Parliamo chiaro

01/01/1993 - Angela Verzelli

"Due parole" è una rivista, una delle tante ma non come tutte le altre. Ha per sottotitolo una scrittura che incuriosisce: "mensile di facile lettura", e tutto, dalla scelta dei titoli alla grafica, desta una sensazione di scorrevolezza e di facilità che raramente si incontra nell'editoria a cui siamo abituati.

Le notizie di attualità che vi compaiono sembrano sminuzzate e poi ricomposte con il linguaggio semplice della quotidianità per arrivare direttamente al loro obiettivo: i lettori. Per capire da quale ipotesi scientifica è nato un progetto di questo genere, ormai al suo quarto anno di pubblicazione e coordinato da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Scienze del linguaggio dell'Università di Roma, abbiamo rivolto alcune domande al direttore scientifico del mensile, il professor Tullio De Mauro. "L'ipotesi da cui siamo partiti - spiega De Mauro - è quella che occorre proporre un messaggio formulato in modo che vada incontro alle esigenze dell'interlocutore, e questo è un discorso valido in generale. Più in particolare possiamo riformulare una notizia scavando nel contenuto e nelle nostre capacità espressive per trovare appunto quelle formulazioni, anche molto specifiche, che si adeguano al nostro interlocutore. Questo non è un compito facile perché bisogna sommare la capacità di penetrazione approfondita di un argomento, con la capacità di renderlo cormprensibile a chi vi si accosta per la prima volta. Difficilmente i giornalisti si pongono in quest'ottica e spesso rimangono al di fuori degli argomenti di cui si occupano risultando prigionieri del linguaggio tecnico. Occorrerebbe essere specialisti più giornalisti, per usare un concetto di Gramsci".

Domanda. Chiariamo dunque a quale tipo di interlocutore sono rivolti i vostri articoli.
Risposta. Innanzitutto si tratta di un pubblico di disabili mentali, ma anche "marginali" di ogni tipo come bambini, anziani, lavoratori e lavoratrici stranieri;
noi tentiamo di dare loro le notizie del mese cercando di fare in modo che quando il numero esce non sia già invecchiato rispetto agli argomenti del momento. Non abbiamo alcuna preclusione sulle notizie da affrontare, per cui spaziamo dalla politica alla letteratura, alle notizie di vita quotidiana. Grazie a questo esperimento, che è sì scientifico ma è anche legato a fattori umani come la solidarietà verso questi gruppi di persone, stiamo poi cercando di mettere a punto un manuale di regole per la scrittura di facile lettura che dovrebbe essere pubblicato entro l'anno.

D. Allarghiamo ora un problema oltre la sfera del pubblico specifico del vostro mensile. Dietro la scarsa fruizione degli italiani di tutto ciò che fa parte dell'editoria, libri, quotidiani, riviste, c'è principalmente un problema di bassa cultura o di disinteresse o altro ancora?
R. Indubbiamente i fattori negativi si sommano, così come quelli positivi, quando ci sono! Si tratta dunque sia di un problema di linguaggio troppo specialistico di cui i giornali fanno largo uso, sia di scarsa cultura media. Non è un mistero che in Italia abbiamo ancora oltre il 60% della popolazione che o non ha nessun titolo scolastico o è in possesso della sola licenza elementare: paradossalmente solo il 40% degli italiani è in regola con le norme costituzionali che prevedono l'obbligo per tutti i cittadini del titolo di studio di licenza media. Questo è il primo dato che possiamo così semplificare: solo quattro persone su dieci hanno abbastanza "scuola" per prendere in mano un giornale; ancora più ristretta è la fascia di coloro che hanno un titolo superiore, circa il 15%; dunque quando si parla di mercato librario italiano si deve tener presente un bacino di 6 o 7 milioni di persone e questa è la "bacinella" in cui deve navigare l'editoria italiana.
Oltre a questo si deve rilevare, e ormai molti autorevoli studi in proposito lo confermano, che la gran parte delle pubblicazioni sono fatte non per chi deve leggerle ma per gli altri che scrivono! È una specie di linguaggio per addetti ai lavori per cui si stabilisce un codice comprensibile solo all'interno: forme espressive ammiccanti che funzionano da un giornale all'altro, da un critico letterario ad un altro critico letterario e non dal critico ai lettori. Questo porta ad un eccesso tale per cui anche persone di elevata cultura possono trovarsi in difficoltà a leggere la terza pagina di un giornale o anche gli articoli di fondo. Si crea così un circolo vizioso: i lettori sono pochi o non ci sono, questo induce all'uso di un linguaggio sempre più interno "a chi scrive", il che scoraggia ulteriormente il possibile lettore!

D. In questo panorama così poco ottimistico la struttura televisiva costituisce un rimedio, con l'uso del media visivo, o allontana ulteriormente li pubblico dalla fruizione della cultura scritta?
R. Con i chiari di luna attuali le televisioni, sia pubbliche che private, possono costituire un fatto indubbiamente positivo di fronte a dati come quello che vede un lettore di quotidiani ogni dieci abitanti, che è una media da paese depresso dell'Asia: le televisioni svolgono un ruolo di supplenza per la circolazione delle informazioni. Questo lo dico comunque con una certa amarezza perché sarebbe meglio che le maggiori città italiane avessero centri di lettura, sale di consultazione e che tutto questo fosse divulgato perché oggi, molta gente, non ha nemmeno idea che possano esserci posti dove andare a leggere un quotidiano o un libro.

D. In conclusione, il grande colpevole di questo vuoto culturale generale è il sistema scolastico italiano?
R. II sistema scolastico è quello che abbiamo fatto noi; chiunque di noi si rende conto del deficit culturale che abbiamo rispetto ad altri paesi, ha in qualche modo, la sua parte di colpa perché, pur sapendo e vedendo il problema, non riesce a fare niente; poi ci sono quelli che non lo vedono o che, vedendolo, non vogliono modificare niente. È un dato di fatto che in moltissime famiglie italiane si spendono, complessivamente, miliardi per comprare magliettine, zainetti, scarpine, mutande ai ragazzini ma l'idea di comprare un libro o di far trovare libri in casa coinvolge, secondo l'Istat, solo il 12% delle famiglie italiane. In questa situazione non c'è poi da stupirsi se le cose non vanno nella direzione prima indicata, cioè l'ampliamento delle sale di lettura, concerti, ecc. In realtà questa sembra essere l'ultima delle preoccupazioni anche della classe politica, per cui il personale della scuola è male utilizzato, non ci sono risorse sufficienti per affrontare i problemi del disagio scolastico e così via. L'evento emblematico di questa situazione è la riforma della scuola secondaria che è in Parlamento dal 1969, sono più di vent'anni, e non è mai stata varata: in questi giorni ho ricevuto un avviso dal ministero per partecipare ad una Commissione che si dovrà occupare, nuovamente, di esaminare i progetti di riforma. Dopo vent'anni siamo ancora alla costituzione di una Commissione di studio, quando nello stesso arco di tempo in Germania, Francia ci sono state almeno due o tre generali riorganizzazioni dei contenuti dei programmi.
Direi che questo spiega molte cose.