L'impossibile a portata di mano?

01/01/1993 - Frida Tonizzo (*)

Un affidamento o un'adozione di un bambino "diverso" non può riuscire fidando solo sulla disponibilità della famiglia; è anche indispensabile una rete di rapporti umani e sociali intorno ad essa che arricchiscano la vita del nucleo familiare e impediscano che esso sia costretto a vivere nell'isolamento.

Un ruolo importantissimo è anche giocato dai servizi che le istituzioni sanno mettere a disposizione di queste famiglie. E' necessario un sostegno da parte degli amministratori e degli operatori che garantiscano un intervento riabilitativo, un inserimento scolastico, un inserimento lavorativo, quando il soggetto ne ha le capacità e, se necessario, un confronto con uno psicologo per valutare insieme i problemi e/o un contributo economico.
Ma l'aiuto degli operatori non deve essere asettico, non deve far sentire il genitore in una situazione di inferiorità, come, purtroppo, a volte ancora succede. Il tecnico che aiuta una famiglia a stabilire relazioni positive col proprio figlio handicappato dovrebbe essere come la neuropsichiatra presentata nella "Storia di Nicola". Di lei Giulia Basano, autrice del libro, dice: "Non ho mai rinunciato alla sua umanità in nome di una presunta professionalità da far rispettare ed i colloqui con lei sono stati dialoghi chiarificatori, ricerca comune di soluzioni. Quando ha percepito in noi un momento di disagio o di conflittualità ha saputo mettersi in ascolto e ci ha aiutato pian piano a risalire; rispettando i nostri vissuti e le nostre debolezze; ho percepito un interesse reale e molta solidarietà. Non mi sono mai sentita giudicata".
"Noi tecnici dobbiamo - dice la psicanalista Ferretti Levi Montalcini nel commento alla "Storia di Nicola" - metterci nei panni delle persone che si rivolgono a noi per poter capire ed educare (…). Non servono a niente parole difficili, interventi calati dall'alto, diagnosi complicate. Serve qualcuno che ascolti e non pensi di sapere già tutto quello che c'è già da sapere (...). Se tolleriamo di sentirci incerti e spaventati come ci si sente di fronte a qualcuno che ancora non conosciamo, possiamo sperare di essere, a volte, utili".

Non esiste l'irrecuperabilità

Uno degli stereotipi da combattere è l'eterno ritornello "a questo punto non c'è nulla da fare". Bisogna uscire dal pregiudizio che sta alla base delle definizioni "incurabile", "irrecuperabile" che definiscono un limite di tempo oltre il quale non è più possibile il recupero. Non esiste nessun limite se non nell'idea di chi non sa come affrontarlo o di chi crede di non poter fare di più. Con questo non si vogliono negare le difficoltà né tanto meno i limiti, ma si vuole affermare che possono essere spostati e che qualcosa si può fare sempre.
Oggi molti genitori di bambini disabili sono attivi, hanno imparato a vivere la nascita di un figlio disabile non come una sconfitta, ma come una sfida e lottano per affermare i diritti dei più deboli a vivere una vita degna di questo nome. Questi genitori si sono ribellati all'"inevitabile", hanno cercato percorsi nuovi mai battuti prima: hanno lottato per una reale integrazione scolastica, per un lavoro, per dare, insomma, ai loro figli una vita il più possibile "normale" ed hanno ottenuto risultati insperati.
In questa direzione si sono messi molti dei genitori che hanno adottato o preso in affidamento un bambino disabile. Molti sono stati spinti dal desiderio di un concreto, quotidiano impegno nella consapevolezza che lottare per questo figlio "diverso" vuol dire dare un contributo alla realizzazione di un mondo più giusto, più umano.

(*) Anfaa nazionale (Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie)