L'Italia che coopera

01/01/1998 - Flavio Gerolla

La situazione della cooperazione internazionale in Italia. Le difficoltàdelle ong di fronte ai tagli di bilancio operati negli ultimi anni. Le nuoveprospettive offerte dall'Europa. Intervista a Raffaele K. Salinari, presidenteCOCIS.

 

L'Italia che coopera

D). L'Italia e la cooperazione internazionale con i paesi in via di sviluppo:può farmi una breve storia degli ultimi anni?

R) Il nostro paese si è impegnato organicamente all'interno delle dinamicheNord-Sud in tempi relativamente recenti. Sino a pochi anni fa infatti gli unicisoggetti attivi in questo campo, in particolare sui temi dell'aiuto allosviluppo, erano le associazioni di volontariato internazionale, le cosiddetteOng (Organizzazioni non governative) ed il mondo missionario. La prima normativanazionale in questo senso è degli anni '70, periodo nel quale il nostro paese"scopre " il suo ruolo di potenza economica internazionale e decide didedicare una parte di risorse all'aiuto pubblico allo sviluppo (Aps). Nasce cosiil Dipartimento per la cooperazione allo sviluppo, una struttura specializzataall'interno del Ministero Affari Esteri, che gestisce qualche miliardo di lireattraverso progetti in gestione diretta ed al contempo supporta i programmi disviluppo delle Ong. La vera accelerazione si ha con la legge che istituisce ilcosiddetto Fai (Fondo di aiuto italiano), che nel '85 stanzia ben 1900 miliardidi lire contro la fame nel mondo, sull'onda emotiva delle immagini dellacarestia nel Corno d'Africa. Al Fai, fonte di sprechi e di imbrogli ancora nelmirino della magistratura, segue la prima normativa organica in questo senso, lalegge 49 dell'1987, che trasforma il Dipartimento in una vera e propriaDirezione Generale ed istituisce una unità di tecnici specializzati pervalutare, ed in parte gestire, un ventaglio di interventi che allorabeneficiavano di circa 5000 miliardi l'anno, una percentuale del 3-4-% sul PIL.La legge n. 49/'87 valorizza anche il ruolo delle Ong ed è ad oggi la legge diriferimento. Purtroppo il boom di finanziamenti degli anni '80 e '90 hacontinuato negli sprechi e nella non programmazione razionale dell'aiuto, tranneche per il comparto Ong, con un danno di immagine all'idea stessa disolidarietà internazionale ed il progressivo depauperarsi delle risorsededicate a questo campo, arrivando ad una dotazione di fondi destinanti a questeattività che oggi pongono il nostro paese ai posti più bassi tra i donatori,con una percentuale sul PIL dello 0,2%. Bisogna però aggiungere, percorrettezza di informazione, che in questa ultima finanziaria, il Governo hamarcato una decisa inversione di tendenza, riportando in alto la quota del PILdedicato all'Aps, innestando al contempo la marcia verso una vera riformaorganica di tutti gli strumenti per fare cooperazione allo sviluppo. In ultimobisogna sottolineare come il nostro paese abbia recentemente preso coscienzadella sua posizione mediterranea, e come lo spettro una volta esageratamenteampio, quasi a pioggia, dei nostri interventi si sia focalizzato sulmediterraneo e sulle parti più povere dell'Africa, con una impostazione che lenostre Ong condividono.

D) La situazione oggi: che percentuale del suo PIL l'Italia dedica aquesto settore e confrontandolo con gli altri Paesi europei che considerazionisi possono fare?

