Lo sguardo del Sud - Papango

11/07/2011 - di Marcello Anastasio animatore e formatore, organizzatore di eventi culturali con esperienze anche in Sudafrica e Madagascar

Oggi il vento del mattino si è levato più forte a scuotere i tetti di lamiera delle case. I battenti rimasti aperti sbattono ora in un senso ora nell’altro. Abbiamo appuntamento con i due giovani ingegneri italiani per raccogliere il materiale progettuale che hanno elaborato. Prima però François mi ha chiesto di accompagnarlo alla fattoria per parlare con la gente del villaggio e mettere a posto la questione dei campi confinanti (uno dei quali è andato a fuoco).
In questo periodo le famiglie che hanno soldi organizzano le riesumazioni dei parenti defunti. Durante i riti della riesumazione tutta la gente del villaggio e molta gente di passaggio partecipa ai festeggiamenti, alcune volte per tre o quattro giorni consecutivi. L’occasione di onorare i morti (che sono i veri proprietari della terra) è anche l’occasione per rendere grazie per la possibilità di vivere e lavorare nella terra degli avi. Nelle notti scorse si è danzato e bevuto molto nel villaggio vicino alla fattoria in cui Tsinjo Lavitra (Sguardo Oltre), l’associazione di François Ratzimbazafy, sperimenta nuove forme di coltivazione. La tecnica introdotta da François consiste nell’arare e vangare bene i terreni in pendenza prima della stagione delle piogge e mantenerli umidi e areati tramite una spessa copertura di erba secca capace di assorbire le piogge o l’umidità della notte e di impedire il dilavamento e la perdita di suolo. Sono molti i terreni che sono stati coperti con i fasci di erba secca e i villaggi circostanti che coltivano la terra solo col sistema tradizionale a terrazze non riescono a comprendere certe novità per cui provano scetticismo misto a invidia.
Le colline di Amboitsarabe sono situate ad alta quota e si aprono su una vasta pianura alluvionale a oltre millequattrocento metri di altitudine. La pianura è una immensa risaia inaridita in cui si vedono solo alcuni quadratini coltivati, quelli in cui le abbondanti piogge dell’anno scorso sono restate. Il vento orientale ci accompagna mentre ci alziamo, ci laviamo e ci vestiamo; i miei abiti hanno cambiato di colore in soli tre giorni. Prendiamo la 4x4, per andare alla fattoria. Porto con me il necessario per la prima doccia che potrò fare al ritorno dai Fratelli Maristi, se c’è tempo. È stato un piccolo ricatto nei confronti di François, messo in atto da me come scherzosa partecipazione agli itinerari complicati di ogni giorno. La strada la conosco, sale e scende per le colline, è come una traccia tagliata col coltello in una torta al cacao. I chiaroscuri dall’argilla paiono dipendere dalla mano del pasticcere, dalla temperatura del forno. Il sole è caldo, l’inverno sta per finire; alte, sospinte da un vento imponente, si osservano grandi nuvole cariche d’acqua passare veloci per andare a scaricarsi lontano, forse in Kenya, chissà. A terra le brezze del mattino si smorzano, il polverone alzato dalle grandi ruote della vettura ricade come farina di frumento e zafferano.
Di fianco alla macchina, sull’incasso d’argilla che scorre a destra o a sinistra, molte scene si rappresentano. Una donna, fasciata da un pareo tradizionale viola e rosa, carica di secchi e bidoni, sta andando alla fontanella a prendere l’acqua. Un anziano signore sistema su diversi sassi castelletti di candide bacchette di eucalipto da vendere come esche per il braciere. Una bambina accompagna due oche al pantano, un’altra, davanti alla sua piccolissima casa di tre metri per quattro, guarda i fratelli mentre sventola il fornello a carbone con un pezzo di scatola di cartone. È un gran fervere di gesti semplici, di