L'invecchiamento dell'utenza

01/01/2006 - Giovanna Di Pasquale, Nicola Rabbi

È un tema in parte sfiorato negli incontri precedenti perché dire che i centri diurni in cui lavoriamo hanno una storia che comincia negli anni ’80 significa dire che i primi inserimenti sono iniziati allora e adesso gli utenti dei nostri servizi sono diventati adulti. Anche se continuano a essere chiamati ragazzi, ora sono diventati adulti.

Cosa succede adesso?
La prima cosa che mi viene in mente riguarda il rapporto con i genitori dei ragazzi ospitati nei centri diurni che seguo. Ultimamente gli incontri individuali con le famiglie hanno in sé sempre una domanda che riguarda il futuro dei figli, perché nel momento in cui incontro un genitore di una persona con deficit di 30-40 anni mi trovo costretta a sollecitare questo pensiero. Molto spesso è già una preoccupazione da parte del genitore, che non sempre riesce a mettere sul tavolo e mi sembra giusto avere il compito di parlarne in modo diretto chiedendo “Adesso che suo figlio ha quarant’anni come vede il suo futuro?”. Nell’altro focus abbiamo parlato del percorso di arrivo al centro diurno dopo la scuola dell’obbligo, adesso mi trovo ad accompagnare i genitori in quest’altro passaggio che riguarda le prospettive senza di loro. Qui c’è un’altra fatica che è quella di affrontare l’incertezza di capire che cosa succede adesso; non è facile perché i genitori sono “costretti” a pensare al dopo di noi, dato che sono molte le famiglie che si rendono conto che con le loro forze interne non riescono a farsi carico della convivenza con il familiare disabile.
Dentro al tema dell’invecchiamento delle persone come educatori siamo a occuparci proprio del “dopo di noi”.
Credo ci siano più elementi intrecciati: dal fatto di lavorare con una persona che invecchia pensando a quali bisogni ci sono adesso che prima non c’erano, a che tipo di servizio può essere più utile al rapporto con le famiglie. A me sembra che il nostro ruolo sia legato non solo a pensare all’utente ma anche ad accompagnare tutto il suo contesto nell’affrontare i cambiamenti che le situazioni maturano.
Le risposte riguardo al futuro del figlio/a arrivano con molta fatica, fatica del dover dare parole a pensieri che i genitori hanno dentro quasi nascosti. Nel momento in cui si è chiamati a pensarci, emerge la paura, il disorientamento, l’“Oddio adesso cosa faccio”. Non c’è una riposta ma un senso forte di inadeguatezza, non saper come fare. È un nuovo capitolo che si apre anche molto doloroso.
Di fronte al fatto che i nostri utenti sono con noi da svariati anni, emerge l’esigenza come educatori di rivedersi all’interno del percorso. Il percorso educativo ha un inizio e si pensa debba avere anche una fine. Le nostre esperienze che sono molto lunghe (15 anni) le vedo come concluse rispetto agli obiettivi (non rispetto agli educativi in generale ma rispetto agli obiettivi educativi che quello specifico servizio può, al recupero delle potenzialità residue). La conclusione, però, non avviene quasi mai proprio perché ci si fa carico dell’utente in termini più complessivi. Dal momento in cui il passaggio verso il centro residenziale o la cooperativa sociale non è possibile, si è costretti a continuare questo percorso. Diventa allora necessario per il centro diurno ricalibrare i propri percorsi, dandosi degli obiettivi diversi per dare risposte adeguate ai bisogni di persone che sono cambiate, cresciute. Siamo coscienti che spesso i nostri utenti avrebbero bisogno di altro, altre strade.
Le situazioni sono estremamente diverse per cui, per alcuni, c’è il bisogno di una maggiore apertura con l’esterno, di contatto con altre realtà e si cerca di andare incontro a questi bisogni attraverso i rapporti di collaborazione con altri enti del territorio cercando altri sbocchi. Dal punto di vista organizzativo queste opportunità in uscita vengono messe in calendario quando c’è una compresenza di tre educatori. Ci sono comunque persone con deficit più grave che avrebbero bisogno di un altro tipo di intervento che va verso l’esterno ma con delle condizioni più protette, per certi aspetti più difficili da realizzare. Non è facile trovare nelle realtà del territorio, degli spazi adeguati, e avvertiamo più fortemente la mancanza di proposte diverse.
Con queste persone facciamo un lavoro mirato, più concentrato sulle caratteristiche emergenti, selezionando le proposte di attività. Dopo 10, 12 anni non ha più senso continuare a riproporre tutte le offerte educative del centro, si cerca di canalizzare l’intervento in un modo più specifico nel momento in cui hanno mostrato apprezzamento verso determinate attività e mansioni. Per le persone con deficit meno gravi ci muoviamo, allora, con tirocini formativi all’esterno, con le altre cerchiamo di individualizzare e specializzare il più possibile il percorso all’interno del centro.
Con alcuni soggetti con gravi difficoltà cerchiamo lo stesso di coinvolgerli nell’esperienza dei tirocini formativi con l’obiettivo prevalente di dare loro stimoli nuovi attraverso il coinvolgimento in contesti ed esperienze non consuete.
Tutti questi aggiustamenti delle offerte formative ed educative nascono per rispondere non tanto a un invecchiamento anagrafico delle persone quanto alla prolungata presenza al centro, un invecchiamento diciamo così dell’esperienza al centro diurno.
Esistono però anche problemi derivanti dall’età che può portare a condizioni fisiche (e non solo) tali da dover modificare il tipo di attività proposta.

