Oasis, una fantasia chiamata amore

01/01/2003 - Sabrina Isabella Gizzarelli

 All'ultimo Festival del cinema di Venezia un piccolo, intenso film coreano proiettato sul finire della mostra rimescolò a sorpresa i dadi ma la partita non poteva vincerla. Oasis di Lee Chang-Dong ottenne il poco pertinente premio per la regia della giuria ufficiale e l'ancora marginale premio Cinemavvenire, riconoscimento della giuria giovani. A vincere sicuramente e tanto, fu chi ebbe la fortuna di vederlo in quella occasione, per il momento rimasta unica, dato che il film non è stato ancora distribuito in Italia. Se la critica ha il compito di servire l'arte, ha forse un valore parlare anche di un film che probabilmente non vedrete. Oasis è la storia di un uomo e di una donna che condividono una fantasia chiamata amore. Una fantasia invisibile, impalpabile, tragicamente soggettiva che non riesce a palesarsi al mondo, a farsi riconoscere, a legittimarsi. Hong Jong-Du (Sol Kyung-gu) è appena uscito di galera ed è portatore di un lieve ritardo mentale, Han Gong-Ju (Moon So-ri, la cui interpretazione va oltre ogni possibile descrizione) è affetta da una paralisi cerebrale e vive su una carrozzina in uno stato di semi-abbandono. Lui dal primo incontro ne rimane affascinato e le manda frutta e fiori. Lei non è mai stata amata come una donna. Nessuno avrà occhi buoni per riconoscere la natura di quel rapporto che finirà perseguitato come una violenza su un handicappato. Il film non vuole affatto essere un manifesto della dignità del disabile. Non ci sarebbe nulla di più discriminante che staccare una qualunque categoria e segnalandola nel suo specifico rivendicarne l'assoluta parità rispetto alle altre. Quella scritta da Lee Chang-Dong è una storia universale che racconta l'umanità. La grazia divina, l'immortale bellezza (come massimo compimento di quella istanza di spiritualità che non va identificata e ridotta solo alla fede), che l'uomo può creare quando decide di vivere amando se stesso e l'altro, oltre i limiti e la violenza del mondo: questo è il vero soggetto del film. Proprio come nella vita reale libertà e coercizione, felicità e dannazione, non si eliminano a vicenda ma convivono, così l'autore del superlativo Peppermint Candy, giustappone senza ricercare la sintesi brandelli di personalissime e intensissime visioni oniriche, a livide sequenze di oggettiva e inamovibile realtà e finisce per creare un'opera complessa quanto la vita che rifugge da ogni semplicistica scelta di genere. La poesia non scade nel lamento, la denuncia non diviene alibi per la dannazione. Piani sequenze e campi lunghi lasciano allo spettatore il tempo e la distanza per respirare e scegliere consapevolmente fino a che punto farsi coinvolgere, il burlesco ristora puntualmente dalla commozione senza però bloccare l'emozione. La sensazione finale è di aver partecipato in qualche modo ad una nuova prospettiva del mondo e del cinema e di averne ancora un disperato bisogno.

Parole chiave:
Comunicazione, Cultura