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01/01/1996 - Davide Rambaldi

Affrontare il tema del rapporto tra la professione dell'educatore e la suaretribuzione significa mettere in relazione tre concetti tra loro collegati. Nonsi può parlare di retribuzione infatti senza parlare di ruolo e potere sociale.Ovvero: il livello retributivo di una professione è legato al ruolo e al poteresociale che quella professione detiene. I medici hanno redditi medio-altiperché la loro professione ha un ruolo e un potere sociale alto. Specularmente,gli insegnanti guadagnano meno perché ne hanno uno inferiore. Certo non sonocosì schematici all'interno della società i termini del discorso, ma che sianoinnegabili è un fatto.
Seguendo la logica di questa tesi, gli educatori hanno redditi medio-bassi,anzi, bassi, perché hanno un basso ruolo e potere sociale. Vediamo dianalizzarne i motivi.

Perché gli educatori hanno poco potere sociale

In primo luogo ha scarso ruolo e potere l'educazione nella nostra società. Afronte di una rivoluzione economica, sociale e culturale che ha cambiatofreneticamente l'uomo occidentale negli ultimi due secoli, l'educazione,istituzionalizzata nelle scuole nel bel mezzo di questa rivoluzione, è rimastaancorata a tradizioni secolari, resistente ai cambiamenti sociali e culturali,faticando non poco ad adeguarsi a tali mutate e mutevoli condizioni e, comestoria di pensiero, a costruire ed affermare una propria autonomia e dignitàepistemologica.
Nella contemporaneità poi l'educazione è stata progressivamente sfrattatadalle scuole, il contesto sociale in cui si identificava. Chi crede più infattiche a scuola si educa? A scuola ci si istruisce, ci si specializza, e non èpiù vero neanche questo. L'ambiguo termine di "educazione" si èframmentato nel sociale, dalla famiglia alla televisione, nel cosiddettopolicentrismo delle agenzie formative. In una società sempre piùspecializzata, nel lavoro, nello studio e negli ambiti istituzionali,l'educazione appare come un concetto generale, sfuggente, trasversale perchéistituzionalmente poco collocabile, perso nel caos della molteplicità deglistimoli di socializzazione, aspirazione dell'uomo più che pratica sociale.
Ma, visto che la storia della società, come insegna Weber, è storia diconflitti politici, culturali, economici, e da questi conflitti nascono nuoviassetti sociali, e anche nuovi ceti, nuove professioni, ecco che spunta, quandol'educazione pare avere un ruolo sempre più marginale e sparire come praticasociale, la figura dell'educatore.
Essa nasce dall'affermazione di una cultura del diritto di cittadinanza diognuno nella società, prodotto profondo di una strada lunga di democrazia esostenuta da una delle vie alla democrazia che è il Welfare State. Dalla metàdegli anni '70 in poi molti sono divenuti educatori. Come? Su campo; dai bisogniemersi dai nuovi assetti sociali: integrazione degli handicappati e dei soggettipsichiatrici più o meno liberati dai manicomi, recupero dei tossicodipendenti edei cosiddetti minori a rischio; tutto l'ambito insomma della riabilitazione edel recupero di soggetti diversi o devianti per secoli emarginati e repressi.
Gli educatori, spesso con poca o nessuna preparazione professionale, hannoprodotto esperienze che si sono tradotte in teoria e di nuovo in esperienza,acquisendo sempre più coscienza della necessità non solo di un adeguatosostegno epistemologico ma anche di un più adeguato riconoscimento sociale. Mala società, nonostante abbia determinato il bisogno e abbia posto le premesseculturali ed economiche per la nascita e lo sviluppo della figuradell'educatore, non si è ribaltata, rimane profondamente attaccata ai modelliculturali, politici ed economici di cui si accennava sopra: debolezzaepistemologica, ideologica, sociale dell'educazione, resistenza della culturadell'emarginazione, potenza dell'ideologia liberista.

