Melissa Milani:"L'insegnante di educazione fisica"

01/01/2005

L' insegnante di educazione fisica non deve lasciare i ragazzi disabili esonerati in partenza

“Sono 27 anni che incrocio sport e disabilità” è l’esordio di Melissa Milani che, fra l’altro (ma questo dimenticherà di dirlo durante l’intervista, forse per un eccesso di modestia) alle Paralimpiadi di Barcellona del 1992 come allenatrice portò all’oro la nazionale italiana maschile di torball, una sorta di pallamano per non vedenti.
“Già a 15 anni, ancora studentessa, ero arbitro volontario di torball”. Una scelta nata dall’amicizia con due ragazzi non vedenti e che poi porta Melissa Milani a un percorso coerente di studi: l’Isef con l’obiettivo di coniugare sport e impegno. “Sentivo il disagio di ragazze e ragazzi non vedenti che all’epoca gli insegnanti di educazione fisica quasi sempre lasciavano soli, spesso esonerati in partenza e comunque ignorati. Mi veniva una rabbia… che mi è rimasta: allora il mio era un arrabbiarmi istintivo, oggi è più razionale. Però è diventato davvero il mio obiettivo di vita professionale: secondo me l’esonero da educazione fisica, la negazione dello sport, non deve esistere per nessuno. Si tratta di trovare il modo giusto: chi ha le gambe bloccate può usare le braccia, altre persone possono fare gli arbitri, e così via; basta cercare davvero la soluzione e quasi sempre la si trova”.
Melissa Milani entra nella scuola come docente di educazione fisica. “Per la verità come insegnante non ho incontrato tante persone disabili ma quelle poche ho cercato di non lasciarle in disparte. Ricordo una ragazza Down che faceva tutto pur nei suoi tempi e modi, un’altra con seri problemi cognitivi e relazionali, un ragazzo con la spina bifida. Solo tre dunque ma nel  mio tempo libero continuavo, all’Istituto per ciechi Cavazza di Bologna, corsi professionali dove non mancavano le attività in palestra”.
Così verso il 1985 si inizia a praticare il nuoto sub per non vedenti, ma anche calcio, pattinaggio a rotelle con indirizzo artistico. “Si cercava di realizzare tutto… Un ragazzo mi disse che voleva toccare il fondo del mare, gli ho detto sì e lo abbiamo fatto insieme, vincendo anche le mie paure… Lo ricordo ancora, era febbraio, con un freddo polare. Però la sua emozione è diventata anche la mia”.

L’osservatorio di Melissa Milani è fondamentale per ragionare sui cambiamenti sociali degli ultimi anni. Perché 27 anni fa in Italia ancora in molte famiglie la disabilità era un tabù se non una vergogna, ed era palese che intorno i sentimenti dominanti fossero disinteresse e ignoranza, talvolta ostilità o rifiuto.
“Sono davvero tantissimi i mutamenti positivi degli ultimi 20 anni anche se alcune famiglie tuttora oscillano fra vergogna e iper-protezione. Intendiamoci, oggi nella scuola vedo che talvolta bambini e ragazzi normo-dotati sono paradossalmente ancora più protetti dei disabili perché i genitori sono in preda a un’ansia esagerata, con il rischio di rendere i loro figli incapaci d’affrontare ogni piccolo ostacolo. Se guardo indietro, sì i cambiamenti positivi sono molti: 20-25 anni fa quando uscivo con ragazzi disabili ero guardata come un ufo. Quante volte mi sono sentita rivolgere frasi assurde del tipo ‘Chi te lo fa fare di uscire con loro?’. Ma voglio anche parlare da insegnante, di soddisfazioni professionali. Ho avuto una classe con 19 normo-dotati e un ragazzo con deficit: facevo una grande fatica a far lavorare i 19 ma era gratificante vedere come il 20° faceva ogni sforzo per superare gli ostacoli e ci riusciva”.

Nel sostegno scolastico Melissa Milani ha una storia da raccontare: “Ho portato una ragazza che mai prima aveva fatto sci ai giochi nazionali. È stata una soddisfazione immensa, anche perché la famiglia aveva smesso di aver fiducia in lei ma si è ricreduta: a volte basta un input per sbloccare le situazioni e magari un po’ di fortuna. Poi bisogna sempre chiedere, tentare: cioè si sa che ci sono ostacoli e barriere culturali però a me capita di proporre iniziative insolite o fuori dal previsto e di incontrare chi dice ‘Perché no?’. Altri non ci provano affatto”.

