L'uomo ha due dimensioni: esperienze e problemi degli immigrati con disabilità

06/07/2011 - Massimiliano Rubbi

In genere, quando si parla di “doppia disabilità” si intende, se non quella legata a una doppia menomazione sensoriale (come la sordo-cecità), la situazione di una donna con disabilità, soggetta a una discriminazione multipla per il proprio genere e per il proprio handicap. Tuttavia, seguendo questa linea concettuale si possono costruire molteplici doppie discriminazioni, collegando la disabilità a una qualsiasi delle altre condizioni oggetto di stigma sociale. Quel che potrebbe apparire solo un esercizio stilistico, venato di sadismo e comunque di cattivo gusto, è invece una chiave interpretativa necessaria per comprendere le esigenze e le difficoltà delle persone immigrate in situazione di handicap. Gli stranieri con disabilità sono d’altronde una fascia delle società avanzate ormai tutt’altro che marginale e destinata a crescere, per l’afflusso di persone in fuga da conflitti che generano menomazioni di guerra, ma soprattutto per l’invecchiamento e la conseguente perdita di autonomie degli appartenenti alle prime generazioni di immigrati, giunti in Europa in età lavorativa fin dagli anni ’60 (specie nelle nazioni investite dalla decolonizzazione) e che oggi, naturalmente, non intendono affrontare la vecchiaia nelle loro nazioni di origine, senza per questo poter necessariamente contare su una piena integrazione sociale e civile nel paese “di elezione”.

Communication breakdown
La condizione delle persone immigrate con disabilità nella UE non risulta essere mai stata oggetto di studi a livello generale, e anche a livello di singole nazioni le analisi sembrano ben poche. Tra queste, lo studio di Keri Roberts e Jennifer Harris dell’Università di York, pubblicato nel maggio 2002 e dedicato alle persone disabili nelle comunità di rifugiati e richiedenti asilo in Gran Bretagna. Lo studio parte dalla considerazione che “la presenza di persone disabili nelle comunità di rifugiati e richiedenti asilo in Gran Bretagna è abitualmente trascurata, e informazioni sulle loro esperienze particolari sono raramente disponibili”, benché si stimino circa 26.500 persone in tale condizione. Le ricercatrici, dopo aver individuato un campione di 38 persone disabili di varie età ed etnie e di 18 operatori dei servizi sociali, li hanno intervistati per individuare i principali problemi fronteggiati da chi unisce la condizione di migrante (con i traumi peculiari legati all’origine della condizione di asilo politico) a quella di disabile.
Una delle questioni principali riguarda non la qualità dei servizi sociali erogati, quanto l’accesso agli stessi. Le barriere linguistiche, a cui in alcuni casi si aggiungono deficit relativi alla comunicazione, rendono difficile per le persone immigrate con disabilità avere conoscenza dei diritti legati alla propria condizione. Lo studio riferisce il caso estremo di un uomo giunto nel Regno Unito dal Vietnam, che solo dopo oltre 20 anni di permanenza è venuto a conoscenza del proprio diritto alla DLA (Disability Living Allowance), una indennità erogata fino ai 65 anni a chi ha una disabilità grave e che può giungere fino all’equivalente di circa 670 € mensili, che costituisce il principale supporto finanziario erogato alle persone disabili. Le difficoltà linguistiche sono ulteriormente aggravate dall’isolamento in cui molto spesso queste persone vivono, per barriere più culturali che fisiche, legate alla vergogna per l’origine traumatica delle menomazioni (non di rado provocate da torture) e all’assenza di una comunità etnicamente omogenea su cui contare. Per le donne c’è poi una sofferenza peculiare per le difficoltà nella cura dei figli dovute alla disabilità – o, ancor peggio, alla separazione forzata dai figli stessi, rimasti nelle nazioni da cui esse sono fuggite. Alcune situazioni sono decisamente deteriorate, se un intervistato arriva al punto di dichiarare: “Per essere onesti, se la situazione nel mio paese fosse cambiata non rimarrei qui 5 minuti di più”.
La presenza di bisogni non soddisfatti e in alcuni casi nemmeno espressi viene confermata dalle interviste agli operatori dei servizi. Ad esempio, i richiedenti asilo devono essere ospitati solo temporaneamente, per una settimana circa, nel luogo in cui si rivolgono all’autorità britannica, per poi essere sistemati più stabilmente in aree “disperse” lontane dalla zona di Londra (dove molti richiedenti arrivano, e dove sono più vicini a servizi e comunità etniche di appartenenza). La sistemazione avviene d’ufficio, senza scelta dei richiedenti; questi talvolta si oppongono al trasferimento, rimanendo a lungo in sistemazioni di emergenza, talvolta accettano il trasferimento ma, specie se hanno difficoltà motorie, si ritrovano abbandonati a se stessi senza la possibilità di avere assistenti personali per muoversi; altre volte, invece, il trasferimento avviene senza particolari difficoltà, ma anche senza avvisare i servizi sociali locali, che vengono a conoscenza della necessità di dover prendere in carico una persona con bisogni anche molto particolari solo quando la persona stessa si presenta nelle loro sedi. In generale, sembrano mancare procedure consolidate per l’attività congiunta di operatori dei servizi di asilo e dei servizi sociali, ossia delle due dimensioni di disagio che si congiungono nell’immigrato con disabilità, la cui cura coordinata, necessaria per il suo benessere effettivo, dipende di fatto dalla bontà delle relazioni reciproche e dall’impegno personale degli operatori coinvolti. Contro tale collaborazione remano da un lato i budget limitati, dall’altro l’ignoranza da parte degli operatori di un ambito dei diritti connessi all’altro ambito. Si delinea di conseguenza il rischio di una “medicalizzazione spinta” delle difficoltà degli utenti, che in questo modo riceverebbero dai servizi sanitari quello che i servizi sociali, per vari motivi, non possono dare loro – ma ha davvero senso dare un aiuto sbagliato piuttosto che nessun aiuto?
Il quadro piuttosto fosco delineato da Roberts e Harris per i servizi inglesi è legato anche allo status giuridico ambiguo dei richiedenti asilo. Questi, finché la loro domanda non è accolta, hanno accesso generalmente gratuito alle cure mediche pubbliche, ma con l’istituzione del NASS (National Asylum Support Service), nel 1999-2000, sono stati esclusi da quasi tutti i servizi sociali, sostituiti appunto dai servizi del NASS, generalmente solo finanziari e che prescindono dalle condizioni dei richiedenti asilo. Solo con l’ottenimento dello status di rifugiato viene raggiunta una sostanziale eguaglianza con i cittadini britannici. D’altronde, in molti paesi europei tutti gli immigrati non comunitari si ritrovano in situazioni simili, con la garanzia delle sole cure mediche urgenti ed esclusi dall’accesso a numerose prestazioni sociali riservate ai cittadini comunitari.

