L'Europa per le donne disabili

01/01/2004 - Renata Piccolo

Il 1° maggio di quest’anno sono entrati a far parte dell’Unione Europea dieci nuovi Paesi, ovvero Lituania, Estonia, Lettonia, Polonia, Repubblica Ceca, Cipro, Ungheria, Malta, Slovacchia e Slovenia. Il trattato di Maastricht, che risale al 1992, è il capostipite della nascita dell’Unione Europea, almeno dal punto di vista dell’integrazione politica ed economica tra gli Stati membri, tra cui c’è anche l’Italia come ben sappiamo.
Nell’Unione Europea, secondo gli ultimi dati a disposizione, vivono 42 milioni di persone in situazione di deficit; sicuramente questo dato è aumentato, considerata l’entrata dei nuovi Paesi. Di questi 42 milioni, il 51% sono donne: questo dato è influenzato da diversi fattori, primo fra tutti la maggior longevità della popolazione femminile rispetto a quella maschile. Non è possibile però delineare un quadro generale della situazione di queste donne, in quanto essa varia molto a seconda degli Stati presi in considerazione: sommariamente è possibile affermare che coloro che abitano nei Paesi del Nord Europa vivono in condizioni migliori rispetto a coloro che vivono nei Paesi del Sud, così come  coloro che vivono negli Stati occidentali vivono meglio rispetto a coloro che vivono in quelli orientali. Infatti ancora oggi, a molte donne colpite da disabilità non vengono riconosciuti molti diritti primari, quali il diritto ad avere una famiglia propria (si pensi che alcuni Stati europei vietano alle donne disabili di avere figli e, se ciò dovesse accadere, glieli tolgono!), il diritto al lavoro, ecc. Proprio a causa di queste gravi mancanze, molte donne vengono abbandonate a se stesse e molte preferiscono la morte alla vita: infatti sono molti i casi riscontrati di eutanasia involontaria!
Ma cosa fa l’Europa per le persone disabili e, in particolare, per le donne con deficit?
Nel 1996/97 è sorto il “Forum europeo sulla disabilità” (EDF): esso è composto da organizzazioni che si occupano quotidianamente di disabilità e ha lo scopo di creare un organo consultivo e rappresentativo affinché anche presso l’Unione Europea venga considerata la situazione delle persone con deficit. Il Forum si propone come priorità quella di promuovere i diritti umani delle persone con disabilità; i suoi attuali obiettivi sono: la non discriminazione, l’integrazione della dichiarazione sul mercato unico, una chiara base giuridica per un programma d’azione sulla disabilità. Tali principi sono alla base del Trattato di Amsterdam: con questo la Comunità si impegna nel perseguire la promozione dell’occupazione, il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, una protezione sociale adeguata, il dialogo sociale, lo sviluppo delle risorse umane, la lotta contro l’emarginazione. Esso inoltre stabilisce che la Commissione Europea, prima di proporre una qualsiasi legislazione riguardante le persone con deficit, è tenuta a consultare le organizzazioni aderenti al suddetto Forum. 
All’interno del “Forum europeo sulla disabilità” è sorto il “Gruppo di lavoro sulle donne e la disabilità”, sostenuto sin da subito dalla Commissione europea nell’ambito del programma Helios II. Gli antecedenti alla nascita di questo Gruppo sono il “Seminario d’esperti delle Nazioni Unite sulle donne disabili”, tenutosi a Vienna nel 1990, e le “Norme standard delle Nazioni Unite sulle pari opportunità per le persone con disabilità”.  Questi due spunti rappresentano la base della  principale opera di questo gruppo, ovvero il “Manifesto delle donne disabili in Europa”, presentato a Bruxelles il 22 febbraio 1997. Come sostiene Lydia Zijdel, Presidente del Gruppo, “questo manifesto è una raccolta  di tutte le raccomandazioni per migliorare la vita di donne e ragazze con disabilità dell’Unione Europea. Lo scopo del Manifesto è quello di informare e far prendere coscienza le donne e le ragazze con problemi di disabilità circa la loro posizione, i loro diritti e le loro responsabilità. Ma è anche quello di informare e sensibilizzare la Commissione europea, il parlamento europeo, i singoli Stati membri e anche i movimenti europei sulla disabilità e i movimenti delle donne circa l’assenza di sensibilità riguardo le donne e ragazze disabili ma anche verso gli uomini e ragazzi”. Attraverso il Manifesto anche le donne con deficit hanno ottenuto il loro riconoscimento, oltre al potere decisionale; per la prima volta sono stati esaminati i bisogni e le situazioni specifiche, prendendo in considerazione anche le diverse culture, razze, religioni, preferenze sessuali, età e tipo di disabilità. Ovviamente i suoi principi base sono la non discriminazione, il rispetto dei diritti umani e delle pari opportunità.
