Ma quando un disabile diventa vecchio?

01/01/1995 - Nicola Rabbi

Gli anni passano, il bambino diventa ragazzo e poi adulto, l'invecchiamento continua senza sosta; è normale. Ma quando questo capita alla persona disabile allora si pongono dei problemi specifici ed anche alcuni rischi.

Il tema può essere visto da punti di vista differenti; quello del servizio sociale che deve pensare ad una organizzazione opportuna, quello dell'educatore (là dove ce n'è bisogno) che deve saper modificare il suo rapporto, quello della famiglia e delle associazioni e infine quello dello stesso disabile.
Sono livelli di osservazione diversi ma tutti necessari per ricomporre, attorno al disabile che invecchia, un tema che altrimenti rischia di essere affrontato in modo frammentato e con logiche diverse (la razionalità, l'emozione, l'economicità, l'ideologia...).
Intanto bisogna chiedersi perché parlare di questo tema adesso e i rischi che può comportare.

I disabili intellettivi vivono e vivranno più a lungo

Per quanto riguarda il primo aspetto bisogna dire che si tratta essenzialmente di una questione di numeri; in tutti i paesi europei e, presumibilmente in tutti quelli occidentali, il numero di persone handicappate mentali con più di 50 anni raddoppierà nell'arco dei prossimi 10 anni. Questo comporterà dei problemi nuovi che i normali servizi sociali non sono sicuramente attrezzati ad affrontare; le stesse famiglie poi vedono allungarsi il "periodo di accudimento" che tende a proiettarsi oltre la vita degli stessi genitori (è il tema del "dopo di noi").
Secondo Anna Contardi dell'Associazione Italiana Persone Down, "Il problema dell'invecchiamento delle persone Down è diventato molto grosso dato l'allungamento della vita; i servizi che funzionano solo su alcuni aspetti, come l'inserimento lavorativo, lasciando scoperto tutto il resto. Questo naturalmente là dove per fortuna esiste un servizio per l'handicap adulto".
Per Wilma Cavallazzi, presidente dell'Anffas (Associazione Italiana Famiglie Fanciulli e Adulti Subnormali) di Bologna, _Questo problema investe fortemente i genitori che hanno paura di morire prima dei loro figli. Il compito delle associazioni di genitori diventa a questo punto quello di sollecitare gli Enti Pubblici a progettare. Una risposta possono essere le RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali); oggi molti disabili finiscono semplicemente nei ricoveri per anziani ma queste sono risposte improprie a persone che anziane non sono".
I rischi invece possono essere diversi; innanzitutto c'è il pericolo di generalizzare. Una cosa è parlare di invecchiamento per un handicappato mentale o per una persona affetta da una malattia degenerativa e un'altra cosa è parlare di invecchiamento per i disabili fisici.

Semplice invecchiamento o invecchiamento precoce?

Per quanto riguarda la precocità dell'invecchiamento la questione è delicata: in che termini e con quale sicurezza si può parlare di precocità?
Qui le opinioni sono differenti. "Io non credo all'invecchiamento precoce dell'handicappato; per alcune categorie può essere vero, ma l'affermazione non può essere totalizzante; -afferma Fausto Ameli, coordinatore del Polo Handicap Adulto Azienda USL Città di Bologna- La stessa espressione "l'handicappato che invecchia " va rivista, bisogna pensare alla persona disabile nelle varie età della vita e comunque rimane un problema di integrazione. Se perseguiamo una politica di integrazione per il bambino handicappato così deve essere per l'handicappato che invecchia. Il rischio fondamentale è quello di un ritorno alla medicalizzazione che è in parte condiviso dagli anziani e in parte è il tipico modo di concepire l'handicap come una malattia".
Dice Laura Maccherini, coordinatrice del Centro residenziale "casa Paderno" dell'Aias (Associazione Italiana Assistenza agli Spastici) di Bologna:"Dopo i 40 L'invecchiamento è precocissimo. Le esigenze sanitarie e assistenziali diventano predominanti e superano quelle educative. Questo vale in parziale misura anche per i disabili fisici. A questo punto il problema educativo è quello di sfruttare al meglio il tempo rimasto libero dalle esigenze sanitarie e assistenziali".

Se l'infermiere subentra all'educatore

Dalle testimonianze ora riportate emergono altri rischi. L'invecchiamento (più o meno precoce) può diventare un alibi per non affrontare più la questione dell'integrazione (nella famiglia, nel lavoro, nella vita sociale...) e nella peggiore dell'ipotesi (come è il caso delle case di riposo per anziani) può spianare la strada all'istituzionalizzazione.
A questo punto bisogna distinguere e precisare l'apporto che possono dare le strutture sanitarie e quelle sociali; infatti il sociale e la geriatria rispondono a logiche e ad intenti ben diversi. Mentre per il primo vale il discorso dell'educabilità, del progresso e dell'integrazione a vari livelli, per il secondo vale un discorso di mantenimento, fin dove è possibile, di capacità fisiche e mentali che stanno scemando.
E il discorso non si ferma al confronto di competenze fra l'educatore e l'infermiere o l'assistente di base, ma va all'interno della stessa professionalità dell'educatore ponendo nuovi quesiti.
"C'è anche il rischio - conferma Fausto Ameli - di un approccio educativo ad oltranza; in alcuni centri diurni si continua ad insegnare per anni ad un disabile oramai di una certa età a leggere , ad esempio, l'orologio; ma se questa persona non lo ha imparato a quarant'anni certo non lo imparerà più. L'approccio educativo molto spesso non è preparato ad affrontare questi cambiamenti e a volte si arriva all'errore di trattare come un bambino una persona che non lo è più. Faccio un altro esempio; l'inserimento lavorativo è importante ma può non esserlo più per una persona di 55 anni; allora - conclude Ameli - qui non ci deve essere un "accanimento pedagogico-educativo", ma bisogna riorientare tutto l'intervento a partire dalla persona".