P come Politically Correct

01/01/2002 - Paolo Guiducci

Gli animatori dei cartoni animati dimenticavano sempre quale fosse la gamba di legno, che rischiava di passare a destra o a sinistra a seconda dell’autore in questione. Per semplificarsi la vita, quelli di Burbanks decisero di abolirla. Troppo complicato star dietro alla menomazione d’un figlio, seppur di celluloide. La drastica decisione si riflettè anche sulle strisce quotidiane e sui comic books (prima degli anni 50), contestualmente il nome di Gambadilgno (Peg-leg-Pete) si trasforma nell’anonimo “Pietro il Nero” (Black Pete). Bisognerà attendere Floyd Gottfredson e la sua vena d’autore per avere una benché minima spiegazione della “novità”. Sarà lo stesso Gambadilegno ad illustrare a Topolino di aver sostituito la vecchia gamba di legno con una modernissima protesi indistinguibile dall’originale. Magari involontariamente, frutto più di esigenze pratiche che di vera e propria censura, la storia di Gambadilegno è comunque un siparietto che la dice lunga sulla sensibilità di trattare certi temi. Anche nei Disney italiani; “La proibizione di toccare certi temi ha una lunga gestazione – spiega l’esperto Marco Barlotti1 – I primi vincoli nascono nel 1962, con l’adozione da parte dell’editore Mondadori del ‘Codice di garanzia morale’ tendenze ad assicurare ‘i genitori e gli insegnanti’ che i ragazzi possono leggere il fumetto’ senza che tale lettura sia nociva alla loro formazione morale”. Una posizione diventata addirittura più rigida nel corso degli anni, con l’aggiunta di ulteriori vincoli a disegni e dialoghi. Il fatto è che l’handicap non sembra generalmente agli autori (e forse soprattutto all’editore) un buon argomento per le storie (per defizione non impegnative) di un giornale a fumetti” conclude Barlotti.
Chi invece accetta il “dialogo” fedele al proprio motto “educare divertendo” è il settimanale paolino il Giornalino. Per esempio, pubblicando la storia di un pilota costretto a confrontarsi con la disabilità fisica. Alan infatti è un giovane campione automobilistico rimasto ferito ad una gamba in seguito ad un incidente. Secondo i medici l’unica soluzione possibile è l’amputazione. La notizia provoca una sbandata nel pilota, che non dà il consenso per l’operazione. “Preferisco morire”, ripete. La voglia di vivere e di affrontare la realtà gli tornerà solo grazie all’incontro con John, un ragazzo affetto da paresi agli arti inferiori, una vita in ospedale che non gli ha scalfito la voglia di sorridere e di affrontare la vita a testa alta. “Sono venuto per restituirti il tuo autografo! – lo affronta – L’altro giorno mi sono sbagliato credendoti un campione”. Così facendo gli sbatte in faccia la realtà non certo contrassegnata dal coraggio. La frustata ridesterà il pilota il quale – miracolo atteso durante tutto il racconto – in seguito all’operazione perfettamente riuscita, guarisce. “Il campione”2 è un esempio emblematico di un atteggiamento nei confronti della diversità talmente positivo da sembrare inevitabilmente idealizzato. Per contro, si respira pagina dopo pagina l’aria da “lieto fine”. Certo, la sofferenza non è bandita dalle pieghe del racconto ma in primo piano è sempre mostrato il lato positivo, l’atteggiamento forte e vincente nei confronti della malattia - e quindi della vita - del John di turno, una raffigurazione in fondo stereotipata e tutto sommato tranquillizzante tipica di un certo fumetto avventuroso-realistico, più incline “a prospettare guarigioni o soluzioni miracolistiche per casi irreversibili” che a scandagliare “la conflittualità interiore del disabile”, come ha ben mostrato in più d’una occasione Giulio Cesare Cuccolini3.
