L'handicap in TV

01/01/1998 - Daniele Barbieri

 

A un’inchiesta sui rapporti fra handicap e televisione è difficile trovare un titolo più tristemente azzeccato di quello della ricerca che Serenella Besio e Franca
 

Roncarolo hanno pubblicato nel marzo ‘96: L’handicap dei media. L’handicap è veramente dei media (tutti, non solo la tv) che non sanno - e soprattutto non vogliono? - affrontare il tema; l’handicap è soprattutto e/o solo nelle teste dei giornalisti che su molti temi (tutti?) ancora, come ai tempi in cui G. B. Shaw coniò questa battuta, "confondono uno scontro automobilistico con la fine del mondo". La nostra stessa inchiesta potrebbe intitolarsi La TV che scambiò un disabile per un cappello riallacciandosi al bel libro di Oliver Sacks (nota 1), sperando/sognando che di caso clinico - non di volontà, inconscia o meno - si tratti e dunque che le illustri malate (tv pubbliche e private) possano "guarire".

 

 

Rispetto al quadro delineato in L’handicap dei media nulla (o per essere più pignoli: quasi nulla di sostanziale) si è mosso. Lo confermano gli intervistati ma soprattutto ognuno lo può vedere da sé. Verifichiamolo insieme anche scrutando/interpretando 4 fra le poche notizie/commenti interessanti apparse sui massmedia (nota 2) successivamente alla stesura della ricerca.

Handicappati in TV solo se telegenici

La prima. "Handicappati in tv, solo se telegenici": così un quotidiano (nota 3) parlava della trasmissione che Mixer giovani aveva dedicato all’integrazione scolastica "ma in studio non c’erano disabili". L’articolo era partecipe ma anche informato, dunque un buon (e raro) esempio: dopo avere correttamente raccontato i fatti e avere inserito alcune osservazioni puntuali - della giornalista o delle persone da lei intervistate - le conclusioni sono affidate a una dichiarazione di Dina Roggi e a un lapidario commento. Vale la pena leggerli entrambi. "Ma se possono andare a scuola perché non possono partecipare a una trasmissione tv? " Dina Roggi, vicepresidente della "Consulta romana per l’handicap" che raggruppa 44 associazioni, sempre più spesso si sente chiamare dai vari programmi d’informazione e talkshow per portare alla ribalta questo o quel caso di vita da handicappato. Domenica In le ha fatto questo tipo di richiesta: "Una persona con l’handicap non troppo vecchia non troppo giovane, non brutta, che sapesse raccontare se stessa, che avesse problemi irrisolti ma che si potessero risolvere. Meglio se in diretta". La seconda. Nella pagina spettacoli di un quotidiano (nota 4) spiccava questo paradossale titolo: "La tv per i ciechi utile per i vedenti". Purtroppo l’articolo si riferiva alla Francia (che l’Italia purtroppo non si è affrettata ad imitare). Vale la pena riassumere la notizia. Il programma A vous de voir - Vedete voi - esordisce sul canale Cinquième, che trasmette di giorno (lasciando la serata alle frequenze di Arte) e la puntata d’apertura mostra alcune apparenti banalità: un uomo che sparecchia, lava i piatti, fuma, va in salotto, accende la tv e si affloscia in poltrona. Tutto "normale" salvo che... quell’uomo è cieco. Sorride o s’arrabbia alle battute ma ascolta perché guardare non può. Da queste scene iniziali parte un programma che vuole aprire gli occhi sul visibile e sull’invisibile. Difficile giudicarlo senza averlo visto ma stando alle intenzioni e anche al giudizio di Evgen Bavcar (nota 5) ci troviamo di fronte a uno di quei pochi programmi per cui si può spendere la doppia "i", ovvero interessante/intelligente. Conclusione dell’articolo: "Perché ci sono vari modi di avere gli occhi inutilmente aperti ed è una delle cose che il programma vorrebbe spiegare. Senza offendere nessuno, beninteso".