R) Come dicevo l'Italia ha attraversato periodi di grande impegno verso leattività di cooperazione, basti pensare che negli anni '80 e parte dei '90 permolti paesi africani eravamo il primo donatore, e periodi di depressioneassoluta , come è avvenuto con il progressivo abbassamento della quota pubblicatra il '94 ed il '98, ove siamo decisamente scomparsi dalla scena mondiale.Bisogna però dire che questo quadro è in parte comune a tutti i paesiindustrializzati aderenti all'OCSE, che hanno progressivamente diminuito la loroquota di Aps per favorire gli investimenti privati. In Italia questa diminuzioneè stata drammatica perché è servita anche come risanamento dei conti pubblicie coma azzeramento di una serie di malefatte. La cosiddetta malacooperazione,che tanto aveva influito negativamente anche sulla scelta politica di tagliare ifondi. Di questa situazione spesso hanno fatto le spese anche le Ong, che sisono sempre battute perché il nostro paese rispettasse gli impegni presi insede internazionale, e dedicasse fondi significativi alle attività chepermettono, tra l'altro, la progressiva e pacifica stabilizzazione di areegeografiche a rischio come quella del Mediterraneo. Dagli ultimi dati sembraquindi che il punto più basso sia stato superato, anche per le pressioni delleOng, e spero quindi che in futuro l'Italia torni ad essere un paese autorevoleanche in questo campo.

D) Quali sono i principali problemi che incontrano le Ong italiane?

R) Le Ong italiane hanno attraversato negli ultimi anni dei momentidrammatici. Bisogna pensare che il nostro ruolo è quello di lavorare insiemealle popolazioni del Sud del mondo, con programmi concreti di sviluppo, sianoessi di tipo educativo od infrastrutturale, sanitario od agricolo. Tutto ciòimplica una programmazione pluriennale, e quindi il progressivo inaridimentodelle risorse, aggravato da una macchina burocratica bloccata dalle vicendegiudiziarie, ci ha messo in situazioni gravissime, spesso nella impossibilitàdi proseguire i nostri programmi, con le conseguenze che potete immaginare.Bisogna però dire che in questi anni, sugli oltre trecento progetti gestitidalle Ong aderenti alla nostra federazione, solo pochissimi sono stati sospesidato che la reattività delle Ong ha fatto si che si potessero reperire altrerisorse, di origine comunitaria o internazionale, tamponando egregiamentel'afasia del nostro Ministero. Oggi la situazione è decisamente migliore,perché si sono ascoltate le nostre richieste che vertevano su di unasemplificazione burocratica delle procedure interne la Farnesina e perché si èristabilito un clima positivo all'interno del mondo politico in ordine a questitemi. Certo ultimamente le Ong hanno dovuto ancora alzare la voce perché nellamorsa del risanamento dei conti pubblici erano caduti anche gli interventi adono per i Pvs (Paesi in Via di Sviluppo), ma una battaglia condotta a livellodella presidenza del consiglio ha svincolato i nostri progetti da logicheragionieristiche che non si potevano certo applicare a questo caso. Oggi le Ongchiedono una burocrazia meno vessatoria ed un reale rapporto di partenariato conle istituzioni, meno fondi pubblici ma più sgravi fiscali, per ristabilireanche attraverso questo strumenti un rapporto di partecipazione dei cittadini aitemi della solidarietà internazionale. Come dicevo mi sembra si stia andandonel verso giusto.

D) A livello legislativo, esiste un progetto di legge, che elementi nuoviintroduce?

R) La legge n. 49/'87 è nata durante il periodo finale della guerra fredda.Essa risente ancora della divisione del mondo in blocchi contrapposti e delruolo decisamente subalterno del nostro paese all'interno di queste logiche. Nonfosse altro che per questi motivi di fondo è necessario cambiare il quadro diriferimento complessivo e quindi bene hanno fatto il Parlamento ed il Governo amettere in cantiere una riforma organica della legge.
E' decisamente positivo anche che quasi tutte le forze politiche abbianopresentato loro proposte di legge e che anche il Governo, facendo fede agliimpegni presi nel suo programma elettorale, ne abbia predisposta una. Questosignifica che almeno una parte del mondo politico ha ripreso a cuore questaparte della nostra politica estera, e che le continue sollecitazioni delle Ongper una nuova normativa hanno rotto il muro della indifferenza. Attualmente lariforma è in discussione al Senato, sulla base di un testo concordato tra leforze politiche che avevano presentato le loro proposte. E' presto per direquando avremo il varo della riforma e come sarà, dato che il cammino è lungo esi intreccia con ben altri problemi parlamentari, ma l'avvio è dato e quindi daparte nostra siamo fiduciosi. Devo anche dire però, per non essere tacciato diingenuità politica, che le Ong insieme al sindacato ed al mondo missionario,hanno promosso un Osservatorio sul cammino della riforma, che segue l'iter dellastessa ed al contempo organizza momenti di riflessione, anche di lobby politicasugli aspetti che ci sembrano più rilevanti. La partita quindi non è solonelle mani del mondo politico.

