Lo stato delle cose

01/01/2004 - Mario De Pasquale

Una nuova legge sulla regolamentazione per il diritto al lavoro dei disabili, la 68 del 1999, ha sostituito ormai da cinque anni la "storica" legge 482 del 1968. Qualcosa è cambiato? Il legislatore ha scelto di passare da una logica di diritto impositivo ad un'altra più avanzata che prevede il principio del collocamento mirato come spina dorsale del nuovo dispositivo. Che cosa è accaduto dal varo della nuova legge fino ad oggi? Ne parliamo con Roberto Alvisi, esperto dell'Agenzia E.R. Lavoro e presidente dell'UILDM, Unione italiana lotta alla distrofia muscolare.

Partiamo dall'inizio, le aspettative nei confronti della nuova legge erano alte. Gli impegni sono stati mantenuti?
Vede, nel nostro paese prima di ogni legge c'è stata la carità cattolica. Poi, con la prima guerra mondiale, e il ritorno a casa di centinaia di mutilati e invalidi ha preso corpo anche nello Stato un tipo di approccio che definirei di tipo risarcitorio. Da lì, passiamo per un'altra guerra e arriviamo ai fermenti politici del '68. Con essi finalmente giungiamo alla logica dei diritti. Questo è un passaggio fondamentale. Il legislatore crede di interpretarlo al meglio esprimendo una normativa che rafforza il diritto attraverso l'impositività dello stesso. Passano 30 anni, i tempi cambiano. Cambia la legge. Passiamo al collocamento mirato. Sembra solo un termine tecnico, e invece, per comprenderlo e applicarlo realmente nel contesto sociale e lavorativo, è richiesto, direi obbligatorio un salto culturale di grosse dimensioni.

Il salto c'è stato? No, non ancora. Per quanto non dobbiamo dimenticare che le attese delle persone disabili e delle loro famiglie erano alte. Chi ha patito fino ad oggi non si accontenta facilmente di palliativi. Può spiegarci cosa è accaduto con l'entrata in vigore della nuova legge? Seccamente va detto che i primi disabili a trovare lavoro sono stati quelli più facili da collocare. Se il grado di disabilità va dal 46% al 100%, i primi ad essere impiegati chi vuole che siano? I meno "gravi". Questo accade perché c'è una resistenza oggettiva da parte degli imprenditori, oltre ad una carenza cronica di strutture. Insomma una concorrenza di concause negative. Nonostante il principio del collocamento mirato, quando ci si trova di fronte ad un soggetto disabile, prossimo al 100% di invalidità, è necessario porre estrema attenzione nella ricerca di strutture tecniche e aziendali compatibili con quello stato. Ma quello che manca è soprattutto la volontà di far cambiare le cose. Degli imprenditori in primo luogo, che troppo spesso, se possono, mettono in campo ogni strategia possibile per concretizzare una ripulsa nei confronti di un "grave". Una logica comprensibile. Meglio un soggetto che mi risolve un problema e mi dà un vantaggio, rispetto ad un caso complicato che comporta oneri aggiuntivi. Ancora esiste una dimensione border-line che riguarda quei disabili che i medici dovrebbero definire incollocabili. Questo rappresenta un problema molto delicato. Parlo dei distrofici, degli spastici, di coloro che sono affetti da tetraparesi. Che però con la logica del collocamento mirato, e con l'ausilio dell'informatica e delle nuove tecnologie, possono trovare nicchie di occupabilità assolutamente positive. Impensabili e irrealizzabili fino a pochi anni fa.Ma come funziona il collocamento mirato? E soprattutto, funziona? La legge affida questo istituto alla Provincia. La funzionalità di questi uffici è legata sì ad una legislazione più avanzata, ma di fatto spesso è affidata alle stesse persone che erano lì prima del 1999. Perciò, se son bravi tirano, se meno bravi involontariamente frenano. E, attenzione, parliamo di una regione come l'Emilia Romagna, dove la realtà è davvero meno peggio che altrove. Cosa c'è che non va? Vede, quello che finalmente dovrebbero comprendere i normodotati è che dentro