Non buttiamoci giù

01/01/2006 - Valeria Alpi

E la telefonata… oh be’, ha cambiato tutto. Solo quei due o tre minuti. Son successe più cose nella mia testa durante la telefonata che in tutto quel tempo che son stata sul tetto. E non perché c’erano delle brutte notizie, o delle notizie in genere. Matty stava bene. E per forza. Aveva bisogno di assistenza e gliela stavano dando, e non è che potevano avere tanto altro da dirmi, vi pare? Ho tentato di far durare la telefonata di più e devo ammettere che in questo l’infermiere mi ha aiutato, Dio lo benedica. Ma a nessuno veniva in mente qualcosa da dire. Nella giornata, Matty non fa niente, e in quella particolare giornata non aveva fatto niente. Lo avevano portato fuori sulla sua sedia a rotelle, e abbiamo parlato di questo, ma abbiamo parlato soprattutto del tempo e del giardino.
Gli ho detto grazie, ho messo giù il telefono e per un momento son rimasta lì a pensare, cercando di non buttarmi giù. Amore e attenzioni e tutto quanto, le cose che solo una madre ti può dare… alla fine, e per la prima volta in vita sua, vedevo che non gli servivano nemmeno quelle. Di importanza ne avevo né più né meno come il personale della casa di cura. Probabilmente ci sapevo fare un po’ più di loro, ma era soltanto questione di pratica. In quindici giorni avrei potuto insegnargli tutto quello che gli serviva sapere.
Il senso della cosa era che quando sarei morta, per Matty non sarebbe stata una tragedia. E il senso di questo era che la possibilità di cui avevo avuto più paura da quando era nato, non c’era affatto da averne paura. E non so se ora, sapendolo, avevo più o meno voglia di suicidarmi. Non sapevo se tutta la mia vita era stata uno spreco di tempo, oppure no.

(Brano tratto da Nick Hornby, Non buttiamoci giù)

Nick Hornby è conosciuto al pubblico come uno scrittore ironico e anche un po’ cinico. Spesso ha uno stile talmente schietto che diventa spietato. Mi ha colpito questo brano perché senza buonismi, senza politically correct, dice le cose come stanno. Inquadriamo un po’ la situazione. Il romanzo tratta di quattro persone che per motivi diversi si vogliono suicidare buttandosi giù da un palazzo. I  quattro si incontrano in cima al palazzo proprio nel giorno del tentato suicidio, e tramite una serie di battute ironiche e apparentemente “pazze” decidono di rimandare il suicidio e intanto di frequentarsi un po’. Una dei quattro è una madre di un figlio gravemente disabile, sia con deficit fisici che mentali. Una specie di figlio-vegetale. La madre è stanca, non sopporta più il peso di farsi carico di un figlio così. È una donna sola, senza marito, e in tanti anni ha praticamente sacrificato tutta la sua vita per il figlio. Ha vissuto solo con lui e per lui. Quando incontra gli altri protagonisti, dopo il mancato suicidio, viene convinta a prendersi una vacanza e tutti insieme partono per un luogo lontano ed esotico. La madre lascia il figlio in una casa di cura, dove già il figlio è conosciuto, e parte con grossi sensi di colpa. Questo brano racconta della telefonata che la madre fa alla casa di cura durante il periodo della sua vacanza. E della presa di coscienza di una situazione che forse già in cuor suo conosceva, anche prima di distaccarsi dal figlio. Sono frasi brevi, pratiche, essenziali. Probabilmente anche dure, e senza vie d’uscita, come nello stile dell’autore. Ma sono anche frasi di una potenza incredibile, frasi che raccolgono una quantità molto grande di emozioni e di considerazioni non solo personali ma della società nel suo insieme. Trattare il tema del deficit cognitivo è molto complesso, di solito si tende a scrivere di quante risorse comunque ha anche una persona con deficit così gravi. Le famiglie, poi, che già vivono con angoscia il tema del “dopo di noi”, sono portate a cogliere qualsiasi sfumatura che possa indicare un qualche tipo di relazionalità con un figlio anche se gravemente disabile. Molto di rado si trova qualcuno che tratta del tema del deficit mentale descrivendo anche i grossi limiti, la mancanza di relazionalità e la mancanza, purtroppo, di vie d’uscita. Nick Hornby è un romanziere, non si occupa di disabilità, ma ha saputo descriverla, in tutta la sua veridicità. Perché sarebbe assurdo non ammettere che in casi come questi i problemi ci sono, che si fa fatica, che si prova dolore, che si cerca disperatamente un modo per vivere la normalità della disabilità ma che questo modo non esiste. Questo figlio vegeta, e se sta con la madre o con qualcun altro non cambia nulla. O almeno: è impossibile stabilire con certezza se per lui cambia qualcosa. È una persona talmente incapace di mettersi in relazione con gli altri, che non si può sapere se sta meglio con la madre che lo conosce bene o con altra gente. Vive, e basta. Nel senso che sta al mondo, e basta. La madre capisce che il problema del “dopo di noi” in realtà non esiste. Lei è in vacanza, ma la vita del figlio si sta svolgendo esattamente uguale. È una donna che ha messo da parte molto denaro, e sa già di poter pagare la casa di cura anche dopo la sua morte. Quindi se anche lei dovesse morire, il figlio è sistemato.
Eppure, quando tutto sembra andare solo verso il cinismo più bieco, il valore di questo figlio viene recuperato non solo dalla madre (sarebbe troppo ovvio) ma anche dagli altri.
Di ritorno dalla vacanza, i quattro protagonisti ormai sono legati e decidono di incontrarsi periodicamente in casa dell’uno e dell’altro. La prima volta che vanno a casa di questa madre, sono imbarazzati davanti alla presenza del figlio. Imbarazzati, a disagio e anche un po’ schifati. Con la solita schiettezza, pensano che tutto sommato pure loro vorrebbero uccidersi con un figlio del genere. Ma poi questo figlio, questa presenza muta e apparentemente vuota, riesce a conquistare tutti. Man mano l’imbarazzo passa, si crea l’aiuto reciproco, il darsi una mano, il chiacchierare con questo ragazzo pur sapendo di non ricevere risposta, il coinvolgerlo in situazioni divertenti e scherzose. Nonostante le premesse, il romanzo si conclude bene, nessuno si uccide e tutti riescono di nuovo a vivere bene. E vivere bene significa anche vivere con questa persona così disabile, perché parte di quello che la madre e gli amici sono dipende anche da lui.

Parole chiave:
Letteratura