D) Con la costituzione progressiva dell'Europa che cambiamenti ci sarannoin questo settore?

R) L'orizzonte europeo è oggi la principale fonte di impegno per le Ongaderenti alla nostra federazione ma, più in generale, per tutte le Ongitaliane. La centralità della costruzione di una cittadinanza europea ancheattraverso la nascita di una politica estera comune ispirata ai principi dellademocrazia economica, sociale e politica per tutti i popoli della terra,rappresenta infatti il nostro obiettivo politico più alto. In particolare conlo spostamento di gradi di sovranità da Roma a Bruxelles, anche le Ong si sonoattrezzate in questo senso , costituendo network europei con la intenzione diesercitare le giuste azioni politiche in sede comunitaria. La nostra federazionead esempio ha recentemente aperto un ufficio a Bruxelles ed è entrata a farparte del network Solidar, che raggruppa una serie di associazioni europeeimpegnate sul tema dei diritti dei lavoratori in tutto il mondo, un temacentrale nella battaglia per modificare il modello di sviluppo liberista.L'Europa è anche attualmente la maggior fonte di fondi per realizzare i nostriprogetti e quindi, anche da questo punto di vista, diventa più europea anche lanostra maniera di fare progetti nei Pvs costruendoli insieme ad altre Ongeuropee, o pianificando una campagna di educazione allo sviluppo con altripartners europei, per magnificare a questa scala il nostro impegno.
L'ultima implicazione riguarda il ruolo che le Ong italiane vogliono esercitaresul governo perché l'Italia partecipi più attivamente alla determinazionedelle politiche in sede comunitaria, costruire cioè una Italia più consapevoledel suo ruolo europeo. In questo senso chiediamo sempre più ai nostri politicidi essere coerenti con questa necessità e di riorientare anche gli indirizzidella nostra cooperazione allo sviluppo in senso europeo.

D) E' possibile fare un discorso a parte, in base alla sua esperienza, pergli interventi delle Ong a favore dei disabili nei paesi in via di sviluppi? Sesi in che termini?

R) Le Ong hanno in questi anni acquisito una grande esperienza in programmiin favore dei disabili, in particolare in quelle zone di guerra che vedono unnumero altissimo di traumi postbellici, basti pensare al problema delle mine.
In specifico le Ong hanno da tempo perfezionato quello che si chiama la Cbr,cioè la Community Based Reabilitation, che consente un coinvolgimento dellefamiglie e delle strutture sanitarie di base nella cura dei disabili. E' uncampo vasto ma anche delicato, che combatte contro la reticenza di mostrarecerti tipi di disabilità. Resta il nostro impegno in questo senso e laesperienza originale accumulata ad esempio in Palestina, in Angola o, piùrecentemente, nella ex Jugoslavia.

D) Per un educatore italiano, un operatore sociale che vogliaintraprendere questa esperienza di lavoro, che cosa deve fare? Cosa deveconoscere, a chi deve rivolgersi?

R) Esistono in Italia tre federazioni di Ong che possono orientare la domandadegli operatori verso le Ong che si occupano di questi problemi. Si tratta poidi entrare in contatto diretto con la Ong ed iniziare un percorso formativo adhoc che ogni organizzazione gestisce per suo conto, tenendo in specifico allasituazione del paese nel quale si opera.