Non di rado, inoltre, i comics avventurosi hanno rafforzato i radicati e diffusi ma infondati luoghi comuni sull’handicap come il binomio deformazione fisica-abiezione morale. Esempio autorevole è il classico Dick Tracy4, il poliziotto dal mento quadrato creato da Chester Gould, un archetipo del giallo e non solo a fumetti, che ha proposto ai suoi lettori una galleria di cattivi che avrebbero fatto felice Lombroso. Prima ancora di essere giudicati per averli visti in azione, i cattivi secondo Chester Gould, cioè i vari Pruneface, Flattop e Sharkey che ostacolano il cammino di Dick Tracy e della giustizia, si riconoscono per le deformità del volto. Lo stesso Tex Willer, il longevo ranger nato dall’italica fantasia del duo G.L. Bonelli/A. Galeppini, in qualche maniera è un seguace di questa teoria, basti pensare al deforme El Muerto5 ma anche ai tratti luciferini che caratterizzano l’arcinemico Mefisto e l’altrettanto mefistofelico di lui figlio Yama. Incamminatosi su questa strada, Aquila della Notte arriverà a riconoscere i cattivi dall’odore: che sia lo zolfo ad orientare il sesto senso del ranger di Bonelli? Battute a parte, si tratta di un cliché che fa parte del dna del fumetto e rintracciabile anche nei più recenti serial. Non fa eccezione Magico Vento, peraltro è impegnato a smontare tanti dei pregiudizi verso i diversi di ogni razza e colore. Come giudicare altrimenti il Groddek di “Blizzard”7, un rapinatore ed assassino intento a semina il terrore in mezzo west eppure mosso da tanta pietà verso i suoi simili da nascondergli la vista del suo vero volto deforme e mostruoso sotto un comodo saio.
Certo, pensare al fumetto, ovvero una rappresentazione deformata e deformante della realtà, come ad un’isola felice in cui la trattazione della diversità avviene senza cadere in stereotipi più o meno politicamente corretti, non è pensabile. Per contro non mancano episodi, anche ben riusciti, in cui vignette e ballon riescono ad abbattere le barriere del conformismo. Le strisce di Bloom County8, a questo propisito, sono significative. Il protagonista, un reduce dal Vietnam costretto sulla sedia a rotelle, grazie al suo sense of humor riesce a sovvertire il comune modo di pensare e di comportarsi, fino a mettere a disagio gli interlocutori di ogni sesso e ceto sociale. E che dire di “Pasqua”9, il fumetto di Andrea Pazienza in cui il geniale autore abruzzese non ha difficoltà a mettere in striscia anche l’handicappato cinico, o quello depresso e il nevrotico, insomma l’handicappato senza qualità, in realtà “caratteri che la letteratura e il teatro europei avevano approfondito fin dagli Venti” ci fa notare argutamente Cesare Padovani10. Insomma è possibile raccontare la diversità senza far apparire nient’altra qualità se non quella irrinunciabile di essere umano. Lontano dal manicheismo handicappato buono/handicappato cattivo si è incamminato anche Filippo Scozzari. Più interessato all’handicap morale che a quello fisico, Scozzari ha preso spunto dalla vicenda, realissima, di Rosanna Benzi e della sua esistenza nel polmone d’acciaio dell’ospedale San Martino di Genova, per un fumetto con un handicappato di stampo “classico”. “Lorna”11 è l’omonima infermiera che assiste Arturo, ventisei anni, da ventisei anni in un polmone d’acciao. “Praticamente non ho mai smesso d’essere un feto” dichiara cinicamente. Arturo però ha Lorna, la sua amante onirica capace di entusiasmarlo con i suoi racconti di fanta-erotismo. Quando smette il camice, però, ai gesti dolci e alle premure per il paziente, l’infermiera sostituisce pensieri di morte. Il politically correct si è fermato nella sala anestetizzata dell’ospedale. La vita è sempre un’altra cosa.

1. M. Barlotti, “Prima e dopo il pc. Disabili Disney italiani”, in S. Gorla – P. Guiducci, DiversAbili, Cartoon Club, Rimini, 2001.
2. Montanari-Chiarolla, “Il campione”, in il Giornalino, luglio 1988.
3. G. C. Cucolini, “Handicap e fumetto”, in DiversAbili, op. cit.
4. Dick Tracy è il capostipite del fumetto poliziesco creato dall’americano Chester Gould nel 1931.
5. G.L. Bonelli – A. Galeppini, “El Muerto”, Tex n. 190, Daim Press, agosto 1976.
6. M. Manfredi-Barbati e Ramella, “Blizzard”, Magico Vento n.15, Sergio Bonelli Editore, settembre 1998.
7. B. Breathed, Bloom County, in Linus, Miano Libri Edizioni, aprile/maggio/giugno 1984.
8. A. Pazienza, “Pasqua”, in Tormenta.
9. C. Padovani, “Fumetti con handicap: quando la figura è in sequenza”, HP n. 72, 1999.
10. F. Scozzari, “Lorna”, in Frigidaire, Primo Carnera Editore, Roma, settembre 1988.

Parole chiave:
Creatività, Cultura