Mediamente: un'esperienza di lavoro

01/01/1999 - Stefania Navacchia

“Handicap” e “mass media”: due termini che sembrano contraddirsi. Il primo sinonimo di “diversità”, “pluralismo”, “confronto”; il secondo porta in seno alla sua etimologia l’idea dell’omologazione ed è diventato l’emblema della società di massa. Come conciliare tale opposizione? Questo problema mi si è posto una mattina allorché guardando nella mia casella di posta elettronica, mi è giunta una allettante proposta di lavoro da parte del curatore della trasmissione televisiva MediaMente (in onda su RAI TRE), Renato Parascandolo. Avevo mandato. Infatti, tre mesi prima il mio curriculum a “RAI Educational”, più per scrupolo che per convinzione di ottenere un riscontro. Quella mattina di giugno, invece, mi fu comunicato che mi sarei dovuta occupare dei problemi relativi all’handicap nell’ambito di una trasmissione legata ai media e alle nuove tecnologie. L’argomento non mi era nuovo causa sia della mia esperienza personale, sia del mio percorso di formazione. Dovetti però attendere la fine di settembre, cioè l’inizio della nuova stagione televisiva, per vedere concretizzata la proposta in una riunione a Roma con tutta la redazione del programma. In quella sede mi furono commissionate inizialmente tre puntate.
La media dell’età dei redattori e di coloro che come me avrebbero ricoperto il ruolo di “autore testi” era piuttosto bassa e lo spirito che si respirava era ancor più giovanile: percepii immediatamente una disponibilità all’ascolto ed a fare eco ai miei suggerimenti, e questo contribuì a dileguare dentro di me quel senso di ansia e soggezione che avevano accompagnato i giorni precedenti l’incontro romano. Tutto però si sarebbe svolto per via telematica, cioè in modalità di telelavoro: io stessa sarei stata l’incarnazione vivente di ciò di cui mi dovevo occupare. Forma e contenuti avrebbero coinciso. Senza andare nello specifico, il mio ruolo era quello di scegliere argomenti, interviste e servizi da realizzare, definire la struttura della puntata e scrivere il testo per il conduttore, Carlo Massarini.

Informare senza impietosire

Il problema della conciliazione fra handicap e mezzo televisivo diventava ogni giorno più pressante poiché ero consapevole della storia difficile che mi era alle spalle, una storia fatta dalla TV di servizio e da quella del dolore, che raramente era riuscita a esprimere in maniera adeguata un mondo complesso come quello dell’handicap. Era un problema di linguaggio: linguaggio verbale e linguaggio visivo; ma era soprattutto il problema, come mi fu subito detto in riunione, della loro conciliazione. Iniziò così la mia lotta quotidiana contro il linguaggio in cui si nascondevano differenti luoghi comuni e differenti immagini sociali dell’handicap: volevo dire cose nuove, ma avevo a disposizione codici che sentivo superati e temevo che ogni parola da me usata potesse essere interpretata con schemi vecchi. Non volevo certo fare una televisione pietistica, che mostrasse l’handicappato come essere comunque inferiore; ma non volevo neppure cadere nel luogo comune opposto che considerava il disabile o come “super eroe”, o come essere capace di “dare tanto” e soprattutto “dare amore”. Miravo a una televisione basata sull’informazione, soprattutto volta a fornire indicazioni sulle risorse (ad esempio, ma non solo, quelle su Internet) e sulla riflessione attraverso un rapporto anche critico, o meglio problematico, sul mondo del computer. Scelsi la strada che mi era più congeniale e nella quale credevo: esprimere la complessità attraverso la semplicità. Volevo lasciare che le cose si raccontassero da sole e fare in modo che esse facessero emergere la loro logica senza forzature e senza interventi esterni. La mia mano non si doveva vedere. Ebbi la fortuna di trovare in Massarini un eccellente mediatore la cui naturalezza era l’ideale per esprimere una concezione dell’handicap come normale componente della vita e della società. Il fatto poi che MediaMente fosse u n programma centrato sulle tecnologie mi permise di fare passare l’idea che l’handicap non fosse un mondo a parte, ma una tematica da affrontare come le altre. L’argomento “nuove tecnologie “ mi dava in tal modo l’opportunità di non fare un programma sull’handicap, ma di vedere questa tematica in rapporto ad altri problemi. Inoltre ritenevo che i nuovi media fossero un ottimo strumento per una vera integrazione e per una cultura che considerasse l’handicappato una persona completa, con pregi e difetti, in grado di esprimere al meglio le sue potenzialità.

