01/01/2001 - Daniele Barbieri

Untitled DocumentFra gli appassionati italiani di fantascienza era diventato una specie di leggenda. Dal 1952 si sentiva parlare di Limbo come d'un libro-choc, eppure gli editori di casa nostra non lo traducevano. Concordi i critici: se alcuni si sono spinti a parlare di un capolavoro nel genere della "favola nera", del paradosso socio-filosofico, comunque tutti riconoscono trattarsi d'un romanzo importante per contenuti e stile, dentro ma anche oltre i confini del genere. Incuriosisce anche la figura dell'autore, lo statunitense Bernard Wolfe (1915-1985) che alterna le più varie esperienze di scrittura (giornalista, romanziere, sceneggiatore, storico del jazz) a un percorso di vita insolito che lo porta a laurearsi in psicologia per poi fare la guardia del corpo a Lev Trotsky o il marinaio.
Nel '96 finalmente Editrice Nord pubblica le oltre 400 pagine di Limbo, affidandosi a un ottimo traduttore (anch'egli scrittore di fantascienza), Vittorio Curtoni. In effetti, nonostante siano passati 44 anni, il romanzo è un colpo allo stomaco. Gli si possono riconoscere meriti e difetti d'ogni genere ma è indubbio che scuota. Scritto benissimo ma con troppe parole rispetto ai fatti, a esempio. Ferocemente anti-militarista (e si sa che "diffamare" la guerra è un dovere morale) parla però di Gandhi con una sorprendente superficialità, persino ignoranza forse. E ancora: se Wolfe è geniale nel mescolare piani alti e bassi della cultura (Dostojevskj e Rimbaud ma anche l'antropologa Benedict o lo scienziato Wiener, per citare i debiti più espliciti) più che irritante risulta il suo anti-femminismo dove il ripetuto elogio allo stupro sembra più convinto che ironico.
Si potrebbe continuare con critiche e lodi ma, per quel che qui c'interessa, Wolfe è l'unico romanziere che ha provato a raccontarci un mondo in cui l'handicap fisico sia imposto, persino orgogliosamente rivendicato. Nella seconda parte di Limbo infatti siamo piombati in un Nord-America del dopo-guerra nucleare, dunque semi-devastato. I superstiti hanno scelto di ribellarsi alle guerre per sempre, praticando un'auto-mutilazione di braccia e gambe che vengono sostituite con protesi
computerizzate. Davvero questa ideologia e prassi dell'amputazione, definita "Immob", impedirà ogni forma di violenza? La narrazione scorre su altri piani, intrecciandosi a esempio con il tentativo di eliminare ogni impulso aggressivo ma anche - qui l'umorismo nero di Wolfe raggiunge le sue vette - con la minaccia di nuove guerre... "in nome del pacifismo".
Al di là della fondamentale miscela di masochismo e senso di colpa che sottostà a questa auto-mutilazione di massa, Wolfe dipinge (sia pure con una certa fatica) alcuni squarci - che risultano interessanti all'interno del discorso sin qui fatto e tenendo conto dell'humor nero con cui l'autore condisce la narrazione - su una società in cui tutti siano consapevolmente handicappati e sul modo di costruirla. Vediamo a esempio alcuni stralci di questo dialogo (pag 209 e seguenti) che ci introduce all'ideologia "Immob":