Da Film vero a Telethon

Terza notizia. Su "Vespri-tv" (nota 6) vi è un lungo, articolato e intelligente commento a "Film-vero", 10 puntate su Raitre, e agli spot della Presidenza del Consiglio che hanno persone down per protagonisti. "L’idea di "Film-vero" è ben congegnata. Una prima parte occupata da un film. poi si torna in studio (....) Questo sistema modulare, intrecciando vari generi (fiction, reportage, talk-show) evita i vizi di ciascuno esaltandone le qualità" commenta Norma Rangeri (nota 7) che conclude: "Si può parlare di affetti, di questioni private, di problemi sociali evitando il guardonismo, il pettegolezzo, l’urlo o la lacrima? Si può. Anna Scalfati e Sveva Sagramola compongono un tandem ben sincronizzato, sono due facce serie, con un trucco discreto, non recitano troppo, non cedono spazio alla retorica, pur sempre in agguato quando si affrontano questioni confinanti con il dolore". Quarta notizia. Con il titolo "Mio fratello tradito da Telethon" (nota 8) Alessandra Lombardi ricostruisce la vicenda di Mimmo Ferrante, "disabile 38enne, morto a Milano di ritorno da Roma". L’accusa a Telethon - che smentisce - è di avergli negato la parola ("umiliandolo"). I fratelli di Mimmo raccontano che "voleva 60 secondi (...) per parlare del diritto al lavoro (...) lo stesso messaggio che lo scorso anno era riuscito a lanciare proprio dalla ribalta di Telethon dove "non invitato, ma con un coraggio e una costanza da far paura", si era ritagliato "di prepotenza" un minuto di udienza, con la promessa (non mantenuta) di essere invitato anche quest’anno". Ci sarebbe da aggiungere una quinta notizia che però concerne "le omissioni" e le reticenze (tante) anziché le presenze massmediatiche. Negli ultimi anni più volte Umberto Bossi e altri esponenti della Lega Nord hanno attribuito a nemici politici epiteti come "handicappato", "sciancato", "mongoloide": un insulto gratuito o la derisione di chi (un giudice in questo caso) è effettivamente affetto da una lieve zoppia. Queste frasi sono state riferite da giornali e tv, senza alcun commento; lo stesso è accaduto per l’editoriale dell’aprile ‘97 di Vittorio Feltri che definiva il governo "un esecutivo down" (nota 9). La vera notizia è in questa clamorosa omissione di commento. Esistono giudizi molto diversificati sul "politically correct" - e sui suoi limiti, pregi, ipocrisie - ma sembra difficile ignorare la gravità del suo opposto, cioè che in Italia un handicap compaia (o ricompaia?) come insulto nel linguaggio "politico", dunque in quello pubblico per eccellenza (nota 10).