Esaminiamo ora la struttura di tale Manifesto: innanzitutto, all’interno dell’introduzione, viene data la definizione di “donna disabile”: “Le ragazze e le donne con disabilità comprendono le donne con tutti i tipi di disabilità , donne con menomazioni fisiche, uditive, della vista o di altro tipo, comprese quelle affette da malattie mentali o con problemi di salute mentale, deficit intellettivi e malattie croniche come il diabete, le cardiopatie, malattie renali, epilessia, Hiv/AIDS, malattie che, prevalentemente, riguardano le donne come il tumore al seno, l’artrite, il lupus, la fibromialgia e l’osteoporosi”. Il Manifesto si propone altresì di attuare delle azioni di solidarietà o sostegno sia a favore delle stesse donne con deficit sia nei riguardi delle loro famiglie: questo non solo in Europa, ma in tutto il mondo.  All’interno del Manifesto viene principalmente utilizzato il termine “genere”, ben distinto dalla definizione di “sesso”: mentre il “sesso” si riferisce al fattore biologico, il “genere” fa riferimento alla costruzione sociale; inoltre viene incoraggiato un “modello sociale” della disabilità in contrapposizione al “modello medico”. In questo documento viene anche ribadito il concetto di “doppia emarginazione” che fa appunto riferimento alla situazione di molte donne disabili: “Le donne disabili possono subire discriminazioni rispetto a donne e uomini non disabili e anche rispetto a uomini disabili. La lotta per le pari opportunità va condotta pertanto, in maniera simultanea, a diversi livelli e in differenti settori”.
Dopodiché il Manifesto presenta le raccomandazioni relative alle diverse aree tematiche nelle quali esso viene diviso. Tali aree sono:
1. Diritti umani, etica
2. Legislazione nazionale ed europea
3. Convenzioni e altri strumenti giuridici internazionali
4. Istruzione
5. Occupazione, formazione professionale
6. Matrimonio, relazioni sociali, maternità, vita familiare
7. Violenza, abusi sessuali e sicurezza
8. Conferimento di potere, sviluppo dell’attitudine al comando, partecipazione al processo decisionale
9. Donne disabili con differente estrazione culturale
10. Sensibilizzazione, mezzi di comunicazione, comunicazione e informazione
11. Vita autonoma, assistenza personale, bisogni tecnici e assistenza, consulenza
12. Previdenza sociale, assistenza sanitaria e medica, riabilitazione
13. Edifici pubblici, alloggio, trasporti, ambiente
14. Cultura, attività ricreative, sport
15. Il punto focale nazionale sulle donne con disabilità
16. Punti focali internazionali
17. Attività regionali e infraregionali, finanziamento dei progetti
18. Informazione statistica, ricerca.
Inoltre, sempre in ambito europeo, è stato emanata la pianificazione europea riguardante le persone disabili. Tale trattato, stipulato a Siracusa il 18 aprile 1999, per quanto concerne la situazione delle donne con deficit stabilisce i seguenti punti programmatici:
1. Supportare la Conferenza europea delle donne programmata per l’autunno del 2000
2. Lavorare sul progetto di vita indipendente in modo tale da assicurare alle donne disabili l’assistenza personale e perseguire così una vita indipendente e autonoma
3. Sviluppare strategie per far aumentare la consapevolezza tra le donne disabili in modo tale da aumentare e rafforzare le reti
4.Sviluppare una campagna informativa ed educativa  sui temi della bioetica, sugli effetti discriminanti causati dalla sterilizzazione e dall’aborto selettivo, ma anche sul diritto alla vita
5. Assicurare il coinvolgimento delle donne disabili in tutti i programmi e progetti europei
6. Fare indagini sulle prospettive future del Gruppo delle Donne Disabili in Europa in modo tale da aumentare la sua importanza e attività
7. Definire modelli di buone prassi per attuare progetti con diverse reti
Nel 2000 le rappresentanti di diciassette Paesi Europei e di uno africano si sono incontrate in Calabria: in tale occasione è stata ribadita la situazione particolarmente svantaggiata delle donne con deficit, spesso colpite da maltrattamenti e azioni violente. Sono state individuate anche le cause di tale situazione particolarmente difficile: prima fra tutte le guerre, seguite dai pregiudizi sociali e dall’esclusione alla quale spesso tali persone vengono condannate.
Un altro momento importante è rappresentato dal “Congresso Internazionale delle Donne Disabili” tenutosi a Valencia (Spagna) dal 27 febbraio al 1 marzo 2003: in questa occasione è stata affrontata la situazione delle donne disabili considerata nei suoi diversi punti di vista: integrazione sociale, maternità, sessualità, famiglia, istruzione, lavoro, sport, salute. Grazie alla presentazione dei diversi progetti nazionali ed europei e alla discussione comune è stato accordato il seguente programma d’azione: l’abbattimento delle barriere conoscitive esistenti nei confronti delle donne disabili, il combattimento delle discriminazioni e la partecipazione attiva delle donne disabili nei diversi ambiti sociali, il raggiungimento dell’autonomia e dell’indipendenza. A conclusione di tale Congresso è stata assegnata fondamentale importanza alle Associazioni, le quali sono quotidianamente e direttamente impegnate sul campo e, grazie a ciò, esse devono creare una rete di esperienze che a sua volta rappresenterà un punto di partecipazione diretta per le donne con deficit.