Parola di educatore

01/01/1997 - Davide Rambaldi

Non sono d’accordo. Non ci stò.
Per quanto capisco, il nuovo
Regolamento concernente la
individuazione della figura e relativo
profilo professionale del terapista
occupazionale e del tecnico
dell'educazione psichiatrica e psicosociale sancito dal ministero
della Sanità, trasformerebbe gli
educatori professionali in tali figure,affiderebbe la formazione alla Sanità attraverso un diploma universitario, inquadrerebbe questa figura esclusivamente come sanitaria.
Ripeto: non sono d accordo, non ci sto. Per essere eccessivi, credo che questa operazione uccida un utopia: l'inserimento nelle istituzioni e nella società di un professionista dell’educazione; perché si tratta di

dire basta a questo bisogno negato. C’è bisogno di educazione nelle scuole. C’è bisogno di educazione
nel doposcuola, nel tempo libero. C'è bisogno di educazione nelle istituzioni sanitarie e sociosanitarie. Educazione come umanizzazione delle persone e delle istituzioni.La titolarità della formazione dell’educatore deve essere quindi specifica al proprio campo: Scienze della Formazione, non può essere delegata alla Sanità. il sancire un ruolo, una funzione, una identità,
se non negata, ancillare allo strapotere medico sanitario, quello stesso potere che avrebbe bisogno di confronti franchi e paritari (e non ipocriti e subalterni) con altre professionalità
ed epistemologie per ripensarsi e migliorare le proprie istituzioni e le proprie pratiche sociali.
E deve essere laurea e non diploma universitario: perché nel sistema formativo italiano, anche se la laurea spesso non vale il lavoro e un'adeguato inquadramento professionale,
 

è l'unico titolo formativo che porta con sé un alta dignità culturale ed un rappresentativo, ipotetico, status sociale.
Il sindacato non può appoggiare questo nuovo profilo con la scusa di avere ottenuto finalmente un riconoscimento sociale e garantito così un futuro inquadramento nella Sanità. E' una visione cieca e povera di ciò che succederà, è un adeguarsi, anzi, un abbassarsi allo status quo: sancire il "nullo potere sociale" degli educatori nei posti in cui lavorano rinunciare alla battaglia culturale per elevare l'educazione come pratica sociale.
Il rinunciare a riflettere sul ruolo e sull’identità di una figura professionale quale l’educatore, nel contesto sociale, e su di una lotta che è politica e culturale per affermare un diverso approccio al disagio sociale, per tenere alta la testa e la vigilanza sui diritti delle persone emarginate, dei minori, dei malati. La formazione universitaria medica non ha mai approfondito l’epistemologia relazionale - tant’è che da più parti gli stessi medici ne denunciano la mancanza - eppure a lei si dà la titolarità della nostra formazione: come può essere possibile? Come faremo a mantenere e garantire un altro punto di vista che non sia terapeutico ma educativo sugli oggetti e per i soggetti del nostro lavoro? Se non diamo dignità culturale, formativa, sociale all’educatore, come potrà essere un'agente positivo di trasformazione delle istituzioni e della società?

P.S.Consiglio vivamente alla dirigenza sindacale la rilettura o la lettura di Educazione come pratica di libertà e"Pedagogia degli oppressi" di Paulo Freire. Per non dimenticare che educazione è politica.

Davide Rambaldi

Pubblicato su HP:
1997/55