Verso il centro diurno “senior”?
Da noi arrivano persone con età fino ai 54 anni. Ne entra una a breve che ha 53 anni. La maggior parte è intorno ai 40 con due ragazzi sui 25 anni. All’interno del servizio riflettiamo molto su alcuni aspetti, uno è quello delle condizioni di salute che è collegata anche all’invecchiamento dei genitori, situazione che rende tutto molto urgente. C’è urgente bisogno di una struttura che possa accogliere queste persone perché i genitori manifestano grandi difficoltà a pensare il futuro. Come centro siamo attrezzati come una possibile base lunare, dobbiamo sopravvivere in una condizione spesso di urgenza. Dobbiamo sostituire la famiglia in alcuni compiti che le sono propri, come portare la persona a una visita medica. Noi oggi nel centro siamo sempre in contatto con i medici di base, cosa che non succedeva anni fa.
Visto che non ci sono altre figure preposte, il mandato del centro diurno cambia adattandosi anche a questo tipo di bisogno. Servono servizi che tutelino la persona con deficit in età avanzata senza una famiglia che la possa seguire. Se queste strutture mancano mi viene da pensare alla casa di riposo come unico approdo ma questo significa perdere ogni aggancio con l’idea di progetto educativo e formativo. Con la casa di riposo non c’è più niente di tutto questo.
C’è una difficoltà nel fare convivere all’interno del centro le attività rivolte a fasce molto diverse di età sia anagrafiche che di permanenza nel centro. Quelli che da più anni sono al centro vengono coinvolti maggiormente nella vita organizzativa e nelle routine quotidiane (mettere a posto, pulire) proprio perché hanno maturato una conoscenza del centro e una “scioltezza” nel viverlo che rende questo possibile. Lavoriamo con loro quasi come se fossimo una comunità alloggio dove c’è anche una quotidianità da gestire. Certo è una possibilità ma ha dei grossi limiti, si va avanti in questo modo ma molte volte si sente di tirare un po’ troppo la corda.
L’invecchiamento dell’utenza porta a occuparsi di aspetti sanitari e assistenziali che prima erano residuali. Oggi questo viene sentito come una costrizione perché non c’è un altro servizio che se ne occupa, ma in un futuro si può pensare che diventi in parte anche il mandato per centri diurni che ospitano persone in età più avanzata.
Questo può anche essere ipotizzato e richiede una progettazione e una formazione specifica. Occorre imparare a dialogare con i referenti sanitari proprio perché si va a seguire quello che è l’aspetto della salute della persona.
Certo che in questo quadro il mio ruolo assomiglia a quello di un infermiere, do farmaci, ho tra le mani cartelle cliniche, faccio da mediatore tra il medico e la famiglia nei casi più seri... Questo mi fa dire che è bene fino a un certo punto che lo faccia l’educatore, è bene che ci siano anche altre figure.
Mi sembra che se in un centro diurno se ci si deve occupare di aspetti sanitari o di sostituire la famiglia che non ce la fa in alcuni compiti è per una sorta di deresponsabilizzazione degli enti o dei servizi che dovrebbero prendersi cura della famiglia. Se una famiglia non ce la fa più a portare il figlio del medico, o a comprare i vestiti o dal parrucchiere probabilmente non ce la fa più a seguirlo avendolo a casa.
Se si vuole affrontare l’invecchiamento della persona disabile è importante anche conoscere le patologie collegate e avere dei percorsi formativi che mettano in grado l’educatore di stare vicino alla persona che invecchia in modo diverso probabilmente da quanto si fa adesso.
Si deve pensare a un centro diurno in cui persone adeguatamente formate hanno per mandato di occuparsi degli aspetti legati a un’utenza in età avanzata, aspetti che oggi non rientrano nella professionalità dell’educatore. È un altro tipo di centro diurno che non esiste oggi nel nostro territorio.
Questo ipotetico centro diurno “senior” non dovrebbe essere organizzato solo su aspetti assistenziali proprio oggi che ci si è resi conto di quanto siano importanti per le patologie legate all’invecchiamento le attività educative e riabilitative.
Ci deve essere una riflessione a monte, una discussione che coinvolga le figure educative che possono accompagnare in questo percorso di vita la persona. Il centro diurno non deve essere per forza quello che è stato fino a ora, ma ci deve essere una decisione a monte, degli strumenti che vengono individuati, una formazione adeguata, risorse di tempo e soldi. Non deve essere una presa in carico che noi facciamo perché il bisogno urgente è questo. Si può reinventare in mille modi il centro diurno ma attraverso il coinvolgimento e il contributo di figure come le nostre che, quando viene a mancare la famiglia, diventano per queste persone spesso il punto di riferimento.
È evidente, allora, come sia necessario e sempre più attuale ripensare un centro diurno che si occupa di persone disabili anziane in una logica di forte integrazione tra il versante educativo e quello socio-assistenziale.