La parola agli esperti

Su questo quadro - di desolante staticità o di impercettibili mutamenti? - ragionano due esperti e una "parte in causa": Carlo Canetta della mediateca-Ledha (02-65.70.425) che organizza la bella rassegna "Lo sguardo degli altri" e che si occupa di programmi tv; mentre Serenella Besio, che della ricerca Eri è coautrice (e che oggi è consulente presso il Siva-Don Gnocchi per software didattico) prova, dopo due anni, a riprendere il filo del discorso; infine Stefano Borgato della Uildm che ha lavorato alla nascita dei vari Telethon. Secondo Canetta, "nella non-fiction resta dominante il talk-show, dunque il parlare". Così passa solo ciò che può essere verbalizzato; col risultato che al centro c’è quasi sempre l’handicap fisico mentre quello psichico scompare. "Anche a noi le tv chiedono "l’ospite che funziona", si può anche stare al gioco ma così diventa difficile uscire da questi binari troppo obbligati, dal binomio eccezionale/pietistico" sottolinea Canetta. All’estero si vedono programmi più interessanti che provano a raccontare i problemi anche attraverso gesti o sguardi. "E’ una questione di scelte e tempo, non di talenti" prosegue Canetta: "Già questo approccio amplierebbe la sfera del raccontare, come hanno mostrato alcune puntate del programma Storie vere che hanno richiesto tempo, intelligenza e fatica" tre "doti" che forse non abbondano fra i giornalisti. "Se io chiamo una tv, anche pubblica, per dire: "provate a venire con noi a vedere là, dove sta accadendo qualcosa" quasi mi ridono in faccia" esemplifica Canetta. Un aspetto importante della ricerca di Besio-Roncarolo è, secondo Canetta, anche la "platea" ovvero che nei talk-show o nei programmi per ragazzi si scelga o no di invitare anche disabili, sottolineando che la loro presenza è appunto normale e non legata a un tema particolare. Forse - suggerisce ancora Canetta - una strada utile da percorrere è l’auto-rappresentazione. Un discorso delicato ovviamente e che si presta anche a equivoci, populismi, dilettantismi, "spesso superabili attraverso la formazione". Canetta cita "molte esperienze positive in Europa (Belgio e Inghilterra soprattutto) mentre l’Italia, che già era indietro, resta immobile e chiusa a ogni esperimento. La BBC ha un’unità specifica (tutti i collaboratori e tecnici sono disabili) che realizza due trasmissioni in onda ogni settimana sulla rete culturale (una si chiama "Fuori dal bordo" e l’altra "Dentro il bordo"), con un taglio molto disinvolto. Le presenta un giovane in sedia a rotelle che però è un punk, dunque fuori da ogni stereotipo. Si utilizza molto la candid-camera - cioè la telecamera nascosta - per mostrare ad esempio che in discoteca non gradiscono i disabili". Di conseguenza Canetta sente "l’esigenza di spazi sperimentali, anche di mattina o notte, per fare alla tv italiana trasmissioni diverse da quelle consuete e vedere cosa succede". Oggi la situazione è troppo bloccata: "trasmissioni come Il coraggio di vivere sono animate da buone intenzioni ma la struttura è vecchio stile". E in più il palinsesto le propone in partenza come ghettizzate e/o ghettizzanti. Quanto alla fiction, Canetta intravede una tendenza, che rompe un po’ le due "gabbie" dell’handicappato/a da compatire o di quello/a da ammirare per il suo eroismo (e relative varianti di questi due schemi): "Pensando ad alcuni protagonisti down o autistici (Forrest Gump, oppure L’ottavo giorno) vedo un personaggio prodigioso - non necessariamente vincitore o sconfitto, anche se spesso risulta positivo - pur se è debole, affascinante senza essere necessariamente un super-eroe". Due anni dopo la ricerca, Serenella Besio si occupa d’altro e confessa una certa "indigestione" di tv. Pur con questa premessa accetta però volentieri di riflettere - "senza pretesa di sistematicità" - sui segnali negativi o positivi che le sembra di intravedere nel piccolo schermo. "Non mi pare che i "formati" siano mutati o diventati più elastici e questa rigidità condiziona molto tutti i protagonisti (autori e ospiti, disabili o no) delle trasmissioni". Secondo Besio è invece interessante notare che di recente "alcune fiction straniere ci ripropongono il disabile come cattivo e questo è paradossalmente un bene (se ovviamente non c’è alcuna connessione fra handicap e cattiveria) rispetto a certi stereotipi". Qualcosa di positivo però Serenella Besio se lo aspetta da un programma che parte in questi giorni, quello di Giovanna Milella: "mi sembra una conduttrice garbata e precisa e anche il "formato" prescelto appare rispettoso". Le piacerebbe anche la possibilità di intercalare i programmi con brevi flash sulla disabilità, un modo di rompere i palinsesti mummificati. "Di positivo, negli ultimi tempi, ricordo una pubblicità progresso per l’Anffas che mostrava mamme anziane (e non solo) suggerendo un messaggio d’affetto e non pietistico. Nell’informazione televisiva il vero problema irrisolto è quello della disabilità cognitive" appunta. Di sfuggita, Besio accenna a una ricerca del CNR - "che purtroppo non è stata pubblicata, ma chi fosse interessato a leggerla può contattarmi al Siva (02/40308340)" - sul ruolo che la tv potrebbe avere per persone con difficoltà cognitive; "e anche questo è un campo in cui all’estero si registrano esperienze veramente interessanti, con programmi che accompagnano un’idea di autonomia molto marcata all’auto-ironia.