Perché altri non chiedono, non tentano? Ignoranza, paura, l’ossessione di essere conformisti… o cosa?
Si ferma un po’ a riflettere Melissa Milani e poi: “Direi soprattutto per la paura del non conosciuto. Nell’ambiente, nel nostro movimento il passaggio di informazioni, soprattutto di quelle positive, è troppo scarso: forse è questo il problema maggiore, ci servirebbe uno storico che raccontasse tutto”.

Se pure si sono fatti passi avanti, questa società non resta intimorita – forse anche ossessionata, se dobbiamo credere alla ideologia degli spot – dalla paura dei corpi imperfetti? La mania della bellezza e della salute non rischia di tradursi in atteggiamenti razzisti verso chiunque non sia del tutto conforme ai canoni dominanti?
Stavolta la risposta di Melissa Milani è fulminea: “Sì, non ho dubbi. Molto di recente, il 28 maggio, mi ha colpito qualcosa che voglio raccontare. C’era una dimostrazione di palla a volo seduta, uno sport che in Italia non si pratica. Era invitata la nazionale bosniaca che si incontrava con ragazze normo-dotate per l’occasione fatte sedere. Questa squadra, campionessa olimpica ad Atene 2004, era gemellata in pratica con tutta Europa, salvo tre nazioni, Italia, Francia, Spagna e allora ho pensato: forse non è un caso che queste siano le tre nazioni con il culto più forte dell’estetica. Secondo me il sit-in volley è una disciplina bellissima ma in tanti mi rispondono di no che è meglio giocare con le protesi, così la bellezza del corpo non viene alterata…. So di una università dove progettano una carrozzina volley per paraplegici. Per molti l’amputazione non si deve mostrare: siamo colpiti più da ciò che manca, e non vediamo quel che c’è”.

Un’esperienza lunga 27 anni ovviamente è difficile da riassumere in due o tre indicazioni-chiave o in proposte per il futuro. Ma tentare si può, insomma la domanda è d’obbligo.
“Il grande disagio è nel sentirsi trattare diversamente. Io credo che bisogna cercare la strada per avere lo stesso criterio con tutte-tutti: sì i percorsi possono essere differenti ma nessuno deve avere un trattamento privilegiato o al contrario di sfiducia. Grazie alle mie esperienze, ma ancor più alle mie amicizie, ho imparato ad ascoltare il non detto, cercando di non fermarmi alle apparenze, di leggere anche i toni di voce, di capire perché alcune frasi vengono dette in fretta e altre troppo prolungate… Per me è stata una fortuna avere avuto questo incontro da giovane, quando si è una specie di spugna, cioè capace di assorbire molto più che nell’età adulta. Cerco di portare questo a scuola e poi nelle tante altre cose che faccio…”.

Attività che – chiedo a Melissa Milani – di ricordare.
“Sono stata nominata a gennaio vice presidente regionale del Comitato paralimpico. Sono anche in una équipe del provveditorato che promuove le attività dei disabili e stiamo cercando di allargarci a livello regionale. Alla facoltà di Scienze motorie da tempo insegno Attività sportive adattate; quella che una volta si chiamava ‘ginnastica per minorati’ e che oggi si articola in ‘preventiva adattata’ e in ‘sportiva’. Quando io feci l’Isef era ancora materia facoltativa mentre oggi è giustamente obbligatoria. In generale mi occupo di riabilitazione, ma anche di informare sulle tante attività sportive possibili. Ne abbiamo anche inventate, il baseball per non vedenti ad esempio. Ora esiste un campionato italiano, mentre a livello internazionale (ma con  regole un po’ diverse) si gioca anche in America latina. Il lavoro decisivo resta formare un personale sportivo con competenze vere. Molto c’è già: anche se non emergono le tantissime realtà, le piccole società sconosciute, e questo significa che soprattutto le famiglie vengono private di informazioni precise. Molto però manca: le persone disabili chiedono di avere strutture sportive ma spesso le società sportive non sono pronte ad accogliere queste richieste. Ci sono buone notizie anche recentissime: qui a Casalecchio fra poco partirà il primo gruppo sportivo scolastico per disabili, in collaborazione con il C.I.P. e con la facoltà di Scienze motorie. Ma abbiamo bisogno di professionalità, il volontariato non basta. Lo continuiamo a ripetere, ma il problema in gran parte è sempre quello: più che le barriere architettoniche (meno di un tempo ma resistono) pesano quelle culturali”.