Nel sociale,informarsi e informare

01/01/1998 - Nicola Rabbi

Un viaggio personale e "soggettivo" sui problemi dell'editoria sociale e sui vizi del giornalismo italiano. L'avvento del digitale e la possibilità che offre la comunicazione elettronica ai cittadini e alle associazioni; L'importanza di osservatori sulla stampa, la necessità di pensare a nuovi progetti di comunicazione basati sulla tecnologia. Le esperienze comunicative del Centro Documentazione Handicap.

"Catturato spacciatore: era un irreprensibile impiegato", un titolodi cronaca apparso in pieno agosto, in testa ad un articolo di poche righe.; unarticolo di poca importanza, ma c'è chi dice che è dai particolari, daimargini che si possono capire molte cose. Così questo articolo marginaleapparso sulla cronaca locale di un quotidiano la dice lunga sul modo di trattareuna notizia sul sociale e sul rispetto verso i lettori.
Conosco bene la persona arrestata dato che per un paio di anni ha frequentato ilCentro di Documentazione Handicap per via di una borsa lavoro: non era certoirreprensibile visto che aveva una fedina penale molto lunga che un qualsiasicronista, con una telefonata alla questura, avrebbe potuto conoscere.
La caratterizzazione della notizia era stata inventata di sana pianta,"tanto in pieno agosto, con tutti i lettori al mare, chi si accorge diqueste piccole e innocue invenzioni"! L'importante era fare un articolo conun po' di colore, che attirasse l'attenzione del pigro lettore di Ferragosto.
Ma l'operazione innocua non è; oltre che a tradire la fiducia del lettore, iltitolo e il testo non rendono ragione alla persona in questione, con tutto ilsuo carico di problemi, di contraddizioni e la voglia di "liberarsi",di lasciarsi alle spalle certe zavorre.
Venire a conoscenza, in questo caso per un motivo del tutto casuale, di unafalsificazione come questa non può non inquietare e ci porta a guardare allapagina stampata di un quotidiano, di un periodico qualsiasi (ma lo stessodiscorso vale anche per gli altri media), con un occhio più sospettoso.Scattano, in modo automatico e continuo, delle domande che ci coinvolgono comelettori, come cittadini, come operatori nel campo sociale e culturale: e seanche le altre notizie fossero così? come possiamo fidarci di quello cheleggiamo? come possiamo verificare le notizie?

Perché è importante l'informazione sociale

Perché insistiamo sempre su questi temi? Perché un Centro di Documentazionespecializzato sul tema della disabilità come il nostro e che ha come referentiun "pubblico" di operatori sociali e di disabili, si occupa in modocosì pervicace di questioni che riguardano l'informazione, i mass media, ilruolo dei giornalisti, le comunicazione elettronica....?
La risposta è chiara e semplice: i mass media sono decisivi nella formazionedelle stereotipie, dei luoghi comuni, della percezione in generale della realtàe in una società come la nostra, dove l'informazione è la merce più preziosa,nulla, o quasi nulla può sfuggire, al potere di attrazione, alle suggestioni diciò che i media ci dicono.
Ha scritto Luciano Tavazza, segretario della Fondazione Italiana per ilVolontariato (FIVOL) recentemente: "L'esperienza sociale quotidiana fasperimentare al volontariato quanto la società moderna sia fortementecondizionata in fatto di informazione e comunicazione in tutto il mondoindustrializzato" (1). E a volte anche chi è in stretto contatto con ilsociale (un operatore o un volontario), anche chi ha una conoscenza diretta enon mediata con questi temi, può, nonostante tutto, ricadere negli stessiluoghi comuni, mancare nella reale comprensione di un dato fenomeno, puòparlare come gli altri.