La trasmissione più amata e odiata

Oltre al discorso in generale su media/handicap, a Stefano Borgato tocca ovviamente di entrare anche nello specifico di Telethon, trasmissione amata/odiata quant’altre mai. "L’unico fatto nuovo di un certo rilievo è la scelta degli spot proposti dalla Presidenza del Consiglio" riflette Borgato: "qualcuno li ha contestati però a me pare che il disabile diventato protagonista e non scenario (pur se la sindrome di Down è certo un caso particolare) sia un fatto positivo, pur se lo slogan finale ("metteteli alla prova") non era dei più felici. L’insieme di quegli spot testimonia comunque di un cambiamento culturali, come del resto accadde per quello di Bertoli (nota 11) che, per l’epoca, era molto avanzato, quasi dirompente". Anche Borgato condivide che sia molto grave la prassi di non far passare determinati problemi e persone in certe fasce orarie (prime time e domenica pomeriggio). Quanto alla contestata-Telethon, questo è il suo punto di vista: "Bisogna anzitutto tener conto del fatto che questa è appunto pensata come una maratona (32 ore di fila) e che serve a raccogliere soldi per la ricerca" premette: "Anche noi che l’abbiamo voluta siamo consapevoli dei suoi limiti, eppure raccogliere in 8 anni 200 miliardi da devolvere alla ricerca pura è un risultato straordinario>. All’inizio la contestazione principale era "sprecare 32 ore senza costruire comunicazione reale su trasporti, barriere, integrazione" ricorda Borgato: "con il passare del tempo il quadro d’insieme è mutato, sia perché Telethon, dal ‘92, ha allargato il discorso alle malattie genetiche ma anche perché negli ultimi 3 anni si è consolidata una struttura fissa e dunque persone che ormai qualcosa hanno "capito". Mi è parso che, pur con le solite cadute, quest’anno vi sia stata una comunicazione più ampia". Quanto alle accuse di usare i bambini in una logica pietistica, Borgato - "disapprovo anch’io questi metodi" - suggerisce però che il vero limite è nel "mezzo" usato, cioè nella tv stessa. "La finalità di questo programma è il contatore dei soldi. O il programma lo fai per raccogliere fondi o no. Ma se decidi di farlo per quello scopo, io temo che sia impossibile ottenere qualcosa di più che piccoli miglioramenti all’attuale formula. Naturalmente dovrebbero esserci molti altri spazi, per altre questioni; vi sono proposte (anche da disabili) sia radiofoniche che tv ma non vengono accolte". Tornando a un discorso d’insieme, secondo Borgato "rispetto a 15/20 anni fa, certi temi (penso alle questioni legate alle barriere architettoniche) sono ormai conosciuti anche al grosso pubblico". Che la tv sia però un Moloch difficile da smuovere trapela dalle sue conclusioni: "Secondo me i meccanismi esasperati (dell’audience, e non solo) delle televisioni rendono la comunicazione grossolana per natura: nessun privato o pubblico oggi affiderebbe due ore "serie" su questi temi. Bisogna realisticamente utilizzare gli spazi che ci sono, se possibile togliendo le questioni dal "ghetto" come nel caso delle para-olimpiadi che devono essere argomento di notiziario sportivo e non relegate in spazi specialistici". Infine Borgato richiama i giornalisti a un maggiore impegno: "bisogna uscire dal corto circuito dei giornalisti che si trincerano dietro il "noi diamo quello che il pubblico vuole", senza rendersi conto che questo è il classico cane che si morde la coda". Per la verità l’alibi del pubblico nasconde molte questioni delicate (pigrizia, conformismi, lottizzazione e asservimento ai Poteri forti, formazione e aggiornamento di qualità bassa e decrescente, ecc.) che la categoria dei giornalisti sempre più rimuove: ma questo è ovviamente un discorso che esula dai limiti di questa inchiesta.

 

La televisione e i giornali possano scambiare un disabile con un cappello perché purtroppo è una prassi diffusa (fatte salve le solite, ovvie eccezioni) ad ogni settore: se abitualmente si tace che le mine assassine sono italiane, o se s’inventano stragi mai avvenute (il riferimento è a Timisoara), se si fa diventare notizia il pettegolezzo, e se la "marchetta" domina indisturbata... è ben difficile capire come e perché persone/associazioni sostanzialmente prive di "potere" potrebbero avere dignità di notizia, o addirittura di... esistenza.
 

 

 

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Comunicazione