l'handicap stesso c'è una persona, con le proprie emozioni, la propria intelligenza e le proprie sofferenze. Ed è sempre così. Quale che sia il livello di disabilità. Se partissimo da questo troppo disconosciuto presupposto sarebbe molto più facile tenere insieme diritto e realtà. In concreto, sarebbe necessario iniziare a realizzare dei centri preposti alla creazione dei presupposti necessari all'inserimento mirato, dove poter monitorare compiutamente la persona disabile nelle sue propensioni e attitudini, così da individuare il luogo lavorativo più adatto alla riuscita dell'inserimento. Compiuta questa pre-istruttoria nei termini descritti, si dovrebbe entrare (purtroppo dobbiamo continuare ad usare il condizionale) nel merito del collocamento lavorativo vero e proprio, andando a verificare i contesti delle persone e delle imprese. Qui entra in gioco l'istituto del "tutoring". Che dovrebbe concretizzarsi attraverso la presenza costante di un operatore che accompagni, sostenga, protegga e affianchi l'inserimento lavorativo del disabile. Non per tre giorni striminziti, ma fino a quando la situazione di reciproca conoscenza tra datore di lavoro e lavoratore non si stabilizza positivamente. Purtroppo nell'attuale pratica operativa corrente la figura del "tutor" non esiste.Perché? Perché non ci sono risorse. Nessuno paga. La figura è prevista, ma non è prevista alcuna forma di copertura finanziaria. Finché restiamo nell'ambito della formazione si riesce a sopperire a questo problema con i finanziamenti provenienti dall'Unione Europea, ma dopo le cose non vanno più così. A regime ordinario, in ambito lavorativo la figura del tutor è "appoggiata" lì, senza che siano previsti strumenti in grado di renderla operativa per davvero. Ma non si deve dimenticare come questo ruolo risulti indispensabile per tutti i disabili gravi. Per alcuni di loro è indispensabile soltanto nella fase di inserimento. Per altri quel tipo di sostegno è necessario tout-court. Oltre la mancata presenza del tutor, esistono altri ostacoli all'inserimento lavorativo dei disabili. Quali sono? L'altro problema grosso è rappresentato dal trasporto: casa-lavoro e viceversa. È un altro degli snodi critici. Anche qui l'asino cade sul versante dei costi. Proviamo ad inquadrare la situazione. Paradossalmente, o il disabile possiede una sua automobile con autista personale; oppure provate a salire su di un autobus con la carrozzina: è impossibile. Rimane la strada delle convenzioni con le associazioni di assistenza, o con le cooperative di pubblico noleggio, iniziative magari in parte supportate dal contributo del fondo comunale. Ma poi, arrivati di fronte l'azienda, sei lì, e spesso ci rimani. Chi ti porta in ufficio, chi ti porta in bagno? L'attuale normativa, insomma, prevede e tutela l'assunzione, ma è carente per il resto dei dispositivi messi in campo. Soprattutto nei confronti dei disabili gravi. Per meglio spiegarsi, quelli che ho definito "restanti motivi" oltre l'assunzione rappresentano invece le cause determinanti al successo del collocamento. Mi riferisco alla mancanza della figura del tutor e al nodo irrisolto del trasporto casa-lavoro. Dal 1999 ad oggi è ragionevole affermare che le cose siano migliorate, ma non a livello delle aspettative di una fascia di disabili, i gravi e i gravissimi, per i quali è necessaria la programmazione e la progettazione di percorsi davvero mirati. L'uomo giusto non va al posto giusto per grazia ricevuta. Far comprendere questo meccanismo significa riuscire ad attuare un passaggio culturale e materiale indispensabile. Altrimenti continuerà a prevalere la logica economicista, per cui all'azienda l'assunzione costa, e se è più onerosa del solito, o della media, si cerca di evitarla. Infine c'è da affrontare il discorso sulle sanzioni. Che sono previste ma non sono applicate. E è difficile far rispettare una legge senza sanzioni.Chi dovrebbe applicare le sanzioni?La legge prevede che il soggetto deputato sia l'Ispettorato del lavoro, sulla base delle segnalazioni degli interessati, degli uffici competenti e di terzi soggetti. Ma l'Ispettorato dipende dal Ministero del lavoro, non dalla Provincia o dalla Regione, che invece sono i soggetti realmente coinvolti dal punto di vista istituzionale. E il Ministero sembra non abbia grande interesse ad occuparsi di questa materia.Per caratteristica politica, o in assoluto? Vede, io dico sempre che è meglio raggiungere un accordo, piuttosto che far sparare il carro armato. È da tener ben presente come per il datore di lavoro non sia difficile dimostrare difficoltà oggettive nella organizzazione del lavoro dell'impresa, a fronte dell'inserimento lavorativo di un disabile grave. E come logica conseguenza chiedere l'esenzione o scegliere di pagare la quota sostitutiva, l'esonero. Per restare nel solco di quella logica economicista che nega i diritti, di cui parlavamo prima. Non dimentichi che una soluzione spesso proposta dai consulenti delle imprese è l'evasione.Della legge? Sì, in quanto non essendo ancora stata impostata una logica di verifica e controllo, l'evasione è per ora il modo per pagare meno. Si sceglie di non assumere sapendo che un controllo difficilmente arriverà. Oppure si chiedono al collocamento soggetti disabili che dovrebbero ricoprire qualifiche di alta fascia, come direttore di produzione, o top manager, o direttore generale, con la consapevolezza da parte dell'azienda che si tratta di figure di fatto irreperibili nelle liste speciali. Così "per legge" il disabile resta a casa. E si tratta di un fenomeno molto diffuso.Qualche dato a conforto di tali affermazioni? Lascio rispondere ai numeri. Nel 1969 i disabili occupati erano 42.000. Nel 1999 si sono ridotti a 23.000. Questa forte compressione è dovuta sia alla marcata automatizzazione e informatizzazione della produzione, ma anche al fatto che i disabili usciti dal mondo del lavoro non venivano reintegrati. Poi dobbiamo considerare che con la nuova legge la percentuale di lavoratori da collocare passa dal 15% al 7%. Infine non dobbiamo dimenticare il sostanzioso contributo dato da elusione e evasione. Qual è lo stato delle cose nel settore pubblico? L'imperativo è riduciamo i costi. Costi quel che costi. L'ultima querelle degna di essere ricordata è quella che riguarda le aziende sanitarie. A fronte del varo della nuova legge il governo doveva decidere cosa fare nella scuola e nella sanità. Ci si aspettava un decreto che non è mai arrivato. Perciò nei settori sanitario e scolastico si aspettano istruzioni. Intanto non si assume. La sola Ausl di Bologna dovrebbe collocare tra i 2 e i 300 disabili. Ma non lo fa, a domanda risponde con altre domande... Dove li colloco? Tra il personale medico? No. Esistono già medici assunti con disabilità, ma sono in quota ai ruoli dei normodotati. Li assumo come infermieri? Alle domande dell'Ausl, mi dico, è risposta realistica immaginare un disabile in carrozzina che faccia l'infermiere in corsia? Le possibilità allora si riducono, e le assunzioni possono essere effettuate tra il personale d'ordine e impiegatizio. Le quote possibili si restringono. Perché il personale d'ordine in buona parte è stato esternalizzato. Gli impiegati invece rappresentano soltanto il 15% della forza lavoro dell'Ausl. E il 7% dei disabili assunti previsto dalla legge diventa un numero sempre più irrisorio. Senza dimenticare che le competenze specifiche del lavoratore sono indispensabili. Ad oggi l'Ufficio Provinciale per il collocamento sta trattando con l'Ausl, su proposta di diverse associazioni, l'assunzione di circa trenta disabili, nonostante il vuoto normativo riguardante i decreti attuativi della legge 68/99, e facendo i conti anche con il blocco delle assunzioni nella pubblica amministrazione. Si tratta in sostanza di una iniziativa autonoma