L'isola dei normali

01/01/2006 - Stefano Toschi

    Oggi più che mai il potere dei mass media, della televisione in particolare, di influenzare l’opinione pubblica e di creare correnti di pensiero è così forte da sembrare quasi esclusivo. È soprattutto la televisione a inculcare i modelli che la gente cerca di imitare, ovvero i criteri che definiscono la cosiddetta normalità e, di conseguenza, escludono tutti quelli che non vi si adeguano. Ma si tratta dell’estremizzazione di un fenomeno che è sempre esistito in altre forme. Nell’antica Grecia, per esempio, uno dei fondamenti della cultura di massa era costituito dai poemi di Omero. Nell’Iliade, Tersite è deriso da tutti perché gobbo e storpio, dunque inadatto per la guerra. Oltretutto osa opporsi ad Agamennone dicendo che gli Achei saranno sconfitti. Omero presenta questo antieroe come un personaggio del tutto negativo. Più che una descrizione, ne fa una caricatura: “Era l’uomo più brutto che venne sotto Ilio. Era camuso e zoppo di un piede, le spalle erano torte, curve e cadenti sul petto; il cranio a pera, e radi i capelli” (II, 216-219). Aveva una voce stridula e, oggi diremmo, non sarebbe certo un personaggio telegenico, che “buca il video”. Anzi, Tersite, tra i primi “disabili” della storia della letteratura, svolge un “compito degradato di suscitatore di riso, miserevole contraltare alla prestanza epica dei guerrieri protagonisti, i quali – per statuto sociale e simbolico – non fanno mai ridere, semmai fanno spesso piangere nemici in campo o semplici contraddittori” . È interessante notare, inoltre, che Tersite viene deriso sebbene abbia detto in realtà le stesse cose affermate pochi versi prima dall’eroe Achille. Le stesse parole, pronunciate da un eroe bello, forte e vincente, secondo l’ideale greco della kalokagathìa, e da un inabile alla guerra, brutto e petulante, assumevano valenze completamente diverse agli orecchi dei Greci che le ascoltavano.
Oggi, nella cultura di massa, non è quasi mai la letteratura a creare i personaggi. Quasi sempre questo ruolo è assunto dalla televisione e, in particolare, negli ultimi anni, dai reality shows. Recentemente un articolo proponeva in maniera provocatoria la partecipazione di un disabile a un reality come l’Isola dei Famosi. Temo che un disabile in un reality non sarebbe visto in maniera positiva; farebbe crollare l’audience, a meno di non suscitare nella gente un’ondata di compiaciuto pietismo. Il meccanismo di questi programmi non prevede la presenza di disabili che non potrebbero portare a termine le prove che vengono proposte.
Inoltre, la televisione ha tempi rigorosamente veloci, spesso addirittura frenetici, anche nelle trasmissioni cosiddette “di approfondimento”, con discussioni e dibattiti. Come potrebbe parteciparvi chi non riesce a parlare velocemente? In un dibattito televisivo un silenzio che duri più di un secondo suscita già qualche turbamento. Se poi una persona dovesse impiegare cinque secondi per cominciare a esprimere la sua opinione, sarebbe probabilmente interrotta dal conduttore che, convinto di agire nell’interesse del pubblico, parlerebbe per lei (dicendo, naturalmente, quello che pensa lui). E se addirittura quella persona dovesse impiegare dieci secondi, come resistere alla tentazione di valorizzare l’attesa inserendoci uno spot pubblicitario?
La normalità che in questo modo viene definita è quella della prontezza nello scambio di battute, in un dibattito in cui è raro che gli interlocutori si ascoltino veramente, perché sono piuttosto interessati a far trionfare la loro tesi. La maggior parte delle discussioni televisive è impostata secondo questo modello, che risponde più alla logica dello spettacolo che a quella dell’informazione e dell’approfondimento. Come tra gli eroi dell’Iliade, non ci sono tanto dialoghi quanto alterchi che introducono al duello. Non solo i portatori di deficit, ma quasi tutte le persone sarebbero inadatte o si sentirebbero a disagio a partecipare a questo tipo di dibattiti.
Il modello di normalità così proposto è proprio come un’isola chiusa in se stessa, dove si giocano giochi che non hanno alcun riferimento alla vita vissuta dalle persone reali. Ma proprio ciò rivela che tutti i modelli sono fondamentalmente falsi, perché gli uomini e le donne reali sono sempre portatori di qualche differenza – e, perché no, anche di qualche disabilità – personale.
Se sappiamo accettare noi stessi al di là dei modelli, scopriamo che la vita reale è molto più interessante di uno spettacolo che di reality porta soltanto il nome.

Parere Imprudente, sul sito www.superabile.it

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