La non-discriminazione come principio generale
Problemi molto simili emergono dall’esperienza finlandese, come raccontataci da Hannaleena Pölkki, coordinatrice di HILMA, il centro di supporto agli immigrati del Finnish Disability Forum [l’intervista completa è disponibile su www.accaparlante.it)]. Come ribadisce Pölkki, “una delle principali difficoltà tra gli immigrati disabili è la mancanza di conoscenza o la mancanza di accesso alla conoscenza. Il sistema di sicurezza sociale è molto complicato (e il linguaggio ufficiale usato a proposito di questi problemi è piuttosto difficile). […] Ciò è ancor più impegnativo per le persone con disabilità, dato che esse sono spesso più in carico ai servizi pubblici di altri”. Torna anche il problema del supporto alle famiglie con minori (in cui la quota di immigrati è crescente), anche se emerge un’ulteriore difficoltà: “Le famiglie di origine immigrata sono molte volte più riluttanti ad accettare sostegno esterno nella loro vita quotidiana rispetto alla famiglie finlandesi; in questi casi altre forme di sostegno dovrebbero essere considerate”.
Per affrontare le sfide imposte dalle nuove esigenze sociali, Pölkki sostiene la necessità di superare l’attuale divisione di strutture e logiche tra servizi all’immigrazione e servizi alla disabilità: “Dovremmo spostarci da strutture basate sui settori verso strutture o politiche più olistiche […] Per assicurare che i servizi di welfare raggiungano davvero più persone possibile, si dovrebbe tener conto di identità multiple in tutti i settori delle politiche sociali”. Questa attenzione, più che la soluzione specifica per singoli sottogruppi sociali, dovrebbe diventare un’impostazione politica universale, specie a livello di Unione Europea: “Poiché i gruppi di multipla minoranza possono essere piuttosto piccoli a livello nazionale, è più efficace cooperare e innalzare il livello di consapevolezza a proposito di discriminazione e identità multiple in generale”. In linea con queste indicazioni è la necessità di non appoggiarsi su pregiudizi legati alle diverse origini etniche delle persone nel valutare la loro percezione della disabilità: “Due persone dello stesso paese e religione possono vedere la disabilità in modi molto diversi. Di conseguenza, esiste il rischio che le categorie ‘ufficiali’ delle percezioni influenzino il comportamento di autorità e ONG, dal momento che esse presumono che un cliente pensi e agisca in un certo modo”.
Nella costruzione di un nuovo sistema di protezione sociale “multidimensionale”, un ruolo fondamentale hanno le associazioni e le ONG. Al momento, tuttavia, queste ultime risultano poco preparate ai problemi specifici delle persone migranti in situazione di handicap. Da un lato, emerge un problema economico: “Molte ONG attive devono sopravvivere con risorse finanziarie molto ristrette, il che ovviamente incide sulla ampiezza e qualità delle azioni”. Dall’altro, l’attuale organizzazione delle associazioni per singoli settori inficia la loro capacità di trattare problemi a più dimensioni: “Molte associazioni di immigrati in Finlandia sono ancora organizzate piuttosto debolmente o non hanno sufficienti risorse per concentrarsi sulla questione disabilità [mentre] le associazioni della disabilità sono piuttosto forti in Finlandia. Comunque, le questioni dell’immigrazione sono ancora abbastanza nuove per esse e mancano conoscenza, strumenti e risorse”. Ne deriva la necessità di maggiore ricerca, anche a livello accademico, e scambio di informazioni. In questo senso va il progetto, attualmente in fase iniziale, di una rete informativa tra le associazioni che si occupano di immigrazione e disabilità, a partire da Finlandia, Svezia e Danimarca e con il supporto dell’European Disability Forum. Anche Pölkki comunque ammette che “nel centro formiamo le associazioni di disabili su questioni migratorie e buone pratiche, ma siamo ancora all’inizio del nostro lavoro”.