Indiani nella riserva

E' questo il potere dei grandi mezzi di informazione, di fronte al quale leesperienze (di comunicazione, di informazione) alternativa rimangono (nel verosenso della parola) ammutolite. Le numerose esperienze di editoria sociale benconoscono questa sensazione di sentirsi "in una riserva", in unterritorio a parte destinato solo a pochi, con scarse possibilità di uscirefuori dal recinto.
E' questa la situazione di quasi tutte le riviste, le case editrici, le agenziestampa che operano in questo campo. Non siamo troppo pessimisti se diciamo cheanche le esperienze più incisive e ambiziose, l'agenzia stampa ASPE del GruppoAbele e Res della Comunità di Capodarco, solo poche volte sono riuscite aforare la bolla di sapone che sembra avvolgere queste esperienze e a diventareportatori di un'informazione che passa attraverso tutti i mass media. Sonodiventati a volte fonte informativa (per lo più sotto la forma rischiosa delleader, della persona nota da intervistare), hanno sensibilizzato alcunigiornalisti, promosso anche nuovi paragrafi del codice deontologico... Alcunecose si sono fatte ma, come afferma Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele:" Il non profit non ha bisogno solo di giornalisti amici, bensì di testatecomplessivamente più sensibili ai problemi reali della gente"(2).
La nostra stessa esperienza, la rivista HP, pur esistendo da 15 anni, con le sue2 mila copie (e mille abbonati) è una flebile, ma non sempre timida voce, inmezzo al vasto oceano informativo.
Anche dal punto di vista economico tutte queste iniziative hanno vita difficile:le riviste sono mantenute in vita per quello che rappresentano, non certo per illoro numero di abbonati o per la pubblicità raccolta ( altre volte dietro c'èun grosso sponsor aziendale , oppure un progetto europeo temporalmentelimitato). Nessuna esperienza editoriale sociale in Italia riesce a mantenersida sola sul libero mercato ma è "protetta" dall'associazione madre onei modi sopra menzionati; nessuna esperienza riesce a sopravvivere basandosisolo sulle entrate derivanti dalle proprie attività culturali e editoriali(comprendendo anche la pubblicità).
Di fronte a questa constatazioni si sente l'esigenza di battere nuove strade,bisogna trovare nuove forme per finanziare queste esperienze, anche pubblichevisto il servizio che offrono. Anche le aziende potrebbero trarre una maggiorelegittimazione sociale da questo tipo di sponsorizzazione.

Rapporti sempre in costruzione con mass media e fragilità economica sono dueaspetti che sembrano caratterizzare tutta l'editoria sociale.

Le responsabilità dell'editoria sociale

Forse il termine è un po' stretto, visto che con editoria sociale noivogliamo comprendere tutta una serie di iniziative che vanno dalla cartestampata, alla radio, dalla casa editrice al sito Internet; comunque,prendendolo nel senso più ampio, tutto questo apparato si colloca, come uncuscinetto, tra chi opera nel sociale e i mass media e anche direttamente trachi opera nel sociale e il cittadino comune.
I motivi dello scarso successo dell'editoria sociale vanno in parte ricercati alproprio interno, ad esempio nel linguaggio usato e nelle immagini che riesce aveicolare, nei rapporti sbagliati che imposta con il mondo giornalistico, nellascarsa conoscenza dei mass media e delle regole che li governano. Scrive Tavazzaproposito: ""Quel che abbiamo comunicato è quel che l'altro hacapito" dobbiamo fare i conti con la nostra comunicazione e con illinguaggio criptico a volte utilizzato. Troppo spesso abbiamo generatonell'opinione pubblica la percezione di un volontariato da super eroi, che èsì da elogiare ma ben lungi da imitare; oppure abbiamo evocato l'immagine diun'attività per pochi "eletti" se non addirittura quella di un gruppodi persone che fanno fatica a darsi le ragioni del proprio agire...Occorreinnanzitutto utilizzare un linguaggio che venga compreso dai non addetti ailavori" (3).
Non sempre si è padroni, anzi difficilmente lo si è, del linguaggio usato edelle immagini che si trasmettono alla fine del processo comunicativo; questaduplice difficoltà la si riscontra in molte produzioni culturali del settore,anche fra quelle che partono da una consapevolezza culturale maggiore. Dicendolain un altro modo, è come se una persona non trovasse le parole giuste peresprimere un'idea e quando lo fa si accorge che il risultato è diverso daquello che aveva immaginato.
E questo può capitare a due livelli diversi, sia nella produzione culturalepropria che in quella che passa attraverso i mass media, ma, in quest'ultimocaso, entrano in gioco altri fattori.
Il fatto di circuitare nei maggiori canali di comunicazione è un sorta diesigenza facilmente spiegabile; lo facciamo con un esempio.
La nostra rivista, nell'aprile del '98, pubblicò un'inchiesta sulla primainformazione, ovvero il modo di comunicare ai genitori la notizia che il bambinoappena nato ha qualcosa che non va. Tema difficile, poco trattato, importante.Il numero monografico e il successivo convegno sono stati un modo perdiffonderlo, per sensibilizzare l'opinione pubblica e il personale sanitario, maoccorreva, per essere incisivi, passare attraverso altri canali, maggiori delnostro che portasse il tema ad un numero più ampio di persone. Una risposta aquesto problema è stata quella della conferenza stampa, attraverso cui abbiamocoinvolto alcuni giornalisti locali. Il risultato non è stato quello che ciaspettavamo, il giorno dopo sui quotidiani la notizia era solo accennata oppureassente. Il perché di questo piccolo fallimento va ricercata in un errore neirapporti con i mass media.
Dice Paolo Brivio, giornalista dell'Avvenire, in un bel testo pubblicato dallaCaritas, "Chi voglia comunicare con i media - e voglia farlo per diffondereun messaggio per sua natura delicato, che non sopporta banalizzazioni ealterazioni , qual è quello della solidarietà - non può farlo nell'ignoranzadelle regole di funzionamento dello strumento che intende impiegare. Bisognadunque rispettare la natura del mezzo e le peculiarità del genere di raccontoche esso sostiene - e più avanti scrive - queste regole non sono né immutabiliné necessariamente buone... ma non si può pretendere che la qualità di uncontenuto informativo buono si affermi a prescindere dalle regole delgioco" (4).
E' vero, certe mancanze possono vanificare tanti sforzi, ma il punto è anche unaltro: stare o non stare alle regole del gioco, o meglio fino a che punto èpossibile accettare la natura del mezzo. Il fatto che i mass media funzioninocosì, il fatto che in redazione si respiri una certa aria non è un fattoineluttabile, ma che si è storicamente creato (qui in Italia con certecaratteristiche).
Ritorniamo al nostro caso, alla conferenza stampa sul tema della primainformazione: con il senno di poi avremmo dovuto cercare un aggancio con lasituazione locale che avesse destato l'interesse del giornalista (e del lettoredel suo quotidiano). Ma forse non sarebbe bastato neppure questo, avremmo dovutodenunciare qualche mancanza di una struttura pubblica o raccontare qualchestoria personale e drammatica. Di nuovo la domanda: fino a che punto è giustospingersi per accedere all'imbellettato mondo dei mass media?

Play it again, Sam

Essere attrezzati per comunicare con i mass media, avere perfino, anche alivello di piccole associazione, una persona addetta ai rapporti con la stampa,ma anche rendersi conto che esiste un margine di autonomia, che le regole delgioco non devono essere imposte da una sola parte soprattutto quando se nevedono i limiti e le chiusure.
Una storia marginale ma esemplare. Conosco un giovane volontario che per anni halavorato con la devianza giovanile; una volta laureato ha cominciato a scrivereper un giornale locale. Mi ha raccontato la storia di uno dei suoi primiarticoli che riguardava il reparto di Malattie Infettive dell'ospedale Maggioredi Bologna. Doveva descrivere una situazione di reale emergenza e dei difficilirapporti tra personale sanitario e malati di Aids. Ha intervistato infermieri epazienti e, dopo averlo fatto, ha portato l'articolo al capocronaca che hatrovato il pezzo "sottotono", pregandolo di riscriverlo con uno stilediverso. Alla fine è riuscito a confezionare l'articolo "giusto" cheè stato è pubblicato il giorno dopo. Nei due giorni successivi ha ricevutodelle telefonate di protesta (a lui convogliate dal suo capocronaca) da partedegli infermieri intervistati che si sentivano descritti nell'articolo comepersone terrorizzate dall'ambiente in cui lavoravano e diffidenti verso imalati. Non erano certo queste le intenzioni del giovane volontario; lui hacercato semplicemente di seguire le indicazioni del suo capocronaca.
E' solo una storia, non capita sempre così, in questo caso molto dipendedall'inesperienza dell'aspirante giornalista, ma è anche vero che da storiemarginali si possono capire i meccanismi che sottendono la notiziabilità deifatti. Nel nostro caso, una notizia deve per forza essere sensazionale eallarmistica; una descrizione pacata e oggettiva delle difficoltà di un repartoospedaliero non è una vera notizia anche se è approfondita e contestualizzata.Sembra quasi che alla consistenza informativa si antepongano i mezzi, ancheretorici, che risveglino l'interesse del lettore, che lo stimolino.
Il problema a questo punto sembra porsi in questi termini: come scrivere unarticolo interessante per il lettore ma rispettoso della notizia, come attirarel'attenzione senza usare mezzi retorici, senza le esagerazioni, i luoghi comuni,i riferimenti simbolici e metaforici incomprensibili o banali? Accanto alleregole del gioco della notiziabilità ne possiamo aggiungere un'altra, anzi unaltro gioco, quello di scrivere in equilibrio senza scadere nella notiziascialba oppure scadere nella notizia avvincente ma che usa mezzi impropri.

