L'integrazione come opportunità per tutti

01/01/2005 - Meris Pedrizzi

Integrazione per me vuol dire…

Crescere in un contesto che ti riconosce e ti accetta come persona e con cui puoi interagire in modo attivo e positivo, stabilendo relazioni e lasciando tracce della tua presenza.

Chi fa riuscire l’integrazione
L’integrazione è il successo di diverse persone e professionalità che sono di fatto coinvolte nel processo di integrazione. Il bambino/a con deficit per è, da subito, al suo ingresso nella scuola dell’infanzia, inserito in una trama di rapporti e relazioni umane chiamate a svolgere il proprio ruolo in modo positivo ed efficace, nella consapevolezza della reciproca interdipendenza:
- il bambino/a con deficit;
- gli altri bambini;
- la famiglia;
- il gruppo dei genitori;
- le istituzioni;
- il coordinamento;
- le insegnanti della sezione;
- gli altri operatori del plesso scolastico frequentato dal bambino, nei loro diversi ruoli professionali;
- la scuola che viene prima è quella che viene dopo.
L’integrazione c’è quando queste componenti si ascoltano e si confrontano in una situazione delicata e complessa quale è quella del bambino/a disabile; l’integrazione non è superare tutti i problemi, ma cercare di farsene carico, ognuno con il proprio ruolo.

Pensando a un bambino disabile o che ha delle difficoltà, sono contento quando…

Sorride e manifesta di venire volentieri a scuola; quando mostra piacere nel fare delle cose; quando scopro un canale per comunicare con lui o lei; quando tutto ciò diventa un patrimonio condiviso dagli altri bambini e in questo caso intendo in modo particolare il gruppo sezione e li arricchisce nelle loro competenze relazionali; sono consapevole che ciò non può avvenire se non con un coinvolgimento della famiglia.

Pensando a un bambino disabile o che ha delle difficoltà, mi riesce difficile…

Confrontarmi con le famiglie e con gli operatori della AUSL, mantenendo chiaro il ruolo della scuola e quello mio di insegnante. Dobbiamo da un lato salvaguardare l’unicità del bambino in difficoltà e dall’altro non perdere mai di vista ciò che ci compete. Il che vuol dire accettare di guardare il bambino anche attraverso altri punti d’osservazione, cercando di scorgere gli elementi utili per elaborare un progetto fortemente tarato sulla propria realtà scolastica. Questo è difficile; è una sfida che continuamente rimanda al ruolo specifico della scuola nel processo più ampio dell’integrazione. Un altro aspetto difficile è quello dell’ansia: pensare di non star facendo abbastanza per quel bambino/a, di non dedicare a lui o lei energie e tempo particolari e/o individuali.

Quale direzione principale può prendere il ruolo educativo per sostenere e favorire l’integrazione reale di un bambino o una bambina disabile nella comunità educativa?
Il ruolo educativo dovrebbe, secondo me, prendere due direzioni fondamentali: quello dell’osservatore attento e quello del “regista” che organizza il contesto in cui opera ed è inserito il bambino disabile.
Il ruolo di osservatore è fondamentale per leggere e interpretare i messaggi che il bambino/a disabile invia. È attraverso un’osservazione attenta e mirata che si esplica grande parte del ruolo dell’educatore con tutti i bambini e le bambine a noi affidati; la lettura dei bisogni, l’attenzione alle strategie comunicative messe in atto, le dinamiche relazionali che si attivano nel contesto, le preferenze e i gusti che ogni bambino manifesta, la relazione specifica con ogni adulto (i genitori, le insegnanti di sostegno e non, il personale ausiliario), la prevalenza di alcuni canali percettivi rispetto ad altri, l’interesse e la curiosità manifestati costituiscono le tracce da osservare per accompagnare ogni bambino nel suo processo di crescita.
Nel caso del bambino con deficit l’osservazione è lo strumento privilegiato, attraverso il quale si cerca di definire e interpretare la sua realtà aiutandolo a collocare se stesso nel contesto e a modificare il contesto per favorirne lo sviluppo.
L’altra direzione, conseguente a quella che ho appena detto, è quella della regia educativa. Il ruolo di regista si esplica attraverso la costante valutazione della funzionalità del contesto in riferimento agli obiettivi condivisi, con la famiglia e con gli operatori della scuola.
A tale fine, fondamentale è lo strumento della programmazione che, a seguito di un’attenta verifica, ripensa al contesto per cogliere gli elementi da rafforzare e quelli eventualmente da modificare, elaborando in questo modo un progetto flessibile e il più possibile adeguato ai bisogni di crescita del bambino/a in difficoltà.