"FACCIADAPUPO: Ehi, è proprio un'idea. Forse si può inventare un nuovo modo di combattere la guerra nel quale non esistano più vittime o rulli compressori. Nel quale tutte le vittime si offrano volontarie per la mutilazione.(...) Ma come convinceresti la gente a offrirsi volontaria? Che tipo di tattica useresti? (ndr: il maiuscolo e il corsivo sono così nel testo; si tenga anche presente che "limb" in inglese significa arti).
IO: facilissimo (...) Bisognerebbe suggerire che i volontari non farebbero del male a se stessi ma anzi farebbero del bene a sé e al mondo intero. Sarebbe semplicissimo riuscirci con qualche slogan ben trovato. Non so, slogan che dicano che non esiste smobilitazione senza immobilizzazione, che pacifismo significa passività, o le braccia o la vita. (...) Quanti uomini sono rimasti mutilati nella seconda guerra mondiale? Trentamila solo da noi? (...) Otterresti gli stessi risultati che oggi si hanno dalla guerra,
solo che tutti sarebbero contenti e si sentirebbero sublimi padroni del proprio fato. In questo modo un termine deprimente come tarpato non sarebbe pensabile. Non quando il soggetto è un amputato volontario. Un amp-vol (...) Sigle secche come queste fanno sempre un grosso effetto. Amp-vol. Immob. Limbo. Potremmo chiamare questo nuovo mondo Limbo.
FACCIADAPUPO: Si potrebbe creare uno slogan per dire che il disarmo è impossibile finché restano braccia umane in circolazione (...). Si libereranno tutte le energie ottimistiche dell'uomo. Anche i peggiori masochisti, quelli che si piangono più addosso, cambieranno pelle. Invece di ricevere un po' di botte tutti i giorni, si godranno il festival delle botte in un colpo solo. Dopo di che potranno rallegrarsi, tirarsi su il morale (...). Ci sarà una nuova razza di uomini, uomini pienamente umani. Sarà di grande ispirazione vederla nascere (...)".
Per meglio capire l'humor nero di Wolfe, bisogna sapere che l'ispirazione all'Immob di massa nasce da un quaderno di appunti, smarrito e preso per un testo profetico, in cui il neuro-chirurgo Martine esponeva alcuni suoi paradossali pensieri senza immaginare che potessero essere presi sul serio... O che il romanzo si apre su questa citazione di Matteo: "Se la tua mano e il tuo piede ti sono di scandalo, tagliali e gettali via da te: è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo che avere due mani o due piedi ed essere scaraventato nel fuoco eterno". Dove si conferma che anche una frase inequivocabile, come è questa di Gesù, si può piegare alle più folli interpretazioni; in questo caso da una società che è schiava di un pensiero "macchinista" e dunque disprezza il corpo al quale decide di attribuire le colpe dell'ultima, devastante guerra. Il sempre provocatorio Wolfe a metà del libro così spiega come "il ramo di tradizione giudeo-cristiana basato sul porgere l'altra guancia è strettamente intrecciato a un altro ramo per cui un occhio è un pagamento accettabile per un occhio".
Capire in quale dei personaggi contraddittori e tutti paradossali di Limbo si identifichi Wolfe è difficile (e in fondo poco importante). È significativo che qua e là, in molte occasioni, tornino frasi sul corpo come orrore e ridicolo di cui bisogna liberarsi contrapposte a quelle in cui si riconosce piena umanità solo a corpi fallibili, imperfetti, ben lontani da angeli o robot. O che nella nota finale l'autore sottolinei: "non occorre scavare negli archivi militari per scoprire che l'uomo è senza dubbio l'animale che più si mutila da sé". Se fosse - questo Wolfe non lo dice esplicitamente - anche in questo "continuo interminabile martoriare il corpo", tipico della nostra specie, la paura che poi assale molti di fronti a corpi non in regola con gli standard della maggioranza? "A ogni creatura sono dovute molte vite", suggeriscono i versi di Rimbaud citati da Wolfe. Ci occorrono "i coltelli della conoscenza, non quelli dei macellai" per scavare abbastanza a fondo nella comune umanità che è sotto le diverse
apparenze.
Limbo non è un libro centrato sull'handicap, piuttosto sull'angosciosa domanda di come ci si possa salvare dalla violenza (con il ridere, insinua a un certo punto Wolfe). Forse l'aggressività umana è ineliminabile: nessuna tecnica, fede o ideologia può cacciare "i demoni" dalla nostra testa, occorre conviverci e imparare a controllarli volta a volta... così essere fisicamente mutilati - o diversi - non è salvezza e neanche dannazione, ma una delle possibili condizioni umane dove si ritrovano le enormi possibilità e il grandissimo dolore con cui tutti siamo in qualche modo chiamati a confrontarci.


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Cultura