Bisogna però saper distinguere tra i giornalisti (i materiali esecutori) eil sistema dell'informazione. Scrive Stefano Trasatti, giornalista delCoordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA): "Il giornalismo hacertamente le sue, anche se l'immagine del cronista cinico, privo disensibilità sociale e dagli studi incerti sa sempre più di caricatura(ancorché numerosi esempi siano tuttora presenti nella realtà) che per fortunapare destinata a scolorire. L'immagine che va affermandosi è quella di ungiornalista sempre più ingranaggio di un sistema esasperato - nelle dimensionie nella velocità - di produzione informativa, dove viene resa faticosa ognipossibilità o bisogno di aggiornamento, di interpretazione dei fatti, dicontrollo delle fonti, di maturazione del proprio spirito critico; e dove non dirado si aggiunge una certa dose di pigrizia, a volte connaturata, spesso indottadalle condizioni di lavoro che obbligano a trascorrere quasi tutto il tempochiusi in redazione" (5). Meno tenero Tavazza che afferma: "Ilprevalere della commercializzazione dei mass-media ha messo il sistemainformativo nel solco della cultura dell'effimero, talché la filosofia deimass-media, soprattutto televisivi, è diventata la stessa del clima in essiprevalente di consumismo e di individualismo - e più avanti dice - assistiamoad un abbassamento della cultura sociale della classe giornalistica, che sempremeno annovera professionisti capaci di coniugare un linguaggio oggettivo econsapevole dei bisogni comuni con le esigenze della vendita delle notizie"(6).

Reagire con prontezza

Di fronte ad una situazione di questo tipo uno strumento efficace sembraessere quello della reazione pronta; appena appare una notizia fuorviante su unatematica sociale un'associazione o un gruppo esperto in quel settore reagiscecon lettere al direttore ed altre forme di protesta.
Dice Ernesto Muggia, rappresentante dell'UNASAM (Unione Nazionale delleAssociazioni per la Salute Mentale): "I giornalisti più sensibili ci hannoanche detto che spetta a noi reagire con delle notizie mandate tempestivamentein redazione. Il problema è che non sempre ci sono le risorse per reagire,occorre un giornalista amico, avere una struttura che è difficile dafinanziare" (7). Le difficoltà espresse da Muggia sono vere; è difficileper un gruppo anche medio grande prestare attenzione ai media e intervenire làdove è necessario, occorrono risorse e capacità notevoli. Questo tipo direazione è però essenziale per poter avere un minimo di influenza e dicontrollo sui mezzi di informazione.
Recentemente sulle pagine locali di Bologna di un quotidiano nazionale ho lettoun'intera pagina dedicata ai malati mentali. L'ho letta tutta; è cosìdifficile trovare delle inchieste su questo tema. L'intervento prendeva le mosseda un fatto di cronaca nera (come era ovvio aspettarsi) scritto sotto forma digiallo d'azione e presentava un lungo articolo sulla pericolosità di certimalati mentali in "libertà", il tutto corredato da ampie foto chesembravano prese da un quadro Hieronjmus Bosch; il lavoro era completato daun'intervista ad un esperto che presentava una serie di dati totalmenteincomprensibili tanto erano decontestualizzati. Che cosa ne veniva fuori datutto questo, un'inchiesta? No solo un quadretto che se avesse potuto parlareavrebbe detto: "I matti sono pericolosi e girano tra noi".
Di fronte a questo tipo di informazione non si può stare inerti, bisognareagire. Una strada potrebbe essere quella di costituire degli osservatoripermanenti. Scrive Trasatti a proposito: "Costruire Osservatori nazionaliche siano in grado di far questo, e su un numero significativo di testate, nonè cosa facile. Non tanto per complessità pratica, quanto per la necessità dirisorse economiche non indifferenti. Tuttavia, questo dovrebbe essere uno deiprincipali traguardi da raggiungere per il variegato mondo del non profit. Essopotrebbe essere in grado già oggi di mettere in pratica un sistema dimonitoraggio sistematico dell'informazione, ovviamente con l'aiutoindispensabile di esperienze accademiche esterne che sarebbero facilmenterintracciabili in più d'una università italiana (ci sono già diverse facoltàavviate su questa strada).
Si tratta in verità di un dovere che andrebbe assolto prima che sia troppotardi. Prima, cioè, che il volontariato diventi "ricattabile" dallastessa informazione, avendo magari acquisito adeguata visibilità ma essendoentrato in quel gioco perverso di do ut des alla base del meccanismo che oggiregola l'accesso nei grandi notiziari" (8).
Addirittura questo potrebbe essere uno dei compiti del progetto diun'"Agenzia per l'editoria sociale", di recente proposta dal CNCA.
Ma anche a livello locale sarebbe utilissimo creare degli osservatori, anche conobiettivi minimi, che siano in grado di rispondere e di criticare certi modi difare notizia.

Note

1) La rivista del Volontariato, n. 10/97
2) C.N.C.A. Informazioni, n. 4/96
3) La rivista del Volontariato, n. 10/97
4) Mass media e solidarietà, Caritas , 1996
5) Il welfare del futuro, Carocci editore 1999
6) La rivista del Volontariato, n. 10/97
7) HP, n. 60/97
8) Il welfare del futuro, Carocci editore 1999