L'occhio del lupo

01/01/1999 - Daniel Pennac

Il magico Alvermann - Raccontare la diversità

Il ragazzo è immobile, ritto davanti al recinto del lupo. Il lupo va e viene. Gira in lungo e in largo senza mai fermarsi. "Che scocciatore, quel tipo…". Ecco quel che pensa il lupo. Sono ormai due ore che il ragazzo sta davanti alla rete, piantato lì come un albero gelato, a guardare aggirarsi il lupo.
"Che vuole da me?"
Questo si chiede il lupo. Quel ragazzo lo turba. Non lo spaventa (un lupo non ha paura di niente), ma lo turba.
"Che vuole da me?"
Gli altri bambini corrono, saltano, gridano, piangono, fanno la linguaccia al lupo e nascondono il viso nella gonna della mamma. Poi vanno a fare i buffoni davanti alla gabbia del gorilla e ruggiscono davanti al naso del leone che frusta l'aria con la coda. Ma quel ragazzo lì, no. Rimane in piedi, immobile, silenzioso. Solo i suoi occhi si muovono, seguono il viavai del lupo, lungo la rete.
"E che, non ha mai visto un lupo?".
Dal canto suo, il lupo non riesce a scorgere il ragazzo che una volta su due. Perché non ha che un occhio, il lupo. Ha perduto l'altro lottando contro gli uomini, dieci anni fa, il giorno in cui fu catturato. All'andata dunque (se quella si può chiamare andata) il lupo vede lo zoo tutto interno, con le sue gabbie, i bambini che impazzano e in mezzo a loro quel ragazzo del tutto immobile.
Al ritorno (se quello si può chiamare ritorno) il lupo non vede che l'interno del recinto. Un recinto vuoto, perché la lupa è morta la settimana passata. Un recinto triste, con la sua unica roccia grigia e il suo albero morto. Poi il lupo fa dietrofront ed ecco lì di nuovo il ragazzo, col respiro regolare che emana vapore bianco nell'aria fredda.
"Si stancherà prima di me" pensa il lupo continuando il suo andirivieni. E aggiunge:" Sono più paziente di lui". E aggiunge ancora:" Io sono il lupo".
Ma il mattino dopo, svegliandosi, la prima cosa che il lupo vede è il ragazzo, in piedi davanti al recinto, sempre nello stesso punto. Per poco il lupo non è trasalito. "Non avrà mica passato la notte qui? … Il lupo aggrotta le sopracciglia. Gli secca porsi tutte quelle domande a proposito del ragazzo. Si era ripromesso di non interessarsi mai più agli uomini.
E da dieci anni mantiene la parola: non un solo pensiero per gli uomini, non uno sguardo, niente.
Il giorno dopo il ragazzo è sempre là. E il giorno seguente. E l’altro ancora.. Così che il lupo è obbligato a ripensare a lui.
Improvvisamente il lupo si sente molto stanco. C’è da pensare che lo sguardo del ragazzo pesi una tonnellata.
"D’accordo" pensa il lupo. "D’accordo!", "L’hai voluto tu!"
E , bruscamente si ferma. Si siede eretto, proprio davanti al ragazzo. E anche lui si mette a fissarlo. Non quello sguardo che vi passa attraverso, no: il vero sguardo, lo sguardo fisso.
Ci siamo. Adesso sono faccia a faccia. Non un visitatore, nel giardino zoologico.
Non c’è che il ragazzo. E quel lupo azzurro dal pelame azzurro.
"Vuoi guardarmi? D’accordo! Anch’io ti guardo! Si starà a vedere…". Ma c’è qualcosa che disturba il lupo; un particolare stupido: lui non ha che un occhio, mentre il ragazzo ne ha due.
A un tratto il lupo non sa in che occhio del ragazzo fissare lo sguardo. Esita. Il suo unico occhio salta da destra a sinistra e da sinistra a destra. Il ragazzo non batte ciglio. IL lupo è maledettamente a disagio; per niente al mondo stornerebbe lo sguardo, di riprendere la marcia non se ne parla.
Così il suo unico occhio impazzisce sempre più e ben presto, attraverso la cicatrice dell’occhio morto, spunta una lacrima. Non è dolore, è impotenza, è collera. Allora il ragazzo fa una cosa curiosa, che calma il lupo, lo mette a suo agio. Il ragazzo chiude un occhio. Ed eccoli là che si fissano, occhio nell'occhio, nel giardino zoologico deserto e silenzioso, con un tempo infinito davanti a loro.