Quando le nuove tecnologie integrano

Questa impostazione fu ampiamente condivisa dai miei collaboratori; da tempo io stessa ero assidua telespettatrice del programma che trovavo in piena sintonia con il mio orientamento: non mi fu difficile integrarmi con la programmista-regista e col navigatore (colui che ricerca all’interno del web i siti attinenti all’argomento della puntata). In questo caso (a differenza di alti casi, in cui il linguaggio della posta elettronica viene a dilatarsi in modo da costringere il disabile a non fare più economia di parole), gli scambi via mail avevano una sintassi molto stringata ed erano ridotti alle informazioni essenziali. Questo mi permise di riflettere ulteriormente sulle tematiche del rapporto fra handicap e tecnologie. Potevo sperimentare in questo modo l’essenza di una integrazione lavorativa. Non conoscevo nulla o quasi della vita privata di coloro che erano al di là della rete. Tutti i rapporti riguardavano esclusivamente il lavoro, a differenza di quanto avviene in un ufficio “tradizionale” dove lo scambio di idee, la comune conversazione o la battuta possono fare apparire più umane le relazioni. Così come l’handicap, le nuove tecnologie conducono il soggetto ad un atteggiamento fenomenologico che lo costringe ad andare “alla cosa stessa” ed a comprenderne la struttura essenziale. In una sorta di logica minimalista, la riduzione che avviene all’interno del linguaggio di una mail porta in rilievo l’autenticità o la non autenticità dei rapporti di lavoro. Esiste, è vero, un’etichetta anche via Internet, ma questo non impedisce, anzi facilita, uno scambio in cui si lavora realmente insieme sullo stesso oggetto. Ritornando all’essenza del dialogo, della struttura domanda-risposta, la mail mette in evidenza la struttura del gesto interrotto di cui parla Andrea Canevaro: arrivare fino ad un certo punto per poi aspettare che sia l’altro a concludere l’azione.
Questo processo che costituisce il fondamento dell’integrazione, diviene ancora più macroscopico nel caso in cui sia coinvolta una persona disabile: essa, nel momento della comunicazione via mail, non viene più percepita dal suo interlocutore con un handicap, poiché il suo deficit non interferisce con il suo ambiente, benché si tratti di un ambiente virtuale. A quel punto il mio scopo era quello di trasmettere al pubblico quello che io stessa stavo vivendo, senza tuttavia pormi mai in prima persona, ma nascondendomi nelle parole dette da Massarini e nelle esperienze di altri. In tal modo ho cercato di far passare tra le maglie dei vari linguaggi un’idea “normale” della persona in situazione di handicap, intendendo il termine “normale” nell’accezione di naturale, cioè facente parte dell’orizzonte della nostra quotidianità, dei problemi di tutti: un orizzonte non omologato, e omologante, non monocolore, ma dove l’informazione è sempre, come dice Gregory Bateson “la notizia di una differenza” e quindi dove la diversità è fonte di conoscenza.



1 Cfr. H.G.GADAMER, Wahrheit und methode, J.C.B.Mohr, Tübingen, 1960 (trad. it. : a cura di G.VATTIMO, Verità e metodo. Milano, Bompiani, 1983, nona edizione, 1997, pp. 418-437).
2 G.BATESON, M.C.BATESON, Angeles Fear. Toward an Epistemology of the Sacred, Estate Gregory Bateson and Mary Catherine Bateson, 1987 (trad. it.: di G.LONGO, Dove gli angeli esitano. Verso un'epistemologia del sacro, Milano, Adelphi, 1989, seconda edizione, 1993, p.30).