Un modello culturale minoritario

Ma in concreto, contro cosa cozzano gli educatori per non riuscire ad averequel riconoscimento sociale cui ambiscono? In primo luogo la "dominanzaculturale" dei paradigmi medico-scientifici, legati ai concetti di"organismo funzionale", "patologia", "normalitàfunzionale", "cura", "terapia" e via discorrendo.Laddove la medicina considera l'uomo non nella sua specificità di individuo macome indistinto portatore di una funzionalità organica, alla quale afferisconodicotomicamente normalità e patologia, essa interviene su quest'ultima, quasialienata dall'individuo portatore, nei termini di cura a terapia. Dove lapatologia è cronica vi è inguaribilità e la cura si traduce in assistenza.
Questo paradigma, fondato dal positivismo ottocentesco, è ancora oggi cultura eideologia profonda della società. L'educazione però ha altri modelli: si pensiall'individuo come soggetto globale e al fatto che il perno attorno al qualeesso deve ruotare è il concetto di "cambiamento". Tutti possono,devono avere l'opportunità di cambiare, crescere, migliorare. In questo senso itermini di inguaribilità, normalità, patologia assumono un altro significato.Sono un limite, una base, un punto di partenza.
Nonostante ne sia stata fatta di strada è ancora da affermare nella culturacomune per esempio, l'idea che l'handicappato possa non guarire ma cambiare,acquisire socialità, autonomia, competenze e quindi dignità. Ma certamente laproblematica dell'handicap è ancora più complessa, perché gli educatori chese ne occupano devono fare i conti con altri retaggi culturali, come quellodella carità, che non solo è duro a morire, ma pericolosamente si riaffacciaalla porta delle scelte politiche nella crisi del Welfare.
La carità, tipica forma culturale di sensibilità e sostegno sociale dellesocietà "statiche", fondate su profonde disuguaglianze che non devonoessere messe in discussione, è stata uno dei luoghi dell'educazione. Nonfondata sulla professionalità ma sulla vocazione, ha finito per identificarsicon essa. Inguaribilità, carità, vocazione, normalità/patologia,emarginazione sono modelli culturali che vanno assieme in una più generaledimensione storica e sociale, quella dalla quale proveniamo. Per contro:cambiamento, integrazione, professionalità educativa, differenza sono modelliche si riferiscono ad una differente prospettiva sociale e politica, di cuil'educatore si fa interprete e portavoce.
Ma le contraddizioni non si esauriscono qui. Dove l'educatore cerca di affermaretali modelli? Nel contesto istituzionale del settore"socio-sanitario", un ambito ben preciso i cui parametri dominantisono quelli della cultura medica: cura, terapia, recupero. Non è un caso che ilriconoscimento maggiore della figura dell'educatore avvenga nei Sert (Serviziorecupero tossicodipendenze) dove, divenuta palese l'insufficienza del metadone ochi per lui a guarire il tossicodipendente, si è dovuto ricorrere a unprofessionista dell'educazione, della socializzazione su campo, che permetta lariabilitazione e il recupero al mondo, alla produttività. Quest'ultima, laproduttività, è un altro dei modelli culturali profondi di questa società,contro cui l'educatore è in conflitto: l'educazione e la riabilitazione deglihandicappati o delle persone con problemi psichici solo in rari casi produceun'integrazione che coincida con il recupero alla produttività;conseguentemente i servizi per handicappati e di psichiatria sono i piùattaccati dal punto di vista politico e sociale, quelli contro cui si rivolgel'attacco liberista, con il tentativo di ritradurre la riabilitazione inassistenza, la professionalità in volontariato, l'integrazione inemarginazione.

Un sapere sintesi di molte discipline

Un altro ostacolo su sui ricade la debolezza del ruolo sociale dell'educatoreè la già sottolineata debolezza epistemologica della sua pratica sociale; èancora lontana nella cultura comune il riconoscimento della pratica educativacome "scientifica", cioè fondata su di un'intenzionalità cosciente,sostenuta da una teoria e metodologia specifica e autonoma rispetto ad altrediscipline, liberata definitivamente dallo spleen idealistico della vocazione edel "dono divino". Là dove la specializzazione del lavoro haraggiunto livelli elevatissimi per cui ogni professionalità ha un ambitoproprio e riconosciuto, l'educatore fatica a trovare e a proporre una propriaspecificità e un proprio spazio sociale. La rivendicazione di un sapere"sintesi" di molteplici discipline umanistiche tradotto in una prassirelazionale (sapere "globale" per un approccio più globale possibileall'individuo) stenta ad affermarsi in una cultura enfaticamente specialistica,in cui tra l'altro le problematiche relazionali hanno trovato successonell'ambito delle discipline psicologiche mentre da un punto di vista educativo(teorico e pratico) rimangono nell'immaginario collettivo più oscure e confuse,sospettate di essere affrontate in termini astratti o tecnicistici.
Quante volte infatti le istituzioni stesse gestrici dei servizi, per non parlaredelle famiglie, sottovalutano o addirittura ignorano la progettualitàeducativa, come se la relazione potesse bastare ed esaurire il proprio ruoloprofessionale.
C'è infine da sottolineare che a questo basso riconoscimento socialecontribuiscono gli educatori stessi che, sparsi in una miriade di organizzazionied enti di vario tipo e natura, non rivendicano a sufficienza la propriaprofessionalità a livello culturale, istituzionale e politico.
Troppo spesso molti educatori si chiudono nei propri servizi resistenti aicambiamenti e alla progettualità, finendo per confermare l'immagine - minore -che di loro hanno i mandanti istituzionali e le famiglie. Quanti educatori sipreoccupano di costruire progetti sempre più adeguati, che diano senso,orientamento e traduzione al loro fare? Quanti sono in grado di produrli? Quantisi preoccupano di curare la propria formazione ed esigerla dai propri enti?
E ancora, abbandonati alla complessità delle relazioni con gli utenti, senzaadeguati confronti e sostegni con altre figure professionali, gli educatoriscivolano nell'impotenza o nell'onnipotenza, rinunciando a una battagliarealistica per l'affermazione del proprio ruolo.
Da un punto di vista politico infine, il paradosso è che non si puòrivendicare la propria professionalità quando si accettano retribuzioni econdizioni di lavoro scandalose, confermando un sistema politico ed economicoche gioca al ribasso, teso a risparmiare a scapito della qualità dei servizi.
In mezzo a due modelli politici, culturali ed economici antagonisti,l'educatore, che appartiene senza dubbio ad uno di questi, deve perseguire ilsuo compito con sempre maggiore coscienza della propria professionalità. Solocosì potrà sperare, tra l'altro, di ricevere un compenso più adeguato allasua preparazione e alla complessità delle problematiche e delle relazioni chesi trova ad affrontare.

Pubblicato su HP:
1996/50