L'handicap dei media

01/01/1998 - B. D.

E’ proprio come per le ciliegie-bugie del proverbio: un inganno tira l’altro. L’immagine del disabile come persona che ha innanzitutto bisogno d’aiuto è funzionale al mantenimento delle "costruzioni di realtà" dei normo-dotati, dove essi si rappresentano come forti e generosi; così "si permette a una accettazione fantasma di fare da fondamento a una normalità fantasma". Basterebbe questo concetto, che rimanda al fondamentale Stigma di Erving Goffman (la citazione è ripresa dalla traduzione italiana), ad aiutarci nel districare molti dei problemi connessi con i modi in cui la tv parla di handicap. In realtà la ricerca di Serenella Besio e Franca Roncarolo va ben oltre il fornire le pur indispensabili chiavi di lettura - come questa di Goffman, appunto - per affrontare quella particolare rappresentazione (e deformazione) del mondo che si chiama televisione italiana. Se il sottotitolo della ricerca è neutro ("Disabili e disabilità nell’offerta televisiva") fin dal titolo L’handicap dei media (344 pagine, lire 30 mila, pubblicato da Rai-Eri nel marzo ‘96) lascia capire che la ricerca non fingerà quella insopportabile asetticità che affligge molte pubblicazioni sul tema. La grande abilità delle due autrici è di rendere comprensibile quanto documentata la rete di inganni e auto-inganni, di buone intenzioni e pessime pratiche, di lacrime senza ragioni e di pietà senza giustizia, che fonda la "normalità fantasma". Pur ricordando che qualche eccezione negli ultimi anni ha positivamente contaminato (poco, pochissimo) la nostra tv; non a caso la rottura degli schemi perviene soprattutto dall’estero e perlopiù dalla fiction. Ovviamente L’handicap dei media parla soprattutto di Rai ma analogo sarebbe il discorso sulla Finivest. Anche lo stile delle autrici è efficace: non sdegnate requisitorie ma pacate esposizioni di fatti... dalle quali certo emergono giudizi "pesanti" (anche su singoli programmi e giornalisti). Dopo avere dunque rivolto a tutti il doveroso invito a leggere - con tanto di evidenziatore - questo bel libro (e a non saltare le note), proviamo a citare/riassumerne alcuni essenziali passaggi. Notando che tutte le altre persone coinvolte nella elaborazione e scrittura (Simona Tessore, Simonetta Paolicchi, Marinella Belluati, Luciana Tucci) sono donne: sarà un caso se - rispetto alla media - mostrano un di più d’intelligenza e non conformismo? Il libro si apre con una nota di Antonio Guidi (ministro della Famiglia durante il breve governo Berlusconi) che già fornisce una prima utile indicazione: "la normalità di chi ha un handicap suscita troppo spesso reazioni più forti della straordinarietà". Ovvero il normo-dotato può "sopportare" il disabile che scala le montagne proprio perché eccezione oppure il caso pietoso (che lui suppone "regola"); entrambi non gli pongono problemi di capire se lo stato presente delle cose si basa su 3 "in" - ingiustizie, insensatezze e inciviltà - che lo chiamano in causa. La prima parte della ricerca s’intitola "Differenti culture dell’handicap, una discussione aperta": già qui, per inciso e con soave leggerezza, si formula (a proposito di un caso specifico) una delle accuse più gravi per un giornalista: "l’assenza di curiosità". Dopo un breve iter storico, le autrici prima delineano "le varie cornici culturali createsi intorno alla disabilità", poi ricordano "l’evoluzione legislativa europea", infine "mappano" l’handicap nel tessuto sociale (presenze corporative, novità, differenze) accennando anche all’immaginario - filmico, teatrale, pubblicitario - su cui ovviamente si tornerà a più riprese e da vari punti di vista. Solo dopo questo giro d’orizzonte Besio e Roncarolo introducono uno dei temi specifici: "fare trasmissioni educative o educare a fare le trasmissioni?". Il secondo capitolo è un excursus sulle tecnologie: fondamentale per chi s’approccia "vergine" alla questione handicap ma quasi ovvio per i lettori di HP-Accaparlante. Ci sono comunque molti indirizzi ragionati di "interest group" che può essere utile (per chi naviga su Internet) avere sott’occhio. Qui si chiude la prima parte del volume ("L’handicap nella società"). La seconda parte ("L’handicap in tv") si apre con una cavalcata sui programmi televisivi fra il 1970 e il 1993; in appendice si trova anche il dettagliato elenco, per reti, con tanto di orari. Attenzione discontinua; programmi di servizio e tv del dolore; fasce orarie; differenti profili delle reti; quantità e qualità delle presenze: sono gli elementi-base del terzo e quarto capitolo. Decisivo è il capitolo successivo dedicato a "I generi dell’handicap", ovvero agli stereotipi e ruoli ai quali ogni evento si deve ricondurre: controversie, informazioni, "miracoli" e "casi esemplari" insomma tutto deve rientrare nelle caselle (e dunque nelle fasce di programmazione) previste. Detto male - sempre troppo poco - di Mixer e salutato come un piccolo evento la puntata di Milano, Italia che affrontò handicap e sessualità, Franca Roncarolo entra nello specifico dei "programmi specializzati in emarginazione, disagio e sofferenza" e di vicende esemplari, per arrivare a un importante punto fermo che può essere generalizzato ad altri casi e dunque vale la pena citare per esteso: "Tutto si tiene e attraverso i vari generi tv si produce una costruzione di realtà che nelle sue due versioni - madre cattiva che si pente, madre cattiva che cede il posto a un’altra madre buona - risolve senza affrontarlo il vero problema di fondo. Ossia l’elaborazione di una cultura del limite e della differenza che consenta di tematizzare davvero la diversità e i problemi a essa connessi, senza rimozioni o appelli ai sentimenti". Famiglia, etica del sacrificio, scuola, differenze di genere (ovvero i diversi ruoli "obbligati" da attribuire a uomini e donne), lo scandalo dei falsi invalidi, amicizia e amore (soprattutto quello retorico con la A maiuscola): è ancora Roncarolo, nel sesto e settimo capitolo, a sgrovigliare la matassa, individuando prima i temi (e i rimossi) realmente affrontati e poi approfondendo "i quattro stili per parlare e tacere di handicap". Atteggiamenti che vengono riassunti e ulteriormente suddivisi così: "

