Moderno Prometeo

01/01/1996 - Oreste Del Buono

"Fortissimo, animalescamente passionale, ma defraudato di scintilla divina, il mostro, pur avendo un irrefrenabile bisogno di amore fisico, di simpatia, si scontra con la diffidenza, nel distacco, nel disgusto, insomma nell'ostilità altrui. La vendetta cui si abbandona allora con rinnovate energie non è, in fondo, troppo ingiustificata…"

Una serata della temporalesca estate 1816 a villa Diodati, a Ginevra. Sono presenti Byron, John William Polidori, Percy B. Shelley, e, tra gli altri, una ragazza diciannovenne, Mary Godwin prossima ad andare sposa a quest'ultimo. Dopo che è passato tra loro Lewis, l'autore del tenebroso Monaco, che, pur proclamando di non credere ai fantasmi, non sa fare a meno di parlarne, gli ospiti di villa Diodati hanno deciso di scrivere ognuno un racconto dell'orrore. Il primo a scriverlo, in chiave di sfrenata allucinazione autobiografica, è stato Shelley, Polidori lo ha presto emulato, abbozzando la storia di un personaggio con il teschio al posto della testa, terzo è venuto Byron con la vicenda di due viaggiatori uno dei quali si rivela vampiro. Mary Godwin deve constatare con stizza - una stizza che l'acerbità dei suoi anni acuisce quasi una indecorosa ammissione d'impotenza - di restare indietro nella gara con gli amici. Un'altra serata perduta, è tardi, è necessario andare a letto.
Ma ascoltiamo la testimonianza della stessa futura signora Shelley: "La serata trascorse in simili conversari e già la luna era alta prima che ci ritirassimo a riposare. Appoggiai la testa al cuscino, ma non mi addormentai né si può dire che indugiai a riflettere. Non più tenuta a freno, la mia fantasia prese il sopravvento su di me e mi mise di fronte a una serie di immagini che mi trascorsero davanti alla mente con una chiarezza di gran lunga superiore a quella di un sogno. Vidi con gli occhi chiusi, ma con una mente ben sveglia, il pallido studioso di un'arte profanatrice inginocchiarsi accanto al risultato della sua opera, vidi l'orribile fantasma di un uomo disteso dare qualche segno di vita, per via di un potente meccanismo: lo vidi agitarsi, ancora informe ma già quasi umano. Era qualcosa di spaventoso, poiché spaventosa deve essere la conseguenza di ogni tentativo dell'uomo di sostituirsi al Supremo Creatore...".
Da un incubo del dormiveglia - un incubo in cui alle favole di fantasmi si mescola l'eco inquietante degli esperimenti di Erasmo Darwin capace di ridar movimento a un frammento di vermiciattolo tenuto sotto vetro e speculante sulle affinità tra anima ed elettricità - nasce, dunque, Frankenstein, prototipo di tanti orrori letterari e soprattutto cinematografici. Frankenstein, veramente, si chiama lo scienziato padre del mostro, ma il nome passerà irresistibilmente all'orribile e vitale creatura, quando il volume dell'ormai signora Shelley apparirà nel 1818, ottenendo immediatamente grande successo.
Del resto, l'orribile e vitale creatura ha diritto a un nome valido avendo l'autrice dimenticato di dargliene uno qualsiasi. Fortissimo, animalescamente passionale, ma defraudato di scintilla divina, il mostro, pur avendo un irrefrenabile bisogno di amore fisico, di simpatia, si scontra nella diffidenza, nel distacco, nel disgusto, insomma nell'ostilità altrui. La vendetta a cui si abbandona allora con rinnovate energie non è, in fondo, troppo ingiustificata: il mostro cerca di ricambiare tutto il male possibile al giovane dottor Frankenstein che lo ha costruito, per una perenne infelicità, con parti di vari cadaveri trafugati da cimiteri e obitori. Così ammazza il fratello e la moglie del dottor Frankenstein. Il dottor Frankenstein, però, riesce a sfuggirgli, e anzi gli organizza la caccia contro. La lotta è accanita, e ancora una volta viene da chiedersi chi sia il peggiore tra i due, la creatura o il creatore. Tanto che, alla fine, il fatto che il dottore scompaia e il mostro sopravviva, impadronendosi del nome, se non del titolo accademico, non è che ci dispiaccia molto. La vitalità di Frankenstein, non del dottore Frankenstein, del mostro Frankenstein, è capace di accendere l'immaginazione. Non per nulla Richard Granett ha scritto che, solo magnetizzata dal futuro marito, l'autrice poté scrivere un libro del genere.
Vitalità e prolificità di Frankenstein. In una celebre antologia - Frankenstein & Company - la specialista in orrori Ornella Volta si è impegnata e compiaciuta a passare in rassegna la terribile famiglia, con i relativi consanguinei e affini, riscontrando con pignoleria a quanti film - oltre che a imitazioni più o meno letterarie - abbia dato origine la creatura di Mary Godwin Shelley. Riportiamo l'elenco di allora - che ormai sarà di sicuro più lungo, ma confessiamo di non possedere la competenza in materia di Ornella Volta, e comunque l'elenco ci pare già abbastanza significativo: Frankenstein: 18 film; Il Dr. Jeckyll di Stevenson: 21; L'uomo invisibile di Wells: 9; Dracula di Stoker: 14; Il fantasma dell'opera di Leroux: 4; Il Conte Zaroff di Connell: 3; La Mummia di Gautier: 19; Il Golem di Meyrink: 5; Lo Zombi di Seabrook: 17; Il Licantropo: 17 e King Kong: 4. Terribile famiglia alla quale siamo debitori di molte ore di passatempo felice, ovvero di brivido provato con la sicurezza di una smentita della realtà.
Tuttavia - e questo non è per inquietarvi, ma solo per informarvi un poco di più sull'argomento - non è che ai creatori di questi divertenti mostri e fantasmi sia sempre andata bene. Anzi. Si direbbe che esista un limite tra invenzione e realtà che non è stato spesso rispettato da uomini e da episodi. Ecco a esempio il lugubre consuntivo delle vicende degli ospiti di villa Diodati quella serata della temporalesca estate 1816. Finirono uno peggio dell'altro nel giro di pochi anni. Shelley e Lewis annegarono sia pure in due mari diversi, Byron morì a Missolungi, Polidori si uccise - ma Mary Godwin Shelley campò sino al 1851. La cosiddetta maledizione di Frankenstein parrebbe essersi estesa anche ai realizzatori del primo famoso film in cui nel 1931 si precisò definitivamente la maschera del mostro. Il regista James Whale morì misteriosamente nella propria piscina, lo sceneggiatore Garrett Fort si uccise, la controfigura dell'interprete principale Beniamino Torrealba si rivelò sadico pericoloso. Quanto all'interprete principale Boris Karloff - destinato anche lui a sopravvivere a lungo come la creatrice - è vero, conquistò fama e gloria, ma non gli piacque mai essere identificato con il personaggio. Persino ai tempi di maggior furore suo e di Frankenstein, appena si toglieva il trucco brevettato, si faceva fotografare vestito da Babbo Natale e circondato da bambini.

Prefazione a Frankenstein ovvero il Prometeo moderno di Mary Shelley, Club degli Editori, Milano, 1968

Parole chiave:
Letteratura