e di buon senso.Una goccia in mezzo al mare? Oltre queste iniziative, per i disabili gravi e gravissimi la situazione resta delicata. Questa condizione oltre il lavoro riguarda la scuola e l'assistenza, tanto da essere stata fatta oggetto di regolamentazione attraverso la legge nazionale 162, non rifinanziata dal governo già da tre anni. Per i disabili gravissimi le difficoltà da affrontare sono oggettivamente superiori. Nella scuola le cose vanno meglio, le figure di assistenza e sostegno sono previste e finanziate, anche attraverso i fondi assistenziali gestiti dai comuni. Ma in ambito lavorativo tutti questi supporti non esistono. E le difficoltà del disabile grave o gravissimo esplodono. Questo calvario per chi è disabile terminerà soltanto quando verrà finalmente applicato il trattamento previsto dalla legge e il collocamento mirato.La parola spetta ora alle aziende... Purtroppo trova riscontro oggettivo un dato generale: è difficile trovare aziende che dicano seccamente no. La risposta più frequente invece è: sì, ma ci sono delle difficoltà. Poi si passa all'interazione successiva, e l'azienda ti dice: se mi trovi quello giusto lo assumo. Accade così che in parecchi casi, posta dieci la quota spettante ad un'impresa, il numero di assunti reali non supera le tre unità. Questo è il vero scandalo. Ovviamente l'ufficio provinciale per il collocamento esercita meno pressione nei confronti di colui che ha già effettuato alcune assunzioni, rispetto a chi non ne ha fatta alcuna. Il cerchio si chiude. Senza per questo dimenticare le difficoltà oggettive prima citate. La città, ad esempio, offre molti posti di natura impiegatizia, ma con necessità di specializzazione; la cintura invece dà disponibilità in ambito manufatturiero, ma con oggettive difficoltà di trasporto. Ma queste difficoltà non debbono servire da giustificazione. Debbono essere fatti progetti, costruiti percorsi, e se negli uffici preposti c'è soltanto un impiegato ad occuparsene, è necessario utilizzare un maggior numero di risorse umane. Poi ricordo un'altra concausa importante, il blocco delle assunzioni negli enti pubblici, che frenano la macchina fino a farle raggiungere velocità prossima allo zero. La mia valutazione complessiva, non come funzionario della Regione ma come cittadino, è che le andature sono molto più lente di quelle che dovrebbero essere. È come se si marciasse sempre con il freno a mano tirato, in una situazione che richiederebbe invece ben altro tipo di mobilitazione. Una considerazione, ad esempio: il comitato tecnico, che affianca l'Ufficio provinciale, non sempre viene messo nelle condizioni di esprimere a pieno le sue potenzialità. Troppo spesso il comitato viene intasato da numeri. E se faccio una riunione a settimana quanti casi posso affrontare? E se ne faccio una al mese? Se riesco ad esaminare cinque o sei casi per seduta, quanti sono in un anno? Faccia lei i conti. A Modena sono efficientisti, e si trovano due volte a settimana. Ma anche lì, se un caso è difficile serve un’intera mattinata per discuterlo. In una ricerca che facemmo nel 1999 venne fuori un’esigenza che considero ancora giusta: ricercare le cause di successo o di insuccesso di un inserimento. Al primo posto va messo il clima aziendale. Poi tutta un'altra infinita serie di concause. Quale, ad esempio, l'eccesso di burocratizzazione: se io impiegato curo una pratica e non la persona che questa rappresenta, non si può dire che non stia lavorando, ma certo il mio operato perde di efficacia. L'affermazione: "dietro a un disabile c'è sempre una persona, è un’osservazione sacrosanta, ma molto spesso la burocrazia non è dello stesso avviso. Troppo spesso il disabile è un numero, così nella sanità, come nella scuola. E le strutture oltre le volontà delle persone che le compongono sono in definitiva striminzite da un punto di vista dimensionale.

Parole chiave:
Lavoro, Legislazione