Beati noi - Mostruosamente... meravigliosi

15/07/2011 - di Stefano Toschi

Recentemente è apparsa sui giornali la notizia di due bambine indiane nate con caratteristiche fisiche a dir poco particolari. La prima è dotata di quattro braccia e quattro gambe, la seconda di due facce. Trattasi, con ogni probabilità, di due casi di gemelli siamesi, che non si sono correttamente separati durante la gestazione. Le bambine sono nate in India, la cui religione dominante, quella induista, è ricca di rappresentazioni di divinità a più braccia, o a più teste, come appunto sono raffigurate le divinità della triade Trimurti (Brahma, Shiva, Vishnu). Pertanto, queste creature sono state considerate dei veri e propri prodigi della natura, di origine divina, da mostrare alla venerazione del popolo. Alcuni giornali le hanno paragonate ai tanti “mostri” della letteratura, soprattutto antica, scherzi di natura che, in epoche e Paesi lontani, venivano fatti esibire nei circhi o studiati scientificamente o divinizzati.
Il concetto di “mostro”, dal latino monstrum, prodigio, da mostrare, appunto, nasce nell’età classica. I Greci consideravano “diverso” tutto ciò che, semplicemente era straniero, pertanto favoleggiavano di esseri mostruosi che abitavano ai confini della terra. Aristotele considerava mostri tutte le donne, in quanto devianti dalla normalità e dalla perfezione che è di genere maschile. Varrone spiegava che il termine “mostro” deriva da “mostrare”, poiché i mostri sarebbero appunto dei segnali di qualcosa che sta per avvenire, dei messaggi particolari della Natura.
Nell’Ottocento, lo studio dei mostri diviene una vera e propria disciplina, detta teratologia, da teratos, mostro. Infatti, dopo la fase Settecentesca in cui si fa largo il mito del “buon selvaggio”, nell’Ottocento, con la riscoperta del gusto classico nell’arte e nella letteratura, l’esotico torna a essere concepito non più come buono perché innocente e allo stato di natura, ma come diverso, come altro da noi. Tornano in auge quegli esseri fantastici come i cinocefali, i lemmi, i centauri, prodotto della fantasia dei Greci, che vedevano come “barbaro” tutto ciò che era straniero. Nell’Ottocento si formerà anche un gusto particolare per l’esibizione dei mostri, non solo nei circhi, ma anche in vere e proprie collezioni naturalistiche (a Bologna abbiamo l’esempio di quella di Ulisse Aldrovandi), ricche di “scherzi della natura”, spesso bufale costruite ad arte, talvolta, invece semplici fossili, che non venivano considerati reperti di ere passate, bensì strane opere d’arte che la natura produceva così com’erano, in un modo a noi sconosciuto. Questa curiosità quasi morbosa per il diverso darà vita a fantasiose esibizioni e a teorie fisiognomiche come quelle lombrosiane, che nelle deformità (o, più semplicemente, nei tratti somatici), pretendevano di leggere l’animo di un individuo.
In epoca più recente sono stati scienziati e teologi a porsi delle domande al riguardo. La natura sbaglia? Fa scherzi? O è Dio stesso che permette la nascita di siffatte deformità? Oppure, siamo noi a vederle come tali, perchè l’homo sapiens deve avere sempre tutto sotto controllo? La tradizione cristiana, nella sua iconografia, rappresenta il mostruoso come manifestazione del male ma anche, al contrario, ne offre una visione quale simbolo del mistero della Natura, dell’imperscrutabilità di Dio. Per quanto riguarda gli scienziati, invece, se nel Rinascimento il mostruoso era la prova empirica dell’esistenza di un ordine straordinario, non riducibile all’ordine naturale, per gli scienziati moderni è fondamentale trovare una spiegazione per le difformità: ogni eccezione viene ricondotta a una regola conosciuta, affinché nulla possa sfuggire a un ordine stabilito. Lo straordinario è quindi rifiutato, quasi a voler negare l’intervento creatore di Dio: la scienza positivista non ammette miracoli da nessuno né da Dio né, tantomeno, dalla Natura.