Revisioni strutturali
La struttura dei sistemi di welfare europei si è sempre basata su una divisione per settori: l’ufficio stranieri, l’ufficio disabili, l’ufficio case popolari… Questa suddivisione è nata dalla crescente complessità degli strumenti utilizzati per ogni tipologia di utenza, in base a una logica della “divisione del lavoro” che, in termini socio-economici, avrebbe portato a un “vantaggio competitivo” nel trattamento delle problematiche di ogni settore. Si potrebbe discutere quanto questa evoluzione storica abbia risposto e risponda a competenze realmente distinte, e quanto alla complicazione e burocratizzazione delle norme di gestione interne al sistema stesso, ma non è questo il principale difetto che imponga ripensamenti. Più sostanziale è la critica secondo cui la divisione del lavoro risponde all’esigenza di produrre beni sempre più differenti tra loro, mentre il prodotto del sistema di welfare è il benessere complessivo dell’utente; questo, pur rimanendo lo stesso utente (certo, gli può venire la schizofrenia girando decine di uffici, come capitava a Asterix e Obelix in una loro avventura…), tende ad avere più esigenze strettamente collegate tra loro. L’assetto attuale vede invece l’immigrato con disabilità trattato dai servizi talora come extra-comunitario, talora come disabile, con una rete tra gli operatori ancora carente e quindi una segmentazione innaturale delle sue esigenze.
Di fronte al mutare delle condizioni sociali, e in particolare all’aumento nelle società occidentali di immigrati che vivono, oltre a quelli legati alla propria origine, bisogni finora “tipici” delle popolazioni autoctone, occorre dunque una revisione sistemica, e di conseguenza con tempi paragonabili a quelli in cui si è costituita l’assistenza sociale odierna – anche se, dato che i sistemi di welfare europei risalgono agli anni ’40 del XX secolo, è lecito augurarsi un processo un po’ più veloce.