Luoghi del documentare

01/01/2001 - Giovanna Di Pasquale

Esiste un profondo intreccio tra i processi del documentare e i luoghi in cui questi processi prendono forma e si strutturano in servizi aperti alla collettività: i centri di documentazione.
La documentazione è un attività complessa, per certi aspetti sempre presente nelle organizzazioni umane ancora prima di una sua necessaria definizione come un mezzo privilegiato per conservare e gestire le informazioni utili.
Il bisogno di poggiare la ricerca del nuovo su elementi ( dati, conoscenze, notizie…) consolidati ha quindi continuamente attraversato le forme di sapere nelle diverse civiltà e tempi.
Detto questo, occorre riconoscere come fenomeno contemporaneo la nascita di strutture quali i centri di documentazione che, pur mostrando segni di parentela sia con il modello “Biblioteca” sia con il modello “Archivi”, se ne distinguono.
Un segnale di distinzione si rintraccia proprio nella difficoltà di individuare un modello di riferimento unitario per queste realtà. I centri di documentazione costituiscono un panorama che mal si adatta ad una lettura omogenea; distinti per “età anagrafica”, emanazione (pubblica o privata), tematiche di riferimento, pretendono un’ attenzione specifica, non generica.
Questa differenziazione non deve comunque far dimenticare alcuni livelli ricorrenti, ciò che si ritrova come dato trasversale e di continuità. I livelli a cui qui ci riferiamo hanno a che fare con le ragioni della nascita e dell’esistenza di queste strutture e con la loro ricerca di identità riconoscibile all’esterno e condivisa all’interno.

Le ragioni
Se riprendiamo il tema delle ragioni, alcune parole possono aiutarci a rendere maggiormente evidenti le radici, e quindi anche i significati e le motivazioni. Queste parole sono: memoria, sapere, risorsa.
La lotta contro l’evanescenza delle cose è stata da sempre una delle preoccupazioni umane, nel duplice senso di sostegno all’identità individuale e collettiva, “ricordo dunque sono”, e di possesso e manipolazione dei segni che la memoria lascia nel mondo. Grande è stato l’impegno nella ricerca di forme con cui la memoria può diventare trasmissibile e condivisa, almeno da certe categorie sociali determinate.
Disporre di forme adeguate: gioca un ruolo in questa intenzione anche l’idea del sapere, o meglio l’immaginario a cui facciamo riferimento. Lungo il corso del tempo si è affermata la tensione verso un luogo mitico, capace di raccogliere tutto il sapere prodotto. Un luogo che con l’avvento della scrittura sempre più si è mostrato come straordinario magazzino, individuale e collettivo, in cui si poteva conservare l’informazione che prima si dovevano conservare a mente.

I modelli di riferimento
Il modello concettuale di riferimento si è proposto quindi, in forma pubblica, con immagini facilmente identificabili ed incisive: dalla città ideale di Otlet, vera e propria formalizzazione di un sistema documentario centralizzato, al cervello mondiale di Well, “sistema organizzato di conoscenza adattabile all’uso degli utenti, alla crescita della comprensione e del sapere collettivo”, fino al villaggio/spazio virtuale metafora e simbolo delle attuali tecnologie comunicative (2).
Queste immagini utopiche rivelano nel tempo influenze riscontrabili oggi nelle identità possibili per una struttura come il centro di documentazione.
La documentazione, come scienza teorizzata e sistematizzata, può essere riletta anche come tentativo di costruire strutture globali in cui le strategie di trattamento e recupero delle informazioni permettano l’aumento di comunicazione e condivisione dei saperi in modo più stabile e maggiormente democratico. Si fanno infatti “più numerose le banche della conoscenza, in cui si accumulano informazioni per poterle ritrovare al momento in cui servono, con l’effetto di rendere finalmente stabile (se non altro per altro per via della ridondanza che così si crea) il capitale di conoscenza disponibile. Per avere un’idea di queste banche, pensiamo ai santuari in cui oggi viene conservato il sapere: archivi, biblioteche, banche dati ecc. Internet, accanto alla sua vocazione commerciale anche sfacciata, ha una poderosa propensione verso questa funzione: conservare informazioni e conoscenze, alle quali ci si può rivolgere in qualunque momento (anche quando le biblioteche fisiche sono chiuse o i giornali sono in sciopero) e da qualunque posto del pianeta”(1)

Passaggi
Ci sono allora nel panorama odierno rappresentato dai centri di documentazione alcune peculiarità ed è possibile rintracciare punti di convergenza ed ispirazioni comuni.
Ne sottolineiamo alcuni, per alcuni versi emblematici dei mutamenti avvenuti e dei nuovi inizi:
? il passaggio dalla concezione lineare alla concezione reticolare dei saperi, che implica l’organizzazione a rete delle informazioni rese disponibili e la richiesta all’utente di saper navigare in modo non gerarchico;

? il passaggio dalla fonte unica come sede di informazioni (il libro) alla pluralità delle fonti: la quotidianità entra nel centri di documentazione nelle sue produzioni informative e documentative (riviste, quotidiani, …); si incrementano le raccolte organizzate sui saperi popolari (musiche, canti, produzioni grafiche…) e nascono gli archivi della soggettività biografica e autobiografica. Esiste e viene riconosciuto “un bisogno d’interesse e rispetto per le soggettività, che va molto oltre la dimensione propriamente storiografica o addirittura ne prescinde ponendosi sul piano esistenziale”.(3) “Gli archivi autobiografici di questa seconda generazione inaugurano un sentire nuovo: danno la sensazione di entrare in un mondo dove la propria memoria è un eredità pubblica. Non più solo la famiglia, non solo la trasmissione generazionale fra coloro che hanno il nostro stesso sangue, una memoria autobiografica può servire a costruire i luoghi pubblici dove i ricordi entrano in rapporto fra loro, si parlano, ricominciano a esistere”.(4);

? Il passaggio dal possesso delle informazioni all’utilizzo: la documentazione diventa risorsa capace non solo di testimoniare ciò che è stato, ma di orientarne la rilettura. E’ questa “fatica” del documentare oggi più che mai necessaria per tenere in equilibrio la consistenza delle radici e la propensione “all’altro” che spesso solo intravediamo, senza troppo subire l’ossessione memorialistica e la tentazione della negazione.

(1)R.Simone La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo,Editori Laterza, 2000

(2)A. Baldazzi La città e l’enciclopedia: le metafore della documentazione contemporanea. Dai progetti utopici alla comunicazione in rete

(3)M. Isneghi Intervento per la tavola rotonda, in: I luoghi della scrittura autobiografica popolare, Atti del Convegno, Mori (Tn), 1990

(4)L. Ricci Introduzione al catalogo generale dell’archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, 2001