1-Approfondimento tematizzante:
   1.1 riflessivo,
   1.2 divulgativo,
   1.3 interlocutorio;

2-Denuncia:
   2.1 investigativo,
   2.2 espressivo,
   2.3 pragmatico;

3-Documentazione:
   3.1 specialistico,
   3.2 orientato al servizio,
   3.3 d’inchiesta;

4-Ascolto:
   4.1 non interattivo,
   4.2 sollecitante,
   4.3 empatico-esibitivo".

Pur con i consueti toni pacati, l’autrice smaschera ambiguità, bugie, pregiudizi presenti nei vari approcci. Valga per tutti l’ormai famoso (più in Inghilterra che da noi) "Does he take sugar?", ossia "Lui lo vuole lo zucchero?": si tratta - ricorda Roncarolo - "di una modalità caratterizzata dall’abitudine di chiedere a terze persone informazioni relative al disabile" (che pure è presente), "strategie che potremmo definire di smaterializzazione della persona disabile e che consistono essenzialmente nel parlarne come se fosse assente". Serenella Besio e Simona Tessore - nell’ottavo capitolo - vanno in cerca di conferme e smentite (poche) alla "scontatezza" del dialogo immagini-parole: una casistica difficile da condensare ma vale almeno la pena accennare che Fulvio Grimaldi o il complesso "I ladri di carrozzelle" hanno mostrato come ci si può sottrarre alla pigra dittatura delle banalità. "Dalle soap-operas ai film d’autore" è il viaggio nella fiction (capitolo 9) di Marinella Belluati che poi (cap 10) analizza le "maratone della solidarietà" (ovvero Telethon e la gemella 30 ore per la vita). Molto correttamente le autrici hanno scelto di verificare il loro approccio scientifico con quello (a più alto tasso "emozionale" ma anche rappresentativo di gusti e opinioni assai diversificati) di alcuni disabili: nel capitolo 11 sono infatti riportate impressioni raccolte a Savona e Torino. Le molte indicazioni importanti che sono affiorate sin qua vengono sistematizzate da Besio e Roncarolo nel dodicesimo e conclusivo capitolo. Presenze e assenze di tematiche ma anche di "pubblico" (persino la visione di un handicappato nella platea dei quiz risulta tabù) dunque; una sintesi dei principali stereotipi; "il ruolo dei non-disabili" ovvero ciò che i giornalisti potrebbero mettere in movimento... ove volessero. Le logiche, intelligenti e praticabili proposte che tutte le autrici lasciano affiorare in vari punti di L’handicap dei media basterebbero, da sole, a costituire una piattaforma per una tv "decente". E sono appunto indecenti il silenzio e l’immobilità successivi. Tanto più che - per una casualità politica - la ricerca si è mossa nella Rai a cavallo fra il "Caf-regime" e ben due supposte rivoluzioni (Mani Pulite e breve governo del Polo) mentre noi ne parliamo dopo una terza supposta rivoluzione, quella ulivista: per gattopardianamente dirci che nella tv di Stato tutto cambia perché nulla muti. (D.B.)

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Comunicazione