Lettere al direttore

06/07/2011 - Claudio Imprudente

Caro Claudio,
come è iniziata la settimana? Prima di iniziare con le mie chiacchiere, vorrei dirti che mi è dispiaciuto molto doverti salutare così in fretta, e scomparire dal magico mondo di Marana-thà così rapidamente. Sono di natura malinconica, e da sabato non faccio che parlare di voi!
Veniamo al punto: in allegato ti invio la lettera che ho scritto a Corrado Augias (www.superabile.it/COMMUNITY/Lettere_alla_Redazione/info1340360613.html), per la sua rubrica di letterine de “la Repubblica”. Non ho ricevuto risposta alcuna, e credo che le mie righe non compariranno mai sul giornale. Ma dato che si parlava di Servizio Civile, mi piacerebbe che tu leggessi quel che ho scritto, e mi dicessi se sei ancora convinto che io possa scrivere buone cose!
E poi: ho parlato poco fa col gentile Roberto. Per il Servizio Civile Volontario. Mi ha detto di fare domanda tramite il sito internet di ARCI-Bologna entro fine agosto, di farvi visita al CDH a settembre, entrambe cose che ho intenzione di fare.
Devo rifletterci davvero, anche se so che la domanda non è vincolante.
Forse ti ho già accennato al doppio binario? Da una parte i sogni di cooperazione internazionale, la guerra, i bambini soldato e i diritti umani, ONU, EU e compagnia... E dall’altra la disabilità, come tema su cui riflettere insieme al resto della società, come condizione da prendersi in esame senza pietismi, ma con la consapevolezza che c’è bisogno di cultura, conoscenza, consapevolezza, nonché autoironia e voglia di combattere con parole e fatti, oltre che coi sorrisi. Problema: nel regno della pratica cosa significa? Cosa potrei fare? Sarei davvero in grado di FARE qualcosa al CDH? Come potrei affiancare altri disabili? Come potrei cercare libri sugli scaffali della biblioteca senza impiegarci dalle 6 alle 9 ore per ogni manuale da scovare? Non so, ho tante preoccupazioni. Ma ho tempo per rifletterci, e per chiedere consigli a chi è più saggio di me... Per esempio chiedere consigli al saggio destinatario di questa e-mail!
Bene, spero di ricevere le tue illuminanti riflessioni presto!
Un abbraccio,
Nadia

Carissima Nadia,
della tua visita a Marana-thà ricordo quello che è successo sotto il tiglio, quando Margherita ha chiesto chi poteva dare un’occhiata al bambino e io ho indicato te. Margherita era imbarazzatissima mentre io e te ci siamo messi a ridere.
In quel momento ho apprezzato la tua autoironia.
Mi frulla in testa una domanda: i bambini soldato giocano ai soldatini?
Al di là dell’ironia, mi sembra che tu sia a un bivio: o segui il binario della cooperazione internazionale e investi il tuo tempo per i diritti dei bambini soldato oppure segui il binario che ti porta al CDH e investi il tuo tempo per combattere un’altra battaglia.
Perché in fin dei conti, sempre di combattere si tratta.
Mi spiego meglio.
I bambini soldato giocano con le bombe, i mitra, i fucili e quando giocano a nascondino non devono farsi trovare altrimenti rischiano la vita. Hanno bisogno di qualcuno che insegni loro a fare pace, a combattere un’altra battaglia, quella per i propri diritti: una scuola, una famiglia, un futuro.
Anche a noi del CDH piace giocare e combattere, anzi combattere giocando.
La nostra strategia è la cultura, le nostre bombe sono le animazioni nelle scuole, i nostri mitra sono carichi di documentazione e i nostri fucili sparano informazioni.
E soprattutto noi non giochiamo a nascondino anzi puntiamo sulla visibilità, sulla valorizzazione della diversità…
Se vuoi scoprire cosa c’è da fare… vieni e vedrai.
Bella battuta vero?
A parte gli scherzi, se vieni a trovarci ti raccontiamo come funziona il Servizio Civile da noi così scoprirai che di cose da fare qui ce ne sono tante. Non sarà certo il tuo deficit visivo a limitarti nel fare come non è il mio deficit motorio a limitarmi ad andare in giro per tutta l’Italia.
A proposito, ho un’altra domanda: ma se i bambini soldato giocano ai soldati, giocano con se stessi?
Buon combattimento.

