell’uomo, come la libertà di stampa, di opinione e ogni anno vengono eseguite centinaia, forse migliaia, di condanne a morte. Purtroppo, anche durante i giochi, il regime torturerà o ucciderà qualcuno, all’ombra di qualche carcere. Inoltre la Cina ha iniziato a costruire un’autostrada di 108 chilometri sul lato tibetano dell’Everest, per facilitare il percorso dei tedofori (la torcia percorrerà 137mila chilometri con 22mila tedofori attraverso i 5 continenti). Nonostante per questi lavori le preoccupazioni ambientali sono presenti, non è chiaro però se il progetto di costruzione della strada creerà complicazioni alla fragile natura della regione himalayana. La costruzione della grande opera (del costo di 19,7 milioni di dollari) dovrebbe essere ultimata nel giro di quattro mesi. Ciò permetterà ai tanti turisti, scalatori, operatori vari e giornalisti che accorreranno in massa sull’Everest, di portarsi dietro tutte le loro diavolerie tecnologiche, preludio di un grosso inquinamento nella zona allorché tutte le televisioni del mondo saliranno a queste altitudini per accertarsi che la torcia bruci. Tuttavia, tra le comunità montane dell’Himalaya, c'è chi teme che i grandi lavori sul Tibet proseguiranno anche dopo le Olimpiadi. Sembra difatti che il governo di Pechino abbia investito un fiume di denaro per “conquistare il Tibet”: entro il 2010 saranno spesi circa 10 miliardi di euro per 180 opere infrastrutturali; dal prolungamento della recentissima linea ferroviaria Pechino-Lhasa, capitale del Tibet, fino a Xigaze, seconda città tibetana, alla realizzazione di acquedotti, linee elettriche e linee telefoniche. In questo modo la maggior parte dei tibetani (in maggioranza dediti alla pastorizia) dovrebbe essere raggiunta dall’influenza del governo cinese e dalle trasmissioni televisive di Pechino. E come ciliegina sulla torta sarà messa a dura prova anche la salute degli atleti dalla disastrosa situazione ambientale di Pechino. L’aria di Pechino è ormai la peggiore al mondo, e i primi a farne le spese sono i pechinesi. Ma per gli atleti, i pochi giorni di permanenza saranno più che sufficienti a lasciar loro tracce indelebili dell’inquinamento della capitale cinese.
Di fronte a tutto questo verrebbe voglia a chiunque di boicottare un così grande crimine, ma credo che ormai sia troppo tardi. Io, nel mio piccolo, chiederò ai miei atleti paralimpici di rappresentare e di difendere non solo l’onore dell’Italia che con tanti sacrifici hanno meritato, ma di difendere di fronte a tutti l’onore dell’uomo, e della civiltà che ha raggiunto, senza dover mai più in futuro pagare un così caro prezzo.

 

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