Daniel Pennac, L’occhio del lupo, Salani

Raccontare ed amare
commento di Maria Grazia Berlini

Comincia con uno sguardo. Uno sguardo che non lascia indifferenti e che costringe… a guardare.
E’ uno sguardo tra un lupo che ha vissuto una vita da lupo, braccato, fuggitivo nella gelida Alaska e un ragazzo che ha attraversato tutta l’Africa, diventando un famoso narratore di storie. I due si ritrovano davanti alla gabbia di uno zoo, si fissano in silenzio. Il lupo, chiuso nella sua disperazione, guarda il mondo con un occhio solo. Allora anche il ragazzo, con estrema delicatezza, chiude uno dei suoi e, attraverso queste due solitudini, fluiscono le immagini vissute che portano alla confidenza reciproca.
Si può provare a vedere dal "punto di vista" dell'altro da sé; un punto di vista che permette di "vederne" la storia. In questa storia, poi, si tratta proprio di "chiudere un occhio" per vedere attraverso l'altro com'è il mondo fuori. E c'è un tempo lungo di attesa: ogni mattina lì… cosa vorrà da me? (Mi fa venire in mente l'incontro con adolescenti che hanno vissuto già nell'infanzia difficoltà scolastiche come un dato caratteristico - non capisco niente, così mi è sempre stato detto -non riescono a capire e sono diffidenti, come possa esistere qualcuno che si interessa a loro così come sono, per gli interessi e le passioni che hanno, e non per ciò che devono o possono realizzare nella società).
I tentativi portano Africa (così si chiama il ragazzo, identificato con il continente che ha attraversato) a decidere che potrà ascoltare solo se saprà prendersi un tempo, il tempo necessario; quello che mette l'altro nella condizione di prendere l'iniziativa: quello che si può definire gesto interrotto. Sono le situazioni nella vita che hanno portato Africa a mettere in atto la pazienza dell'attesa.
Chiudere un occhio è conseguente ad un gesto dell’altro che vuole comunicare qualcosa. Nell’ambito della pedagogia attiva si parla di meta - comunicazione: di aspetti ed atteggiamenti che possono disturbare o migliorare la comunicazione. Il gesto interrotto è un’azione intrapresa, ma lasciata volutamente inconclusa, per consentire all’altro di completarla secondo un proprio percorso.
Implica l’attesa di un completamento originale, una scelta che si intreccia con una volontà altrui, che può essere anche molto diversa da ciò che noi avevamo in mente
Per Africa il gesto di chiudere un occhio non è una rinuncia ad agire; è, invece, l’accettazione dei limiti della propria azione. Lo "costringe" a "stare in attesa"
L’attesa che Africa attiva può portarlo a comprendere l’altro.
Il significato etimologico di comprensione come "atto del comprendere, del racchiudere, afferrare, ed anche capacità di intendere e penetrare con la mente; capacità di considerare con simpatia sentimenti, opinioni, azioni altrui", porta in sé alcuni caratteri antitetici: racchiudere l’altro nell’interpretazione che do a ciò che avviene nel contesto e tra di noi, ma anche avvicinarmi alla sua originalità, a ciò che è veramente.
Ma Africa non intende incontrare il lupo per una forma di controllo o potere su di lui (in fondo, fra i due, chi può scegliere di andarsene è proprio Africa); lo incontra per le storie che il lupo può raccontargli e che non ha mai ascoltato da nessuno.
Perché "raccontare è condividere" (P. Jedlowsky) e decidere di non farlo è un modo per difendere la propria storia, la propria memoria dall’incursione di altri.
Diverso è : chi ha deciso di vedere da un solo occhio, per evitare di "scoprire" la propria storia, di doverla condividere con qualcun altro non significativo (ed anzi vissuto come minaccioso): almeno la storia rimarrà libera dalla gabbia di uno zoo e potrà rimanere incontaminata, vicino al contesto (l’Alaska in questo caso) in cui ha senso.
Quanti bambini e ragazzi decidono rispetto ai "fallimenti" (all’essere in gabbia) della vita scolastica di riservarsi uno spazio (una via di fuga) che non corrisponde alle aspettative: il fallimento attiva una via conosciuta che potrebbe non essere più abbandonata oppure, e anche questa è una possibile interpretazione, un solo occhio permette di vedere solo una parte di un mondo già spiacevole.
Nello zoo Africa trova gli animali che aveva già incontrato , liberi, in precedenza ; ne conosce le storie.
Gliene manca solo uno… il lupo grigio dall’occhio chiuso: vuole incontrare anche questo. Camminare per il mondo in questo modo, con l'ottica dell'Incontro ha fatto si che Africa abbia già incontrato alcuni degli animali portandone con sé le storie: li ha portati con sé tanto da reincontrarli in un'altra fase della sua vita. Africa è un grande ascoltatore ed è un grande "raccontatore di storie" (questo gli ha salvato la vita un po’ come a Sherezade) e saper raccontare è saper mantenere un’attesa. Raccontare è una relazione, è il bisogno di farsi sentire – ascoltare – capire.
"Si possono percorrere milioni di chilometri - ci ricorda Pino Cacucci in "Camminando".- in una sola vita senza mai scalfire la superficie dei luoghi né imparare nulla dalle genti appena sfiorate. Il senso del Viaggio sta nel fermarsi ad ascoltare chiunque abbia una storia da Raccontare".
Africa, oltre a ciò, ha ben chiaro un riferimento, che ci indica Jedlowsky: narrare ha qualcosa a che fare con l’amore. Quando si ascolta si entra con amore nella storia dell’altro; quando si decide di raccontare si permette all’altro di entrare nella propria storia.

Parole chiave:
Letteratura