Carissimo Claudio,
ho letto il tuo articolo sulla relazione che diventa melodia.
Mi ha colpito tantissimo perché queste emozioni, questi vissuti li ho assaporati, elaborati e fatti miei in questi anni di iter universitario e come volontaria.
Io sono un’educatrice di comunità, ho fatto per tanti anni le colonie estive con i diversamente abili e queste esperienze mi hanno fatto crescere sia personalmente che professionalmente. L’azione dell’Educatore è caratterizzata dal fatto che deve “vivere con” i tempi in cui si accompagna e convive le esperienze del proprio utente.
La gente con occhi schivi e con timore, dopo averci visto integrati noi in loro e loro in noi, venivano da noi a chiedere, ci volevano conoscere cercando di abbattere quel muro di paura, di diffidenza per entrare così nel “nostro mondo”.
L’educatore come dice la nostra formazione è “una persona avente una professionalità capace di promuovere lo sviluppo delle potenzialità, di crescita personale e di integrazione sociale” attraverso metodi, strumenti e mezzi appropriati soprattutto il “Fare”, “il Saper Fare” e il “Non Fare”. Avere nozioni psicologiche, pedagogiche è molto importante perché permette di capire, aiutare le persone diversamente abili, sapersi relazionare ma anche riuscire a farci entrare nel loro mondo, noi persone normodotate. I loro sentimenti sono più chiari e sinceri dei nostri, presi dal lavoro, dallo studio, dai nostri pensieri alcune volte troppo egoistici.
Non mi potrò mai scordare un giorno, ero a passeggio con la mia amica Alessia avente un deficit fisico e tutti ci guardavano ma non per pietà o per curiosità ma per la serenità che la mia cara amica esprimeva e dava alla gente che le stava intorno, aveva trasformato la sua disabilità in una ricchezza per tutti, per se stessa e soprattutto per le persone care, non era uno stop ma una marcia in più per andare avanti e la sua diversa abilità è stata un insegnamento per tutti. Vorrei ricordarla con affetto grande, purtroppo è scomparsa il 13 agosto 2005.
Importante perciò che l’educatore sia un punto di contatto con il mondo del sociale e gli altri. La curiosità e le domande siano solo l’inizio di un aggancio per vivere la disabilità in maniera nuova e gioiosa.
Cristina De Angelis
Educatrice professionale

Ciao cara Cristina,
che piacere sapere che ti sei trovata in sintonia con la mia melodia.
Hai mai pensato che il termine FARE è composto da due note musicali? FA e RE?
Ma quali caratteristiche ha la melodia del FARE?
È pesante, faticosa, noiosa? Oppure è leggera, vibrante, emozionante?
In sintesi, come dice Adriano Cementano: è lenta o è rock?
Credo sia fondamentale capire la differenza tra queste qualità per poter suonare una melodia piacevole.
Secondo me il FARE è lento quando il sentimento che l’accompagna sfocia nel buonismo, nel pietismo, nel dovere, nel pensare che sei tu quello che educa, quello che sceglie, quello che sa cos’è giusto. Tutti modi di fare che appesantiscono la melodia rendendola sgradevole.
Il FARE diventa rock e quindi si mette realmente in movimento quando smette di essere pura azione e diventa relazione. La melodia rock necessita dello stare, atteggiamento indispensabile per poter creare delle relazioni nelle quali insieme ci si educa, si sceglie e si decide ciò che è giusto. Allora sì che la melodia diventa piacevole, travolgente, affascinante, seducente. Così si crea un contesto dinamico nel quale il FARE, il SAPER FARE e il NON FARE si integrano con lo STARE per formare la nuova melodie dell’integrazione.
Buon rock.