Lugano addio - Superabile

29/03/2010 - Claudio Imprudente

Da ragazzo ascoltavo Ivan Graziani e c’era una canzone che faceva “.. Lugano addio..”. Mi sono sempre chiesto dove fosse. Un mese fa, il 3 dicembre, per la giornata mondiale delle persone con disabilità, ho partecipato proprio a Lugano, come conduttore e animatore, ad un laboratorio che doveva discutere la valutazione dell’attività lavorativa della persona disabile. Al laboratorio erano presenti varie figure professionali che si occupano di preparare all’inserimento lavorativo o che “ospitano” tale inserimento.
L’ambiente era un po’ silenzioso, e lo è diventato ancor di più quando il Professor Michele Mainardi, che conduceva l’incontro insieme a me, ha introdotto i termini attorno ai quali la discussione doveva ruotare: l’aspetto produttivo (economico); l’aspetto delle competenze (tecnico); l’aspetto etico, relazionale. Come far convivere queste tensioni? E’ possibile armonizzare la compresenza di queste tre “forze” necessarie?
Sarebbe, infatti, tanto semplice quanto irrealistico poter rinunciare, parlando del lavoro di una persona disabile, ai due aspetti più problematici, quello delle competenze e della produttività. E, a ben vedere, sarebbe quantomeno discriminante: non è forse giusto, nei confronti di una persona con disabilità, osservare e tener conto di cosa sa fare e di come la fa?

Nel progetto Calamaio, in tanti anni di lavoro, lavoro vero e proprio, un’idea me la sono fatta. Il punto di partenza di ogni attività che preveda il lavoro di persone disabili dovrebbe essere la rete di relazioni che si crea nell’ambiente di lavoro. Questa deve essere (ri)costruita ogni giorno attraverso il riconoscimento di chi gli altri sono e di quali abilità hanno, di quali sono le loro curiosità, di cosa è capitato loro il giorno prima, di cosa li sta cambiando. E’ proprio a partire da qui che possiamo convivere serenamente con gli altri due elementi in gioco, competenza e produttività, relativizzandone l’importanza e allo stesso tempo riconoscendone l’utilità.
In che senso il lavoro di una persona disabile può relativizzarne l’importanza? Come detto, mostrando a tutti (lavoratori disabili e non) l’imprescindibilità dell’aspetto relazionale nella costruzione di un ambiente lavorativo che non sia un ambiente di meri rapporti gerarchici, di scadenze da rispettare e di qualità da valutare secondo il parametro della quantità. Avanzando, quindi, la possibilità di ritmi di vita e di lavoro diversi.
E perché, invece, il lavoro di una persona disabile deve saper comprendere l’importanza e l’utilità di competenza e produttività? Intanto, il risultato quantitativo è comunque richiesto per valutare l’efficacia di un inserimento lavorativo e tanti progetti rischiano di non essere più finanziati se non riescono a dimostrare la loro validità anche in questo senso. La competenza è un dato necessario per “produrre” qualsiasi “bene” materiale o immateriale.
E, vista in una prospettiva dinamica, non è soltanto un valido parametro di valutazione di un lavoro ma una qualità che può crescere e cambiare, allargandosi e specializzandosi, grazie alla curiosità, al divertimento, al piacere della scoperta, etc…tutte caratteristiche che raramente nell’immaginario comune vengono associate ad una persona con disabilità. Anche l’acquisizione di competenze, quindi, può contribuire a cambiare l’immagine della persona disabile. E voi, quante esperienze simili conoscete? Cliccate su claudio@accaparlante.it
Buon 2008 a tutti!
Claudio Imprudente