attività automatiche d’ogni giorno. Così un ragazzetto sistema i sacchi di carbone a tripode sul bordo della strada e una bambinetta, che vista di sfuggita dal finestrino sembrerebbe sua sorella, sposta un gruppo di gallinelle legate insieme per i piedi. La macchina incede lentamente a causa dei solchi scavati nell’argilla del fondo stradale dalle piogge dello scorso anno e questo mi permette una visione quasi da film. Una giovane occhialuta dalla camicia candida si avvicina per salutare: è una studentessa di quando François insegnava, ora ha messo su un ristorante e un’agenzia immobiliare. Mi domando come abbia fatto a mantenere la sua camicetta bianca a quel modo, senza nemmeno un velo di polvere rossa. La periferia diventa campagna piena e i bambini visti qua e là dal finestrino, pascolano zebù bianchi e neri. La vallata si apre e il campo bruciato risalta sul fianco della collina come un marchio sulla pelle consunta di un vecchio animale portato al macello. Una volta scesi ci viene incontro il guardiano, un ometto minuscolo col cappello in mano, implorante. Non s’è accorto, dice, dell’incendio se non quando era ormai impossibile da spegnere. Col guardiano percorrendo i bordi secchi delle risaie ci spostiamo al villaggetto di case di terra e mattoni ocra in cui si vede già una certa agitazione. Un signore con un cappello europeo e tre denti ci riceve gentilissimo. François mi indica e comincia a parlare stretto, scandendo e mostrando i denti e indicando il campo bruciato e poi ancora una volta me. Penso mi stia presentando come il finanziatore occidentale cui deve render conto dei danni provocati dal fuoco. Chiede rispetto François per quel che fa e considerazione. Subito intorno a noi c’è tutto il paese. Uomini, donne, bambine, bambini, ragazzi, vecchi, tutti. Gente che stava lavandosi ed è giunta insaponata o che dormiva ed è stata svegliata da quel discorso sul fuoco, sui danni, sulla denuncia alla gendarmeria, sul risarcimento in danaro o in lavoro. Non avevano dato nessuna importanza a quella paglia sul campo, è normale alla fine della stagione arida vedere bruciare l’erba secca nei campi. Le parole di François sono chiare: occorre rifondere, ripagare il danno. Tutto il villaggio sembra aver scoperto oggi l’esistenza di un altro pianeta, di un mondo sconosciuto e arcano in cui dell’altra gente fa cose nuove, inconsuete, a loro insaputa. Negli sguardi di quella gente paura e perplessità verso gli sconosciuti intrusi venuti a pretendere cambiamento.
Il giorno inizia presto ad Antsirabé, il vento ha già invertito la rotta, ora dobbiamo tornare al cantiere. Dallo specchietto retrovisore, come in quadretto naif, le persone alte quasi come le case stanno in piedi a guardarci proprio come le avevamo lasciate, immobili.
Lungo la strada di ritorno, verso la doccia, la polvere rossa si leva costringendoci a socchiudere i finestrini. “Andao!” dice François: “Avanti! Bisogna andare avanti”, mi traduce. La polvere, penso in un lampo, la polvere qui non esisteva! Qui doveva essere tutta foresta! La polvere è l’unico regalo dei colonizzatori al Madagascar. La polvere è ciò che resta delle foreste pluviali bruciate massicciamente dai francesi. L’unica cosa portata qui dall’Europa e che qui prima non c’era.
Sopra un terrapieno d’argilla color aragosta, avvolto da una folata di vento, un bimbo dai capelli rasati guarda in alto al filo sospinto dal vento.
“Come si dice?” domando.
Papango” – risponde François – “ricordati che la ‘o’ si legge ‘ou’.
“Allora papangou e andaou, è giusto?”.
Il ragazzino uscito dalla nuvola di argilla rossa tende ancora il filo del suo aquilone: “Andao! Andao!” – sembra dire.

 

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Mondo e Terzo Mondo