Come si va cercando una risposta al problema della coesistenza del male e di Dio (la cosiddetta teodicea: si Deus est, unde malum?), così la scienza e la teologia oggi si interrogano anche sulle possibilità di convivenza dell’handicap, delle mancanze fisiche e intellettuali, delle deformità, con l’idea della creazione divina. Tant’è che proprio delle religiose furono chiamate ad accudire i malati mentali ospiti del Cottolengo a Torino. La particolare riservatezza delle Piccole Sorelle nei confronti dei drammi umani dei loro ospiti portò alla leggenda secondo cui al Cottolengo erano rinchiusi dei mostri talmente deformi da dover essere protetti dagli sguardi morbosi del mondo esterno. Si diceva che le donne incinte non dovessero incontrare uno di questi “scherzi della natura”, se no avrebbero partorito un bambino a loro simile. Sicuramente, in questo ospedale erano ricoverate persone con particolari patologie e gravi handicap che a volte preferivano sottrarsi spontaneamente agli occhi del mondo e agli sguardi stupiti delle persone. Soprattutto dopo la guerra alcuni soldati si nascondevano lì per non recare altro dolore ai familiari, preferendo farsi credere morti, piuttosto che mostrarsi ridotti a tronchi umani. Tuttavia, questa sorta di “leggenda metropolitana” ha da sempre suscitato una forte curiosità.
Oggi è l'India a riprendere il suo ruolo di terra misteriosa e piena di fascino. Questo Paese rappresenta da sempre, per noi occidentali, l’ignoto, l’esotico, proprio per la sua distanza, non solo geografica, ma anche per tradizioni e cultura. Una bimba nata con una grave malformazione diventa per la madre un segno divino e viene immortalata da tv e giornali. I genitori non l’hanno fatta conoscere al mondo né per esibizionismo né per analisi scientifica, ma perché l’hanno creduta un dono per l’umanità intera. Questo è un esempio di integrazione del diverso, al punto che la bambina è stata vista come una divinità. Per contro si pensi al caso, abbastanza recente, di quei genitori inglesi che hanno sottoposto a vari interventi di chirurgia estetica la figlia affetta da sindrome di Down, correggendone così i tratti più tipici, come gli occhi allungati o la lingua un po’ sporgente, perché si potesse meglio integrare nella società. Insomma, un tentativo di nascondere la sua diversità agli occhi del mondo. Eppure c’è chi esibisce in tv, ancora oggi, come ai tempi dei fenomeni da circo, la propria o l’altrui diversità (recente è la messa in onda dello Show dei Record in televisione, con uomini altissimi, bassissimi, con varie stranezze fisiche) e, addirittura, esiste chi si crea delle diversità per distinguersi e affermare la propria personalità e unicità. Si pensi a quelli che si fanno tatuare tutto il corpo o si fanno plastiche al viso per assomigliare ad animali, davvero riducendosi come quei “mostri”, quegli “scherzi di natura” studiati con curiosità in tutte le epoche.
I mostri possono essere tali “di natura” o “di cultura” ma ciò che li crea è solo quest’ultima. Per dirla con il celebre pittore Francisco Goya, “il sonno della ragione genera mostri”. Ecco perché i mostri non possono più essere considerati tali: le deformità non dipendono dal destino cieco. L’uomo è chiamato a elevarsi, per poter guardare tutto da un altro punto di vista. Infatti ciò che da vicino sembra mostruoso, dall’alto, nell’insieme della bellezza e della varietà del creato, fa parte semplicemente dell’armonia del tutto. Per esempio, un quadro dipinto con la tecnica del puntinismo, da vicino appare come un insieme di tanti puntini colorati, separati fra loro e senza apparente motivo per quella particolare dislocazione nella tela. Ma se uno si allontana e osserva il quadro da una certa distanza, la prospettiva cambia totalmente: tutti quei puntini di colori differenti si uniscono per formare la bellezza dell’opera d’arte. Così è nel mondo: ciò che ci sembra male, o mostruoso, è tale solo per noi, che lo guardiamo troppo da vicino, da una prospettiva limitata. Questa osservazione delle “stranezze” del mondo, però, porta a meravigliarsene. Come dice Aristotele, non c’è bene maggiore della meraviglia: essa è alla base della filosofia, dell’interrogarsi dell’uomo e, quindi, della scoperta di cose nuove, del progresso dell’umanità. Se l’uomo non si ponesse domande, sarebbe alla stregua degli altri animali. E se non cercasse risposte a queste domande, non ci sarebbe il progresso. Ecco perché l’uomo è un essere mostruosamente… meraviglioso!