L'integrazione prima della legge: un caso felice - Superabile, Novembre 2010 - 2

29/11/2010 - Claudio Imprudente
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Nel numero di luglio-agosto 2010 "Una Città" (rivista che consiglio vivamente, online e cartacea) ha pubblicato un'intervista di Barbara Bertoncin a Martina Gerosa, architetto urbanista milanese, ricercatrice Linear, nonché cara amica del Centro documentazione handicap di Bologna, con il quale in più occasioni ha avuto modo di collaborare. L'intervista è molto interessante, attenta a tenere in piedi e mettere in rapporto tra loro molte questioni e piani diversi, ma non indipendenti, né trascurabile. Si tratta anche di un'intervista molto dolce, ma lasciamo correre perché queste sono considerazioni... poco professionali.

A ottobre il sito Education 2.0 ha pubblicato un mio contributo che, in sintesi, parlava dell'integrazione prima della legge sull'integrazione attraverso il racconto dei miei primi anni di studio, per certi versi un'esperienza paradigmatica, per altri, invece, poco rappresentativa. Anche Martina, nell'intervista, fa un riferimento alla sua esperienza scolastica pre-‘77 e, per proseguire il discorso da angolazioni diverse, mi faceva piacere riportare le sue parole. Se nel mio caso si parla di una situazione fortunata e agiata che ho avuto la buona sorte di vivere pur in una classe differenziata (ma, appunto, per uno nella mia situazione ce n'erano tanti che ne hanno vissute di molto peggiori e discriminanti, e poi comunque ho goduto del passaggio dall'una all'altra scuola), nel caso di Martina si tratta del lato opposto ("the dark side..."), di coloro che sono stati inseriti, prima che la legge lo prevedesse, nella scuola di tutti (quindi un altro tipo di integrazione prima dell'integrazione), ma anche le fatiche, gli aggiustamenti reciproci che questo ha comportato in un contesto impreparato (come rischia a volte di essere ancora oggi, a maggior ragione se alla scuola il governo rinuncia così volentieri).

Ecco il racconto di Martina:

"Sono nata dopo solo sei mesi e tre settimane di gestazione e sono rimasta in un'incubatrice per più di due mesi. All'epoca i medici avevano detto ai miei genitori che avevo un'alta probabilità di non farcela. Per cui alla fine il fatto che fossi "miracolosamente" sopravvissuta e anche apparentemente in piena salute è stato per i miei motivo di grande gioia per molto tempo. Tuttavia già durante i miei primi tre anni di vita, loro avevano notato che c'era qualcosa che non andava, che talvolta non rispondevo ai richiami. La pediatra però li rassicurava ed essendo colei che, ai loro occhi, mi aveva salvato la vita, i miei genitori si fidavano ciecamente. Lei ripeteva che era perché mia madre è tedesca e mio padre italiano: "Non preoccupatevi, la bambina imparerà a parlare, è solo per via del bilinguismo, datele tempo che parlerà". E invece un bel niente. Fu solo quando avevo circa tre anni e mezzo che scoprirono che avevo una sordità molto grave.

(...) La logopedia (il metodo allora si basava su cartoncini su cui c'era un'immagine e, sotto, il nome della cosa rappresentata e questo induceva automaticamente un bambino ad apprendere leggendo) per me fu veramente un gioco, anche perché i miei genitori realizzarono loro stessi questi cartoncini. Ricordo questa cartella gialla e rossa che avevo scelto io stessa con dentro tutti questi cartoncini, su cui i miei genitori incollavano immagini che trovavano su riviste e sotto in bella calligrafia ci scrivevano la parola. Li conservo tuttora come una delle cose più preziose che ho. Anche perché li facevano di notte: di giorno avevano ben altro da fare! La diagnosi di ipoacusia infatti era arrivata alla vigilia della nascita dei miei due fratelli gemelli! Ricordo che c'era quest'ora magica in cui mia mamma mi invitava a seguirla nella mia cameretta, chiudevamo la porta alle nostre spalle e cominciavamo a lavorare. È così che ho imparato a parlare e a leggere. I libri sono diventati molto presto dei compagni di viaggio. La notte ricordo che accendevo la lucina sopra il mio letto e tiravo fuori i libri che mettevo di fianco al materasso e cominciavo a leggere, così tutto quello che non mi arrivava bene, attraverso la via acustica (all'epoca obiettivamente facevo fatica a seguire i discorsi dei compagni, tante parole scivolavano via), arrivava attraverso la parola scritta. All'inizio chiaramente erano libri semplici per i bambini, con poche parole, come i famosissimi libri di Attilio e Karen.

I miei genitori scelsero di inserirmi nella scuola di tutti, anche se la famosa legge per l'integrazione doveva ancora essere emanata e a rigore avrei dovuto frequentare le scuole "speciali". Fin dall'asilo, e poi alla scuola elementare ho avuto la fortuna di trovare insegnanti volenterosi e desiderosi di accogliermi nelle loro classi come gli altri bambini. È stata una decisione che ha comportato anche un certo carico di fatica, mia, degli insegnanti, dei miei compagni. E però si è rivelata strategica. Anche grazie a una compagna che fin dagli anni della scuola materna e poi ancora alle elementari è stata qualcosa di più di un'amica del cuore. Io non avevo l'insegnante di sostegno, ma avevo Maria Laura che, nel baccano della classe, mi ripeteva quello che la maestra aveva appena finito di dire, che mi faceva vedere il suo quaderno...

Così alle medie c'erano sempre compagni o compagne che mi passavano gli appunti, in modo che a casa potessi copiarli o fotocopiarli. In occasione di una vacanza alcune amiche addirittura mi trascrissero a mano i testi delle canzoni dei cantautori allora in voga, così quando ci mettevamo ad ascoltare musica insieme, anch'io potevo seguire le canzoni.

I miei primi apparecchi erano retroauricolari, mi facevano discriminare le parole, che però (l'ho scoperto dopo) avevano un suono metallico, artificiale. Comunque mi consentivano di comunicare, comprendere i discorsi. Certo, in classe dovevo sempre essere in prima fila, nel primo banco, approssimarmi a chi parlava e a volte chiedere all'interlocutore di parlare senza mangiarsi le parole o non volgendomi le spalle, ma standomi di fronte, e non in controluce. Per fortuna mi è stata donata una vista da falco, che ha compensato il deficit uditivo perché anche a distanza riuscivo a leggere le labbra. Io per comunicare ancora oggi devo fermarmi ed entrare in relazione con l'altro, devo incrociare il suo sguardo. Un amico con un problema di udito, un giorno mi ha detto: ‘Con noi, con problemi di udito, non si può far finta', e penso che qualcosa di vero ci sia in questa affermazione".

Vi invito a scrivermi e a raccontare altri gesti di integrazione "prima della legge" di cui siate stati protagonisti o beneficiari, a scuola e altrove. Scrivete a claudio@accaparlante.it o cercando il mio profilo su Facebook.

Claudio Imprudente