Quali sono gli elementi costanti che caratterizzano in modo positivo ed efficace le buone pratiche educative per l’integrazione di bambini e bambine disabili?
- Tenere sempre presente il bisogno di autostima e di riconoscimento che caratterizzano i bambini e le bambine disabili o comunque in situazioni di disagio;
- creare quindi un contesto favorevole alla comunicazione dentro la sezione e più in generale del plesso scolastico, attivando strategie mirate a evitare l’isolamento o l’esclusione;
- l’organizzazione di spazi, tempi e materiali assumono quindi grande rilievo nell’accoglienza dei bambini/e con deficit e per la successiva graduale acquisizione delle autonomie; lo spazio dovrà essere attrezzato per accogliere le caratteristiche psicomotorie del bimbo con deficit e tenere conto di eventuali ausili e supporti;
- conoscenza approfondita della realtà familiare e sociale in cui il/la bambino/a è inserito/a tramite colloqui individuali, prima della frequenza e durante l’anno o gli anni scolastici; la pratica del colloquio, unitamente alla disponibilità all’ascolto giornaliera sono fondamentali anche per instaurare una relazione di fiducia con la famiglia, che non deve mai sentirsi esclusa e/o prevaricata nella gestione del rapporto col figlio;
- conoscenza di tutti gli operatori che hanno avuto o hanno esperienza del bambino con deficit e della sua famiglia per attivare rapporti di collaborazione mirati all’uso sinergico delle proprie competenze e informazioni; ognuno deve avere il proprio ruolo, ma tutti devono interagire con gli altri proprio per salvaguardare l’unicità del bambino ed evitare inutili e dannose confusioni della famiglia;
- coinvolgimento degli insegnanti di sostegno (quando ci sono) nella programmazione e nella responsabilità globale della sezione, al fine di non rendere esclusivo il suo rapporto col bambino con deficit (anche se in alcune realtà non si può, secondo me escludere un rapporto privilegiato);
- il ruolo dell’insegnante di sostegno deve essere reso chiaro alla famiglia del bambino con deficit e alle altre famiglie fin da subito.

Il bambino disabile e il gruppo dei compagni: quali scambi reciproci sono possibili? Cosa si dà, cosa si riceve?
Il bambino disabile riceve accoglienza e accettazione nelle varie modalità di rapporto; gli altri bambini/e ricevono delle opportunità derivanti dal misurarsi in un rapporto con qualcuno diverso da loro: la capacità di osservare, di fare attenzione a gesti e linguaggi non verbali, la possibilità di prendersi concretamente cura di qualcuno, la possibilità di superare la diffidenza verso la diversità e di assumere atteggiamenti collaborativi. Non a caso ho parlato di opportunità, perché ritengo che nel processo di integrazione non debbano esserci forzature nelle relazioni. Il bambino con deficit può e deve essere aiutato a interagire con gli altri, ma ogni bambino deve essere e sentirsi libero di scegliere di entrare o no in relazione attiva con lui. Penso inoltre che tutto il gruppo sezione sia avvantaggiato dalla presenza di un bambino con deficit nei ritmi e nei tempi di vita e di attività della sezione. Non è un elemento da sottovalutare se si pensa ai ritmi frenetici generalmente subiti da bambini e bambine del nostro tempo. Voglio dire che una maggior attenzione al benessere individuale non può che giovare a tutti, adulti compresi.

Quali sono le preoccupazioni più forti della famiglia di un bambino con deficit e o in difficoltà che entra al nido o alla scuola materna?
Occorre, secondo me distinguere: quando la famiglia non ha ancora accettato il problema del bambino, la preoccupazione più forte è quella di ricevere risposte sulla sua “normalità” e sulla propria adeguatezza a fronteggiare la situazione; in questo caso l’atteggiamento è quasi sempre iperprotettivo e teso a difendere il bambino dagli interventi esterni; quando invece il deficit è conclamato e accettato come tale, la maggiore preoccupazione è quella che il proprio figlio/a non possa venir accettato dai compagni e rischi l’isolamento.

Quali strategie sembrano più efficaci per coinvolgere la famiglia in un percorso di comunicazione e collaborazione positiva?
Valorizzare le risorse della famiglia aiutandola ad acquisire fiducia in se stessa e nel proprio bambino o bambina, valorizzando gli aspetti positivi della crescita e le cose che il bambino sa e sa fare. Accogliere le indicazioni della famiglia come risorse su cui impostare progetti, cercando strumenti ponte fra la realtà della casa e quella della famiglia. È inoltre indispensabile un atteggiamento di disponibilità umana, che non giudica, che non dà ricette, che cerca di contenere l’ansia della famiglia sostenendola laddove c’è bisogno.